Io e zio Buck

Io e zio Buck

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Commedia più crepuscolare di quanto a suo tempo la pubblicità volle far credere, Io e zio Buck di John Hughes è un ritratto di fine anni Ottanta in buona parte affidato al compianto carisma sorridente di John Candy. In dvd per Pulp Video e CG.

Chicago in autunno. Bob e Cindy Russell hanno tre figli, Tia, Maizy e Miles. La coppia deve assentarsi da casa per qualche settimana a seguito di un attacco di cuore che ha colpito il padre di Cindy. Dopo qualche incertezza, i due affidano i figli alle cure di zio Buck, fratello di Bob, impenitente quarantenne in fuga costante da qualsiasi responsabilità di vita adulta. La convivenza tra Buck e i tre nipoti si annuncia difficile, soprattutto con la quindicenne Tia, inquieta e desiderosa di maggiori libertà… [sinossi]

Distribuito in Italia con un po’ di ritardo, giusto per cavalcare il sopraggiunto enorme successo di Macaulay Culkin che aveva trionfato nelle nostre sale con Mamma ho perso l’aereo (1990, Chris Columbus), Io e zio Buck (1989) di John Hughes fu lanciato sul nostro mercato con una campagna pubblicitaria vagamente ingannevole, tutta giocata sul rapporto tra il corpulento John Candy e l’allora baby-star protagonista di una breve e intensissima stagione di successi, prima di andare incontro a rapido declino e annesse ben conosciute traversie, tra patrimoni sperperati dai genitori, cause legali, matrimoni e divorzi-lampo e quant’altro. Lo stesso titolo italiano si allineava a questo generale tentativo di vendere il film al pubblico italiano come costruito sulla “disfida” tra il pestifero Culkin e il gigante buono Candy (presente per un cameo, peraltro, anche nel film di Columbus), una sorta di Davide contro Golia da giocarsi all’interno di simpatiche baruffe familiari: quell’ “io”, probabilmente, voleva riferirsi proprio al bambino. Dopo aver messo sotto una coppia di ladri maldestri in Mamma ho perso l’aereo, insomma, si cercava di identificare nel film, realizzato un anno prima, una sorta di sua duplicazione dove stavolta toccava a uno zio bambinone, fisicamente possente, subire le angherie del nipotino. In realtà Io e zio Buck lavora molto secondariamente sul rapporto tra Candy e Culkin, riassumibile per lo più nella rapida e bella sequenza delle domande a raffica, stile interrogatorio di polizia, che il bimbo sottopone allo zio in un serratissimo campo-controcampo. E se qua e là Culkin si erge a protagonista di azzeccate sequenze (vedi il diffidente controllo dei documenti alla porta di casa, imposto alla sconosciuta Chanice/Amy Madigan), a conti fatti quell’ “io” del titolo si adatta assai meglio a Tia/Jean Louisa Kelly, la nipote quindicenne, vera protagonista di un confronto di reciproca crescita con lo zio inaspettatamente convocato a occuparsi dei tre ragazzi in momentanea assenza dei genitori.

Oltre a ciò, Io e zio Buck si conserva pure molto lontano dall’idea di movimentata commedia sulla quale era stato costruito Mamma ho perso l’aereo, che pure lo stesso John Hughes aveva sceneggiato. Qui siamo dalle parti delle malinconie più intimamente coerenti col cinema di Hughes, che si concede sì più di un momento di scatenata comicità ma all’interno di un generale mood addirittura crepuscolare. Saranno i colori autunnali in cui il film è ambientato, per di più collocato in una città spesso cinematograficamente malinconica come Chicago (in tutt’altro contesto, vengono in mente i colori rarefatti dell’autunno/inverno di Gente comune, 1980, Robert Redford), sarà che ancora Hughes torna a raccontarci di linee d’ombra, sarà che le tenere note di Ira Newborn in colonna musicale sono inequivocabili. Sarà, anche, che il film viene realizzato nel 1989, alla fine di un decennio ricordato per leggerezza ed edonismo. Per tutto questo, Io e zio Buck non ci fa rotolare dal ridere, ma a posteriori si configura piuttosto come un ultimo canto di un decennio che tramite una vicenda familiare, semplice e paradigmatica, sembra riflettere su se stesso e congedarsi dalle proprie retoriche. Un campione di disimpegno anni Ottanta è il protagonista, Buck Russell, omone a suo modo gentile e affettuoso che recalcitra di fronte a qualsiasi vera responsabilità adulta. Il fratello gli chiede di occuparsi dei tre nipoti poiché lui e la moglie devono assentarsi per qualche settimana. È l’unico impegno che Buck accoglie con entusiasmo, ma perché occuparsi di bambini per lui equivale a giocare, e anche perché questo gli permette di evitare l’entrata in servizio a lavoro alle dipendenze della sua donna, che spinge da tempo per sposarsi e mettere su famiglia. Prendersi un impegno per fuggire da un altro, insomma, rinviando pure a quarant’anni il momento di iniziare la propria vita, anche solo di qualche settimana. Zio Buck si porta appresso tutto il fascino del giocherellone e del “politicamente scorretto”, di facile presa sui due nipoti più piccoli. Molto più difficile è l’avvicinamento con Tia, quindicenne alle soglie della vita adulta che ha mal digerito il trasferimento della famiglia in una città sconosciuta e, con la tipica rabbia indecifrabile della sua età, se la prende soprattutto con la madre.

Grosso modo il film sta tutto qui, in placida alternanza tra momenti di marcata comicità (la macchina scoppiettante; i singolari metodi casalinghi di Buck, in cucina, col bucato; l’incontro con una fascinosa vicina di casa; le minacce contro un corteggiatore di Tia, con tanto di sequenza para-horror con una punta di trapano che sfonda una serratura…), ma intanto mette in scena anche la crescita a due di una coppia di personaggi adolescenti in età diversa. Con più di vent’anni di differenza uno dall’altra, Buck e Tia si aiutano reciprocamente ad accettare la vita e a comprenderla. Certo, questo avviene tramite un percorso senza grosse asperità, tutto smussato nei toni e nell’assenza quasi totale di reali conflitti. Sono conflitti minimi, scaturiti da piccole baruffe o tenui vendette, che nella loro leggerezza prefigurano già una prevedibile risoluzione. Non è più tempo, però, per spavalderie anarcoidi, come poteva esserlo in Una pazza giornata di vacanza (1986). Io e zio Buck sembra guardarsi indietro, fare un bilancio degli anni passati e prendere un tenero congedo da quel che è stato. Si resta sempre fedeli agli afflati libertari; sia pure in una sequenza sostanzialmente comica, è da prendere più sul serio di quel che sembra la tirata di zio Buck contro una rigidissima preside che pretenderebbe di soffocare la vivacità dei bambini, e pure la grottesca accusa di blasfemia di un insegnante contro la piccola Maizy torna a rivitalizzare la polemica contro figure di potere rintracciabili pure negli anni di scuola. Ma la vita adulta chiama, e allora ritornano potenti i legami familiari, da rinsaldare, costruire e rivalidare. E magari viene voglia di fare figli, dopo essersi sperimentati padri in prestito.

Decisamente meno divertente di Un biglietto in due (1987), realizzato da Hughes due anni prima con John Candy e Steve Martin, Io e zio Buck sembra percorrere le orme di uno dei protagonisti di quella splendida commedia (una delle migliori del decennio americano) in un confronto ancora più intimo con se stesso. Se volessimo volare di poesia e speculazione, potremmo immaginare Io e zio Buck come derivato dalla sequenza lancinante in prefinale di Un biglietto in due quando il Del Griffith di John Candy, alla stazione, rivela in un attimo tutta la sua solitudine e disperazione. Lì, in quello squarcio amarissimo che si apre inaspettato dopo 90 minuti di confronto fra caratteri opposti ed esilaranti scorribande, si rivela anche il volto nascosto di una superficialità scientificamente perseguita per un decennio da un’intera nazione. Qui, il Del Griffith tramutato in zio Buck tenta ancora di restare aggrappato con le unghie a quella superficialità, ma intanto sperimenta l’altra faccia della medaglia, il confronto con la realtà, i rapporti affettivi, le difficoltà, il dolore.
Non è più tempo per correre su auto in fiamme (Un biglietto in due) né su auto che spetazzano fumo nero (Io e zio Buck). È tempo, forse, di cominciare a prendere la vita per quel che è. Salutare l’età dei giochi (il freeze-frame finale) e accettare di esserci, anche se spesso fa male.

Curiosità: il film ha generato due serie televisive interpretate da tutt’altri attori, una nel 1990, sopravvissuta per una sola stagione, e una in versione all-black nel 2016.

Extra: galleria fotografica.
Info
La scheda di Io e zio Buck sul sito di CG Entertainment.
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