Tully

Tully, tata per la notte, arriva in soccorso di Marlo e della sua psiche, minata dalle fatiche che un terzo figlio porta con sé. Jason Reitman torna ad avvalersi della collaborazione in fase di sceneggiatura di Diablo Cody dopo Juno e Young Adult, ma il risultato appare meno convincente anche per via di una scelta finale che sembra in parte smentire l’architettura narrativa.

La mamma è sempre la mamma

Marlo sta per avere il terzo figlio, sebbene lei e il marito non siano certo ricchi, abbiano già due bambini che danno parecchio da fare e il tempo scarseggi. All’arrivo della neonata, Marlo si fa convincere dal fratello benestante a ingaggiare Tully, una giovane “tata per la notte” che pagherà lui e che permetterà a Marlo almeno di dormire e prendersi più cura di se stessa. [sinossi]

Se Mary Poppins arrivava dal cielo per salvare, in fondo, Mr. Banks, anche Tully (Mackenzie Davis) giunge nella notte per non far impazzire la povera Marlo (Charlize Theron, molto brava), che all’arrivo del terzo figlio e con altri due da badare è a un passo dall’esaurimento totale. Il terzo film (dopo Juno e Young Adult) diretto da Jason Reitman e scritto da Diablo Cody – che è madre di tre bambini e al regista del bellissimo Tra le nuvole ha proposto il progetto – parla di “baby blues”, della depressione e dei sentimenti conflittuali che possono accompagnare la donna dopo il parto e che la sceneggiatrice ha dichiarato di aver vissuto. Un tema poco frequentato a Hollywood e che contrasta con la radicata e diffusa immagine idilliaca della maternità. Se è quindi apprezzabile, sulla carta, il coraggio di Reitman&Cody nel mostrare il lato oscuro della “gioia più grande del mondo”, tirando le somme, lo sviluppo narrativo risulta fiacco e deludente.

La prima mezz’ora fornisce due elementi che potrebbero portare a uno sviluppo intrigante: la fisicità di una molto appesantita Theron costringe lo sguardo dello spettatore sulla realtà organica, per nulla edulcorata, di una donna al nono mese di gravidanza; si mette poi sul piatto il confronto tra due famiglie con tre figli, quella di Marlo e quella del fratello, che è molto abbiente. Per Marlo avere due bambini è una responsabilità che risucchia ogni energia (figuriamoci averne tre…), mentre per una famiglia ricca avere nuovi pargoli è una rosa senza spine perché le spine sono destinate a tate, governanti, asili privati e comunque a non essere viste né percepite. Basta pagare. Marlo, che economicamente si barcamena, affronta invece ogni giorno problemi su problemi in prima persona, non troppo supportata da un marito buono ma un po’ bambinone. Tully mantiene fino alla fine l’attenzione sulla fisicità della neo-mamma mentre elabora in maniera consolatoria la questione del ceto con l’abnorme differenza che essa comporta nella gestione della prole: se è il fratello ricco a suggerire a Marlo di prendere una tata per dormire in pace, quando si materializza Tully tutto lo sviluppo narrativo si ripiega nell’intimità. La tata è una ventiseienne scoppiettante, dal corpo sinuoso e dall’eloquio troppo brillante, come “un libro divertente per bambini secchioni”: il suo arrivo in casa di Marlo è la svolta del film e ovviamente tra le due donne si costruirà un rapporto che fornirà la progressione emotiva della protagonista e porterà l’intreccio su di un binario ambiguo. Il che potrebbe essere, ancora una volta, intrigante. Ma la risoluzione della relazione, dopo l’acme negativo, rischia il ridicolo e soprattutto scivola in un istante nella ricomposizione famigliare e nell’accettazione pacificata che le cose vanno come noi le abbiamo fatte andare. Man mano che si concentra sul rapporto tra bambinaia e protagonista, Tully perde radicalità e forza (e tra i tre titoli che segnano la collaborazione Reitman-Cody è senza dubbio il meno pungente). A cosa è servito vedere la Theron che si munge le tette nel cesso di un bar, la sua pancia flaccida, la sua difficoltà a evacuare, il bel montaggio di “sveglia-pannolino-poppata-esaurimento” ripetuto in loop, se poi alla fine il punto era “solo” chiedere una mano per ricaricare le pile? A cosa serve essere volutamente sgradevoli nell’esprimere quanto sia anche devastante la maternità, per poi dirci che Marlo ha scelto “la panchina” nel gioco della vita quindi tutto ciò che la panchina comporta? Che se la scuola tratta male suo figlio perché loro non sono ricchi, lei è depressa, ha scelto l’uomo più stabile e noioso del mazzo, non ha sfruttato i suoi studi, in fondo tutto questo la rispecchia dunque bisogna far pace con la vita? Evidentemente sì, vista la scena finale (che strizza l’occhio a quella di Juno).

Infarcito dalle solite battute brillanti della Cody, Tully affronta una questione rilevante cercando una certa originalità, ma lo fa senza lasciare un graffio, senza affondare la lama, lanciando il sasso e nascondendo la mano, forse per timore di aggredire un tema delicato e “sensibile”, come quello della maternità, in maniera troppo caustica per un prodotto destinato al largo consumo. Peccato, perché Jason Reitman (classe 1977) è uno dei pochissimi registi hollywoodiani interessati alle dinamiche della contemporaneità con personaggi in bilico tra caos e bisogno di equilibrio, a figure ibride, incompiute e un po’ mostruose (come lo era la Theron nel molto più riuscito e intelligente Young Adult), avendo sempre ben presenti le conseguenze esistenziali delle condizioni economiche e soprattutto delle illusioni aspirazionali. Reitman fino a Young Adult è di certo uno degli autori più coraggiosi cresciuti in questi spenti anni americani, uno che vuole mettere in scena delle storie che guardino le persone reali e sappiano cogliere caratteri creati dalle contraddizioni della società reale. Insomma Reitman si era contraddistinto per l’abilità – tutt’altro che diffusa – di tenere assieme conflitti intimi e cortocircuiti sociali, disegnando personaggi che sono anche prodotti di un organismo più grande di loro e che sono chiamati a trovare in questa organizzazione una loro peculiare posizione. Tully non sfugge del tutto a questo disegno, ma alla fine prevale nettamente la vicenda interiore dimenticando i conflitti esterni e oggettivi – che pure ci vengono presentati – che rendono la genitorialità una bella avventura per alcuni e un potenziale incubo per altri. Il rimpicciolimento del racconto nella relazione con Mary Poppins-Tully riduce anche il film, in cui la presenza di un fratello ricco – che rende possibile l’arrivo della bambinaia – risulta solo un escamotage di sceneggiatura destinato a essere superato dal risveglio di una “mamma di ferro”, una mamma che ce la può sempre fare per amore della famiglia che ha tanto desiderato.

Info
Il trailer di Tully.
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