Les affamés

Les affamés

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Presentato nella sezione After Hours del Torino Film Festival 2017, Les affamés è uno zombie movie rarefatto, dalle ambizioni autoriali, e al contempo abile nel rielaborare le dinamiche spettacolari del genere: Aubert gioca sull’inquietante e metaforica immobilità dei morti viventi e sulle loro improvvise e voraci accelerazioni. Un film sulla rabbia, sulla perdita di controllo, sulla violenza contagiosa e dilagante. Sulle derive ormonali della società contemporanea.

Il contagio

In un villaggio sperduto nel Nord del Quebec sta succedendo qualcosa di inquietante: improvvisamente i residenti si sono trasformati in creature feroci e aggressive, che attaccano le proprie famiglie, i propri amici e chiunque capiti loro a tiro. Una metamorfosi in zombie sanguinari inarrestabili che però non ha colpito tutti gli abitanti: alcuni sopravvissuti si nascondono, armati fino ai denti, nei boschi che circondano il paesino. A muoverli è il bisogno di unirsi contro la minaccia incombente e, soprattutto, la necessità di salvare la pelle… [sinossi – TFF2017]

I morti viventi continuano ad andare avanti. Ad avere un senso, e non solo spettacolare. Incuranti della dipartita del loro padre spirituale e delle interminabili disavventure seriali di The Walking Dead, gli zombi camminano, strisciano, corrono, saltano, sbranano. In alcuni casi si organizzano in gruppi, in altri tornano persino umani (l’irlandese The Cured, altro titolo passato al Torino Film Festival nella sezione After Hours). La chiave di volta per l’icona zombesca è stata l’intuizione romeriana, la metafora socio-politica veicolata dalle zucche vuote e dai corpi in disfacimento, e da qui riparte il canadese Robin Aubert, che si era già cimentato col genere horror nel 2005 con Saints-Martyrs-des-Damnés. Con Les affamés, Aubert mescola alto e basso, pulsioni orrorifiche e suggestioni sociologiche, autorialità e box office: in primis, funziona a dovere l’alternanza tra le inarrestabili esplosioni di violenza dei morti viventi e i loro momenti di stasi, che non solo anticipano la (prevedibile) mattanza, ma ne dilatano la tensione, amplificandone l’efficacia granduignolesca – emblematica, in questo senso, la prima sequenza di “caccia” nel bosco, con un repentino rovesciamento di ruolo tra cacciatore e preda.

Efficace dal primo all’ultimo minuto sul piano spettacolare, Les affamés alza ben presto la posta, riecheggiando a suo modo The Wicker Man e vagheggiando forme ancestrali e piuttosto surreali di aggregazione: non più un’orda famelica che avanza in maniera randomica, ma un’orda con un senso e degli (imprecisati) obiettivi, e soprattutto una marcata appartenenza. Come per la surplace zombesca, anche in questo caso le ardite proiezioni sociologiche amplificano l’inquietudine, rendendo ancor più cupo lo scenario apocalittico.
Aubert ha bisogno di pochi elementi per presentarci lo sparuto gruppo di sopravvissuti, per creare credibili situazioni di pericolo, per far precipitare la situazione o per salvataggi all’ultimo secondo. Lo scenario boschivo è ideale, così alternativo alla troppo battuta città (o cittadina di provincia), tra luci e ombre, rami che si muovono, il vento che soffia e la nebbia che si alza. Il cineasta canadese dosa violenza e ironia, non lesina sui dialoghi, è millimetrico nel tratteggiare i personaggi umani (ad esempio, la macchina da presa che indugia quel tanto che basta sul seggiolino vuoto…).

Dopo il rapido incipit, siamo catapultati nel bel mezzo del contagio, del bosco e del Quebec settentrionale. E così ci ritroviamo nel finale: in una sorta di punto di (ri)partenza, accompagnato da un vago raggio di sole, ma pur sempre nel bel mezzo del nulla. Anche – e soprattutto – narrativo. In fin dei conti, uno dei pregi de Les affamés è anche il suo punto debole, il tassello mancante: focalizzato sulla metafora, Aubert non ha bisogno di un solido inizio, di uno sviluppo verosimile, di un finale risolutore o chiarificatore. Gli interessa il viaggio, la lotta, la disperazione. L’abisso della rabbia e il suo coagularsi, farsi struttura. E così sembra accontentarsi di una (non) chiusura, di un’accettabile conclusione, fin troppo telefonata. La metafora resta un po’ sospesa, suggestiva ma incompleta, con questo abbozzo di nuova società e i rimandi a certe atmosfere anni Settanta, in primis alla già citata pellicola di Robin Hardy.

Info
Il trailer originale de Les affamés.
La scheda de Les affamés sul sito del TFF 2017.
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