Carmen

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Presentato alle Giornate del Cinema Muto, Carmen è uno dei primi film a grande budget di Ernst Lubitsch, appartenente al periodo tedesco, un adattamento dalla novella omonima di Prosper Mérimée, in cui spicca la presenza conturbante di Pola Negri nel ruolo della celebre gitana. Siamo lontani dalle sue grandi commedie, dal suo ‘touch’, ma possiamo già scorgere abbozzi della sua futura cifra stilistica.

Il tempo della gitana

In Spagna la bella gitana Carmen viene salvata dalla prigionia dal capitano Don José che se ne innamora perdutamente. Lei si innamorerà poi di un altro uomo, il torero Escamillo. Carmen dirà ormai di aver rotto ogni rapporto con Don José e gli chiede di lasciarla in pace, ma questi si ripresenta fuori dalla corrida dove Carmen sta andando a incontrare Escamillo e la implora di amarlo; la gitana, nuovamente, lo respinge. Don José, allora, la uccide. [sinossi]

Era ancora impegnato nella sua carriera teatrale nella compagnia di Max Reinhardt, Ernst Lubitsch, quando cominciò a recitare al cinema e a realizzare i primi film da regista, portandosi dietro i suoi colleghi del Deutsches Theater come Pola Negri. Finché a un certo punto gli venne proposto di realizzare un primo film in costume, ad alto budget, adattando Carmen, la novella di Prosper Mérimée e fornendo così a Pola Negri l’occasione per uno dei primi ruoli importanti della sua carriera cinematografica, nel ruolo della bella e ammaliante danzatrice gitana. La grande attrice ha creato una Carmen, sensuale, ammaliatrice, seduttrice, raffigurata anche con la classica rosa tra i denti o danzante sul tavolo, senza scrupoli pronta a passare da un fiore all’altro, capace di ottenere tutto dagli uomini. Promettendo invano di amarli per sempre, sfrontata, capace di baciarli all’improvviso in una locanda, con veemenza. Carmen è l’archetipo di quelle donne maliarde che popoleranno il cinema del regista.

All’inizio del film, l’immagine dello stesso Lubitsch appare, come si può apprezzare in questa versione restaurata presentata alle Giornate del Cinema Muto, sostituendosi così alla presenza dello stesso Mérimée come personaggio del romanzo. Difficile dire per Carmen, come in generale per i suoi kolossal storici tedeschi, quanto ci sia già di quel Lubitsch Touch che lo avrebbe reso il più grande regista di commedie della storia del cinema. Indubbiamente della fase tedesca i capolavori sono in realtà rappresentati da opere ‘piccole’ come La bambola di carne o The Oyster Princess. A ben vedere però anche in Carmen, abbiamo già in embrione alcuni dei filoni che porterà a compimento a Hollywood.

Nel cinema classico di Lubitsch, sono essenziali le porte, che si aprono e si chiudono, creano varchi, in entrata e in uscita, equivalendo alle entrate e uscite di personaggi teatrali sul palcoscenico. Ci sono film dove queste arrivano agli estremi come nel corto If I Had a Million. In Carmen, Lubitsch comincia a usare questo espediente che diventerà poi la sua cifra stilistica, correlata al suo celebre touch. Carmen è a casa sua e sta eseguendo una danza accompagnata dalla musica di Don José con cui amoreggia. Il tenente, uno dei vari uomini che con lei hanno un’avventura, arriva a casa di Carmen, entra nel primo portone esterno, riconoscibile per la croce bianca tracciata dalla stessa donna, poi sale la scala dove viene fermato da una mendicante di cui si libera finendo per darle qualche moneta. Salite le scale, apre infine la porta della casa di Carmen, entra e vi trova Don José. Si origina quindi un duello di gelosia che si protrae all’uscita della casa e si conclude sulle scale con l’uccisione del tenente. In questa scena di Carmen, Lubitsch inaugura uno schema che userà nel suo cinema a venire e che è, per esempio perfettamente ricalcato in un film di 24 anni più tardi, vale a dire To Be or Not To Be (Vogliamo vivere!) nella scena in cui il colonnello Ehrhardt entra di soppiatto, dopo aver salito una scalinata, in una stanza dove trova la bella attrice Maria in effusioni con Hitler, in realtà l’attore Bronski travestito. In entrambi i casi tutto è calcolato con tempi precisi in modo di favorire la suspense piuttosto che la sorpresa. Lubitsch ci fa già vedere, abbondantemente, cosa succede dietro la porta e fa tardare l’ingresso del personaggio con degli stratagemmi, la scala, la mendicante, tenendo lo stato di attesa.

Di porte ce ne sono anche altre in Carmen. Quelle della prigione, che appaiono facilmente superabili. La porta per i bassifondi dove la bella gitana conduce Don José per nasconderlo. Il varco nelle mura dove i gitani portano gli oggetti di nascosto, mentre Carmen distrae il soldato di guardia. La porta che Carmen apre invitando Don José ad andarsene, dopo che entrambi hanno fatto il loro ingresso da un altro portale, porta che il capitano dopo un momento di esitazione chiuderà, decidendo di rimanere. La porta del locale dove fa il suo ingresso il torero addobbato, una vera e propria entrata teatrale come presentazione del personaggio. La porta chiusa davanti alla quale Carmen si offre a Don José per farsi sparare, ma lui non ha il coraggio e lei può uscire per raggiungere il torero. La stessa città di Siviglia presenta varie porte, vari scomparti che separano la città borghese dai bassifondi, mentre nel finale un grande corteo procederà verso il grande portale della plaza de toros, per poi successivamente oltrepassare anche l’ingresso successivo dell’arena. E nel finale Don José esce da un tendone, come un sipario, per uccidere Carmen. La tragedia è compiuta.

Un particolare apprezzamento va riconosciuto all’accompagmento musicale di Gabriel Thibaudeau alle Giornate, che ha saggiamente evitato di riproporre l’ormai abusata aria dell’opera di Bizet, per una partitura tendente alla musica da tango e al jazz.

Info
La scheda di Carmen sul sito delle Giornate del Cinema Muto.
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