The Party

The Party

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Con The Party la regista britannica Sally Potter firma una commedia che ha l’aspetto di un atto unico teatrale e trova nella sua forma, nell’ottimo cast e nella sua breve durata, gli unici reali punti di forza. Una rappresaglia cinematografica contro l’establishment intellettuale della sinistra d’oltre Manica che non approfondisce i temi che sembrerebbe portare a galla e si perde spesso dietro l’inseguimento di colpi di scena abbastanza prevedibili.

This is England

Londra. Janet è appena stata nominata ministro della Salute del Governo ombra: è il coronamento di anni di impegno politico nel partito. Per l’occasione invita gli amici più cari a una festa a casa sua. Bill, il suo paziente marito, non è però in vena di celebrazioni quanto di rivelazioni. Non proprio gradevoli… [sinossi]

L’élite intellettuale progressista pare essere indigesta a ogni latitudine, ma nel Regno di Elizabetta II e di Tony Blair saper reggere la parte con navigato sangue freddo (come mostra bene The Queen di Stephen Frears) ha ancora un certo peso: per valorizzare un film non esattamente indimenticabile come The Party è utile infatti ricordare che siamo a Londra. La stessa città in cui è nata la regista Sally Potter, al suo ottavo lungometraggio di finzione ma soprattutto alla sua prima commedia brillante. Con tono irriverente e umorismo nero, la Potter decide infatti di affrontare “il privilegio culturale” (come lei stessa lo ha definito in un’intervista all’Independent) incarnato dalla classe intellettuale britannica di sinistra, di cui la protagonista Janet (Kristin Scott Thomas, come al solito inappuntabile) è emblema di successo (nel film non si parla mai del suo partito di appartenenza, che non può però essere null’altro se non il Labour). Potter ha detto di aver iniziato a pensare al film durante la campagna elettorale del 2015, che vide la sfida tra David Cameron ed Ed Miliband, perché la sua impressione era che nessuno stesse dicendo la verità su nulla. The Party – realizzato a cinque anni di distanza dal più riuscito Ginger & Rosa – non a caso è un film che ruota tutto attorno alle bugie di alcuni personaggi che rappresentano non tanto il ceto benestante, quanto la classe intellettualmente legittimata della capitale britannica.

Il piccolo (71 minuti) congegno al massacro è un atto unico che si svolge in tre stanze, fotografato in bianco e nero e retto dalle caratterizzazioni dei sette attori in scena: la protagonista, politica in pole position; il di lei marito Bill (Timothy Spall), docente universitario che per seguire l’ascesa della moglie ha rinunciato a una cattedra da Yale; la migliore amica di Janet, April (Patricia Clarkson), elegante, cinica, dall’eloquio libero e feroce; il marito di April (Bruno Ganz), un tedesco che fa il “life coach” e detesta la medicina tradizionale; la grande amica di tutti, Martha (Cherry Jones), cattedratica lesbica, orgogliosamente dedita agli studi di genere. Infine i più giovani: la compagna di Martha, Jinny (Emily Mortimer), che aspetta tre gemelli grazie alla fecondazione eterologa, e Tom (il sempre eccellente Cillian Murphy), finanziere della City e marito del braccio destro di Janet, Marianne, attesa per il dessert. Un cast invidiabile per un film che sugli attori, sulla ricercatezza “costrittiva” della messa in scena e sulla brillantezza dello script punta ogni fiches. Ma arriva al pareggio.

Non sono certo pochi i kammerspiel che lavorano sul ribaltamento delle premesse per affondare la lama nelle verità nascoste e The Party tiene il ritmo che deve obbligatoriamente avere per non annoiare lo spettatore. Qualche dubbio, però, viene via via sull’efficacia dei disvelamenti, sulla traiettoria cui vorrebbero portare a riflettere e in fondo su una certa debolezza complessiva circa gli obiettivi. Dubbi che trovano, nel non eccelso finale, un deciso consolidamento. Il tragitto è semplice: prendi delle persone “arrivate” che si occupano con esibita convinzione di politica, sanità, femminismo, filosofia (Bill, da ateo, si occupa anche di religioni), inizi a scoperchiare le balle che si raccontano, mostri quanto vivono nella finzione, quanto sono ipocrite e quanto hanno costruito la propria vita pubblica per sembrare ciò che aspirano a essere e in realtà non sono, e tiri la riga. I principi, le idee, le aspirazioni e le battaglie degli anni che furono sono solo il rivestimento esteriore, l’abito per sembrare superiori in società, di vizi privati che – lungi dal produrre “pubbliche virtù” – vengono nascosti sotto il tappeto o tenuti sotto chiave. I due personaggi quarantenni (gli altri cinque sono coetanei tra i 50 e i 60 anni) servono infatti da contrasto perché illuminano ancor più chiaramente le ipocrisie dei più “maturi”: Tom si occupa di orrido denaro e del fare soldi “sulla pelle dei lavoratori” (ma ovviamente è assai meno orrido di altri) mentre Jinny vuole solo avere i suoi bambini con un’attenzione verso la maternità che i più culturalmente elevati sembrano non capire appieno (nessun’altra coppia ha figli). A essere messa sotto accusa è quindi la generazione più adulta, che si è scervellata con idee elevate che non è riuscita a mettere in pratica consegnando alla generazione successiva un desiderio di concretezza forse meno falso e di sicuro comprensibile. Una struttura un po’ schematica, ma che di per sé potrebbe anche funzionare. Il lato più debole del film, però, è nella scrittura dei dialoghi, nella scelta dei “colpi di scena” che al fine riguardano il tradimento, le piccole (o grandi, poco importa) bugie domestiche, l’impossibilità di essere all’altezza dei propri sbandierati valori. The Party è un film da camera che non possiede la verve necessaria per dire veramente qualcosa di ulteriore, ma che neppure regge con brillantezza la riproposizione del sempiterno dissidio tra l’essere e l’apparire per portarlo al punto di rottura (come, solo per citare un esempio recente, fa l’ottimo script teatrale di Carnage).

In questa opacità complessiva, la cosa più debole è però la messa in scena di una personalità politica, che naturalmente non è del tutto trasparente a se stessa ma che non per questo è necessariamente una “cattiva politica”. Se infatti il ritratto degli intellettuali di maniera può essere più centrato, il tema politico appare poco incisivo, tenendo soprattutto conto che la protagonista non fa nulla che incrini la possibilità che sia, in effetti, brava nel suo non semplice lavoro (tranne il fatto che umanamente non è la migliore delle mogli). Al fine, la ridicolizzazione del predicare bene e il razzolare male risulta spesso di maniera anch’essa (dopo anni di frustrazione, Bill si ribella alla moglie; le donne troppo dedite alla carriera non sono poi così femminili; chi è più sgradevole nell’eloquio spesso è il più onesto, ecc.) e l’obiettivo “politico” è totalmente disperso in quello più allargato, riguardante l’orizzonte morale di una sinistra stanca e trita anche quando cerca soluzioni alternative alle ricette tradizionali (come fa il personaggio di Bruno Ganz). La brevità del film (una scelta virtuosa), l’eleganza della fotografia (che volutamente toglie “la distrazione” del colore per portare in primissimo piano l’azione in un luogo chiuso), la bravura del cast (in particolare Spall, Murphy e la Clarkson) e l’intelligenza di una regia che si pone evidentemente il problema di rendere “mosso” e divertente un film dall’impianto teatrale, riescono parzialmente a sopperire a una sceneggiatura non illuminante.

Ma, come si diceva all’inizio, la cosa interessante di The Party è forse la distanza siderale che un racconto del genere marca rispetto al cinico disincanto italiano: qualcuno qui si sorprenderebbe se scoprisse che politici, intellettuali, universitari o giornalisti non sono coerenti con quel che dicono? In Italia esiste ancora un “tono” da mantenere, un’apparenza da preservare, o viceversa una linea di condotta privata di cui ci stupiremmo veramente? La Potter analizza insomma un’immagine della sinistra che il nostro Paese ha già abbondantemente perso da lustri. E forse questo ci dice qualcosa su molti elettori laburisti (la regista ha votato Corbyn alle ultime elezioni), desiderosi di ritrovare un po’ di sincerità e non del tutto arresi alla vacuità blairiana che ha segnato gli ultimi 20 anni.

Info
Il trailer di The Party.
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