La quietud

La quietud

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Con La quietud l’argentino Pablo Trapero inscena una tragedia in cui il “male” si trasmette geneticamente ed è fecondato artificialmente dalla Storia. Ma la metafora perde gradualmente la sua forza, insieme al senso della misura.

E profondissima quiete

Dopo lunghi anni di assenza, e a seguito dell’ictus di suo padre, Eugenia ritorna a La Quietud, la tenuta di famiglia vicino a Buenos Aires, dove ritrova la madre e la sorella. Le tre donne sono costrette ad affrontare i traumi emotivi e gli oscuri segreti del passato che hanno condiviso sullo sfondo della dittatura militare. Emergono rancori sopiti da tempo e gelosie, il tutto amplificato dall’inquietante somiglianza fisica tra le due sorelle. [sinossi]

Probabilmente la cantautrice cilena Mon Laferte non pensava alla sua famiglia quando ha composto il brano “Amor completo”, ma Pablo Trapero deve aver percepito che in quel refrain “Amor inquieto, amor drogado, amor completo” si nascondeva una descrizione sintetica ed efficace della natura tossica e totalizzante dei legami familiari. La graziosa pop-song ricorre infatti più volte all’interno di La quietud acceso melodramma del regista argentino, che torna a Venezia, questa volta fuori competizione, a tre anni da Il clan, che gli aveva fruttato un Leone d’Argento alla regia.

L’amore inquieto, drogato e completo è qui quello che tiene insieme una ricca famiglia che vive alle porte di Buenos Aires, nella vasta tenuta denominata “La quietud”. Senza perdere troppo tempo in convenevoli, Trapero apre il film con l’evento drammatico scatenante (ne seguiranno a ruota molti altri): l’ictus che colpisce il pater familias, appena convenuto in tribunale per testimoniare su una questione che riguarda le sue proprietà. Il malore riduce l’anziano avvocato, questa era la sua professione, in stato comatoso e provoca il rimpatrio della figlia maggiore Eugenia (Bérénice Bejo), l’unica della famiglia ad essere rimasta in Francia anche dopo la fine della dittatura.
È soprattutto sul legame tra Eugenia e Mia (Martina Gusman, attrice feticcio di Trapero per cui ha recitato in Elefante blanco, Carancho, Leonera, Nacido y criado) che La quietud si concentra, una sorellanza senza filtri, densa di ricordi, di estati adolescenziali e fidanzati condivisi. Trapero osserva le sue protagoniste con una curiosità viva e mai morbosa, anche quando le ritrae intente a masturbarsi insieme; prosegue poi inanellando i loro comportamenti libertini – e quelli dei rispettivi partner – senza cedere ad alcun giudizio morale. Eugenia è sposata con Vincent (Edgar Ramírez), ma ogni volta che le capita va a letto con Esteban (Joaquín Furriel), figlio del socio di suo padre. Mia, invece, va a letto con il marito della sorella. D’altronde, erano fidanzati ai tempi della scuola, anche se è stata Eugenia poi a sposarlo.

Forte di una scrittura inizialmente assai ben calibrata, La quietud innesta con il contagocce le prime increspature nel suo affresco familiare. C’è un’assai spassosa e destabilizzante discussione tra la madre Esmeralda (Graciela Borges) e la figlia minore Mia sulla datazione di un ricordo estivo poi, sempre Mia, redarguisce la genitrice perché la donna definisce “governo militare” quella che è stata di fatto una dittatura. C’è del marcio a La Quietud, l’odore dello sterco dei cavalli inizia a trapelare dallo schermo. Anche le reazioni di fronte all’annuncio della gravidanza di Eugenia, a ben guardare, hanno qualcosa di sfasato, impalpabilmente malsano. La morte del padre poi farà il resto, lasciando che menzogne e verità vengano alla luce in un putiferio di colpi di scena, non tutti a dire il vero riusciti. Ma non è solo la natura ipertrofica del racconto, qualità che d’altronde ben si addice al genere del melodramma familiare, a smantellare quella costruzione meticolosa che per buona parte del film sembra funzionare.

Ma andiamo con ordine. Quando emerge l’ancoraggio dei sottotesti incestuosi ed endogamici alla “Storia”, alle vicende politiche argentine, La Quietud appare potente ed efficace. Tutto ciò si palesa nel corso della lunga confessione della mater familias, dove le orribili vicende relative all’ESMA, la famigerata Scuola di meccanica dell’esercito (e dunque alla dittatura militare), vengono a intrecciarsi con quelle della famiglia, tutto sembra trovare in questa vicenda il proprio posto, il proprio senso. Peccato però che subito dopo il film di Trapero faccia un passo indietro, riconnettendo la tragedia collettiva a una questione privata di violenza familiare con gravidanza indesiderata. La serie di contrattempi rocamboleschi in cui incorrono le protagoniste durante e dopo il funerale del padre, smantella poi quel che restava di una tragedia in cui il “male” si trasmette geneticamente ed è fecondato artificialmente dalla Storia.

Va detto che Pablo Trapero in La quietud serba di fatto intatto il suo talento di metteur en scène, tra eleganti carrellate, cambi di fuoco a vista, controluce dorati al crepuscolo, dettagli epidermici, luci che vanno e vengono, una predilezione per gli agenti atmosferici e la natura. Ma soprattutto resta evidente uno dei punti di forza del suo cinema, ovvero la grande cura nella direzione attoriale, con l’ottimo cast qui mai trascurato e sempre tenuto al centro di ogni cosa. Ripensando poi alla filmografia dell’autore, sembra che oggi i suoi personaggi siano meno disperati di un tempo e il suo cinema più di ampio respiro e a target popolare, come dimostra la recente incursione nel thriller a sfondo mafioso con Il clan o l’adesione al melodramma familiare ora con La quietud. Ma in questa direzione intrapresa verso una forma, seppur personale, di “classicità” Trapero pare perdere volontariamente il senso della misura e andare gradualmente a intaccare, forse anche un po’ masochisticamente, ogni costruzione prima limata, svilendo così il senso di una metafora che deve essergli apparsa ad un certo punto fin troppo semplice e “perfetta”.

Info
La scheda di La quietud sul sito della Biennale.
Il trailer de La quietud.
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