Lupin III

Torna in cofanetto la prima serie di Lupin III, prodotta tra il 1971 e il 1972 dalla Tokyo Movie e diretta da Masaaki Ōsumi, Isao Takahata e Hayao Miyazaki. Una serie breve per l’epoca, ventitré episodi, inizialmente poco fortunata, ma che via via ha conquistato il pubblico nipponico e internazionale. In dvd e blu-ray con Yamato Video e Koch Media.

Ricercato da tutte le polizie del mondo, soprattutto dall’ispettore Koichi Zenigata dell’Interpol, Arsenio Lupin III è il nipote del ladro gentiluomo Arsenio Lupin. Degno erede del nonno, Lupin ha un validissimo braccio destro, Daisuke Jigen, infallibile con la sua amata Smith & Wesson 19. Ai due si unisce spesso la bella e astuta Fujiko Mine, non sempre affidabile e pronta a farsi gioco di Lupin, evidentemente innamorato di lei. Inizialmente rivale di Lupin, si unisce alla banda anche il riflessivo e letale samurai Goemon Ishikawa XIII… [sinossi]

1979. I palinsesti delle reti televisive italiane sono zeppi di serie animate giapponesi. Una sorta di pacifica invasione, che vedrà formarsi schieramenti opposti: da una parte i detrattori (tipo le associazioni dei genitori et similia) dei cartoni animati del Sol Levante, dall’altra le persone di buon senso. Per ripercorrere questa epoca pionieristica degli anime in Italia è sempre validissima la lettura del tomo Mazinga nostalgia di Marco Pellitteri, che ovviamente ritaglia uno spazio importante per Le avventure di Lupin III, ovvero la serie della giacca verde, prodotta nel 1971 ma arrivata nel Bel Paese solo agli sgoccioli del decennio – «la serie […] non ottenne il successo sperato, anche se negli ultimi dieci episodi intervenne la mano del grande Hayao Miyazaki per l’animazione; tuttavia le prima ventitré puntate gettarono le basi per la canonizzazione noir del personaggio» [1].

Il successo. Partiamo da qui. L’idea di ripubblicare il cofanetto di Lupin III non è ovviamente campata in aria, rientra nell’ampio progetto della Yamato e della Koch di rilancio dei titoli storici ed è l’ennesima testimonianza della straordinaria longevità di un personaggio e di un immaginario che, tra alti (Il castello di Cagliostro) e bassi (Lupin, l’incorreggibile Lupin), si dimostra eternamente giovane – a parte i numerosi lungometraggi, non sempre all’altezza, lo spin off Lupin the Third – La donna chiamata Fujiko Mine (2012) ha portato nuova linfa, seguito poi da Lupin III – L’avventura italiana (2014) [2].
L’insuccesso. Incredibile, ma vero. A quasi mezzo secolo di distanza, possiamo considerare l’insuccesso iniziale de Le avventure di Lupin III come un bivio fondamentale, persino un colpo di fortuna. Ovviamente non sarebbe d’accordo Masaaki Ōsumi, rimpiazzato e oscurato dal fantastico duo Miyazaki & Takahata. A onor del vero, le puntate dirette da Ōsumi sono memorabili, il taglio adulto è avvincente: al di là del folgorante primo episodio, Trappola su quattro ruote, che ridisegna buona parte dell’immaginario erotico (pre)adolescenziale, impossibile non citare quantomeno La barriera invisibile e L’evasione di Lupin, due capolavori. Episodi che ci mostrano un Lupin beffardo, tagliante e spigoloso come il suo character design, anche spietato: non mancano cadaveri, vendette, morti dolorose. E non mancano avversari assai temibili, come Whisky de La barriera invisibile. Nei primi episodi Lupin ha un ghigno che diventerà poi un sorriso, conosce la sconfitta, anche bruciante, ed è sfiorato ripetutamente dalla morte. Una morte cercata, sfidata e sconfitta, come ne L’evasione di Lupin, gioiello di scrittura che condensa in ventidue minuti lo scorrere implacabile di quattro stagioni.

La genesi produttiva de Le avventure di Lupin III è piuttosto complicata ed è la perfetta cartina tornasole del caos (anche creativo, fertile) che regnava nell’industria degli anime agli inizi degli anni Settanta. Per molti animatori, sceneggiatori e registi il post-Toei equivaleva a un lungo girovagare tra studi di produzione nuovi e spesso già morenti, tra progetti riposti dentro un cassetto, ridimensionamenti artistici e via discorrendo. Più o meno il percorso di Isao Takahata e Hayao Miyazaki, travolti dal fallimento al box office de La grande avventura del piccolo principe Valiant e scottati dal naufragio del progetto su Pippi Calzelunghe: l’approdo dei due alla TMS è merito di Yasuo Ōtsuka, character design della serie e trait d’union tra la fase Ōsumi e la fase Takahata/Miyazaki. Un cambio di rotta visibile anche a occhio nudo: i due nuovi registi intervengono anche sul piano estetico, ammorbidendo i tratti di Lupin e dei suoi compari. Tutto è arrotondato, meno affilato, in linea con gli aggiustamenti narrativi e lo slittamento del target. Le avventure di Lupin III guarda meno al pubblico adulto, diventa più solare, vira anche sul comico – si vedano il ritmo e le spassose trovate de I cimeli della famiglia Lupin e L’isola dei sogni perduti, puntata che segna la prematura chiusura della prima serie. Rispetto alle puntate iniziali e finali, la parte centrale della serie è meno decifrabile, con elementi delle due fasi che sostanzialmente coesistono, ma è chiaro che dopo la pace con Goemon (Il segreto delle tre pergamene) abbia iniziato a prevalere la linea giovane.

Icona popolarissima, Lupin deve buona parte della sua fortuna ai suoi altrettanto carismatici compagni di viaggio: Jigen, Goemon, Fujiko, ma anche al nemico-amico Zenigata. Alle macchine: la Mercedes SSK 1928 gialla, poi sostituita dalla Fiat 500 (protagonista di uno straordinario inseguimento nell’incipit de Il castello di Cagliostro, esordio al lungometraggio di Miyazaki ed ennesima dimostrazione dello sconfinato talento di Ōtsuka). Alle armi: la pistola di Jigen, la katana di Geomen e tutte quelle che Ōtsuka si è divertito a riprodurre fedelmente – una sua passione, come la macchine. Tutti questi elementi, fondanti e imprescindibili, trovano proprio nella serie del 1971 la loro migliore trasposizione, nonostante i limiti tecnici e di budget e le traversie produttive: pensiamo, ad esempio, alla messa in scena della resa dei conti di Furto alla cassa della banca centrale, con dinamismo e drammaticità abilmente tratteggiati in poche calibrate inquadrature. Erano gli anni in cui l’industria giapponese stava letteralmente reinventando l’idea stessa di animazione televisiva, superando a gran velocità la limited animation a stelle e strisce.

Le note dolenti de Il terzo sole, l’ammirevole meccanismo narrativo de Le carte da gioco di Napoleone, il valzer degli inganni di Caccia allo smeraldo: da qualsiasi angolazione la si voglia (ri)guardare, Le avventure di Lupin III è una delle serie chiave dell’età dell’oro dell’animazione televisiva giapponese. Per non perdere il filo degli episodi e per approfondire più di un aspetto vale la pena leggere l’ottimo booklet contenuto nel cofanetto, scritto da Francesco Prandoni, autore del seminale Anime al cinema, e da Silvia Rebez, che ha curato un doveroso capitolo sulle armi della banda e di altri personaggi (Whisky, Tatsu, Pank, Mamok). Nel compatto cofanetto targato Yamato/Koch, riedizione del precedente box Yamato/CG datato 2007, è contenuto anche il cortometraggio Lupin III: Pilot Film (1969) di Masaaki Ōsumi, piccola perla che era stata realizzata per ingolosire Monkey Punch, autore del manga originale, e per trovare finanziatori. Poi, in un modo o nell’altro, è andata bene. Anzi, benissimo.

Note
1. Luca Di Martno, Lupin III, in Marco Pellitteri, Mazinga Nostalgia. Storia, valori e linguaggi della Goldrake-generation, Castelvecchi, Roma 1999, pag. 398.
2. Segnaliamo i singoli spin off dedicati agli a Jigen e Goemon: Lupin III – La tomba di Jigen Daisuke (2014) e Lupin III – Uno schizzo di sangue per Goemon Ishikawa (2017).
Info
Lupin III, una delle sigle originali.
La scheda di Lupin III su sito della Koch Media.
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