Solo: A Star Wars Story

Solo: A Star Wars Story

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La saga sempre più espansa di Guerre Stellari ritrova con Solo: A Star Wars Story quella originaria libertà di movimento che è preclusa alla nuova – e un po’ balbettante – trilogia. Lo spin-off di Ron Howard non ha la portata emotiva e la vigorosa messa in scena di Rogue One, ma riesce a colmare l’incolmabile vuoto lasciato dall’icona fordiana: Alden Ehrenreich si cala nei panni di un Solo giovane, in fieri, dimostrando di aver studiato a fondo la caratterizzazione di Harrison Ford. Rollercoaster che guarda agli anni Ottanta, Solo: A Star Wars Story è stato presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2018.

Gli eroi son tutti giovani e (ri)belli

Attraverso una serie di rischiose bravate e audaci imprese vissute nel pericoloso sottobosco criminale galattico, Han Solo incontrerà il possente wookiee Chewbacca, il suo futuro copilota, e Lando Calrissian, noto giocatore d’azzardo, in un viaggio che definirà il destino di uno dei più improbabili eroi di una galassia lontana lontana… [sinossi]

Ancor prima di fantasy e fantascienza, è avventura la parola chiave di Solo: A Star Wars Story, secondo tassello della Star Wars Anthology. Passato dalla affiatata coppia Phil Lord & Christopher Miller al più aziendalista ed esperto Ron Howard, ma soprattutto scritto da Jon e Lawrence Kasdan, Solo non gode della libertà narrativa di Rogue One ma non deve nemmeno sottostare a tutti paletti delle trilogie: pescato dal calderone il convincente Alden Ehrenreich (sì, certo, non è Harrison Ford), rimesso a nuovo Chewbacca, questo spin-off viaggia a tutta velocità, inanella ottime sequenze e coglie in pieno lo spirito della saga (e del Millennium Falcon). Woody Harrelson si cala nella parte in mezzo secondo; Emilia Clarke ci prova.

Cosa manca a Solo: A Star Wars Story? In verità, quasi niente. Emilia Clarke non è Felicity Jones e Qi’ra non è Jyn Erso, ma questo si sapeva già. Tra l’altro, il centro gravitazionale è quasi tutto al maschile: il giovane Solo, il mentore sui generis Beckett (Harrelson), il compagno di bisboccia Lando Calrissian (Donald Glover, che si è già guadagnato un altro spin-off). Efficace ma secondario Dryden Vos, cattivone incarnato dal sempre puntuale Paul Bettany.
Riavvolgiamo il nastro e torniamo a quel quasi. Lawrence e Jonathan Kasdan riservano passaggi preziosi per alcune anime ribelli. Dimostrando di avere un occhio focalizzato sulle trilogie e uno su Rogue One, i due Kasdan tratteggiano un altro droide militante, L3-37, creatura meccanica piuttosto pasionaria. Ha le idee chiare L3-37. Ha un cuore. E ha un’anima. Tra corse sfrenate, duelli, trincee che riecheggiano la Prima guerra mondiale, voli a rotta di collo tra asteroidi e fuoco nemico, gag più che riuscite e tutto quel che segue, L3-37 ha almeno due sequenze assai significative. E commoventi.

Uno dei vantaggi degli spin-off, che possono aprire ampie e stratificate parentesi narrative partendo da una mezza frase (Rogue One) o da una giovinezza tutta da scrivere (Solo), è la possibilità di creare personaggi a tutto tondo, liberi dai legacci della trilogia, tutti potenzialmente sacrificabili – e torniamo all’episodio di Gareth Edwards, alla mattanza da war movie, alla commozione e ai lacrimoni. A Star Wars Story è infatti una sotto-saga di eroi, tutti giovani e belli. Tutti giovani e ribelli. La deviazione narrativa di Solo e Rogue One permette agli sceneggiatori di aggiustare il tiro, di porre rimedio ai tagli sconsiderati di Star Wars – Il risveglio della Forza e ai ritorni miracolosi di Star Wars – Gli ultimi Jedi: Solo torna a essere l’icona immortale, il buono ma non troppo, l’avventuriero che spara per primo (altro che digitale e ritocchini, Mr. Lucas!), lo spaccone che trova sempre una via d’uscita. I Kasdan disegnano per il giovane Solo un percorso di maturazione à la Jedi – il rapporto maestro/allievo, a suo modo paterno/filiale, con Beckett – ma senza la Forza e i fantomatici midichlorian.

Già, quello che manca. L’altro vantaggio è proprio l’assenza degli Jedi. La dimensione umana (o robotica) dei nostri eroi richiede altre dinamiche nelle sequenze d’azione, negli scontri, nelle scelte etiche. Non dovendo fare i conti con la Forza, e dovendo seguire i dettami dei Kasdan, Howard si mette a sevizio della causa, dimostrando ancora una volta di essere un regista perfettamente integrato nell’industria hollywoodiana. Rapido ed efficace. Capace di impennate e tonfi, Howard confeziona un rollercoaster dal retrogusto quasi nostalgico, anni Ottanta, come se al fianco di Solo ci fosse anche Indiana Jones: in questo senso, la prima parte (una sorta di macro-incipit) è ammirevole, un luna park senza soluzione di continuità, con idee che si rincorrono a tutta velocità – siamo catapultati tra le trincee di una simil-Prima guerra mondiale, si passa a una parentesi che riecheggia La parete di fango, fino al gran botto di una futuristica grande rapina al treno. I Kasdan e Howard ci lasciano anche respirare, soprattutto nella parte centrale, ma Solo: A Star Wars Story ha un ritmo e una compattezza narrativa che altre saghe faticano a tenere.
Ai confini dell’Impero, lontani dalla Forza e dal suo lato oscuro, tra droni malmessi e avanzi di galera, tra comparse della grande Storia, l’universo narrativo di Guerre Stellari trova ancora una volta nuova linfa. Nella galassia lontana lontana, rilanciate da Michael Giacchino e John Powell, risuonano ancora le note di John Williams. Col naso all’insù, possiamo continuare a cercare il Millennium Falcon…

Info
La scheda di Solo: A Star Wars Story sul sito di Cannes 2018.
Il trailer originale di Solo: A Star Wars Story.
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