Dolor y Gloria

Dolor y Gloria

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Sincero sguardo autoptico sulla propria crisi personale e professionale, Dolor y gloria di Pedro Almodóvar è un film effimero proprio come l’umana esistenza, la confessione filmata di un autore stanco, privo di energia e di desiderio. In concorso a Cannes.

Lo schermo vuoto

Salvador Mallo, un regista sofferente, fa il punto sulla sua vita. La sua infanzia negli anni ’60 quando, in cerca di prosperità, emigrò con i suoi genitori in un villaggio nella regione di Valencia, il primo desiderio, il suo primo amore, lo scrivere come unica terapia per dimenticare l’indimenticabile, la scoperta del cinema e il vuoto insondabile provocatogli dall’incapacità di continuare a girare film. [sinossi]

“Si scrive per dimenticare il contenuto di ciò che si è scritto”. In questa semplice frase, contenuta in Dolor y gloria, Pedro Almodóvar stigmatizza il significato e la ragion d’essere di questo suo nuovo lavoro, che appare dunque esplicitamente realizzato per sublimare la propria crisi personale e creativa, la propria mancanza di desiderio. E non è certo un caso, in tal senso, che in una scena del film troneggi su una scrivania una VHS consunta che promette “la sublimazione del porno”, forse un riferimento a quel vecchio cinema irriverente e libertino che l’autore non realizza più da tempo.

Lo sguardo autoptico del regista spagnolo è sincero, non vi è dubbio alcuno, ma Dolor y gloria, presentato in concorso a Cannes 2019, è un film triste senza essere pienamente drammatico, metanarrativo – con il suo continuo corto circuito tra realtà e finzione e tra letteratura, teatro, cinema – ma privo di una reale pregnanza teorica. Siamo distanti dalla tetra fantasmagoria del felliniano 8 1/2, e ancor di più dalla potenza riflessiva e autoriflessiva di Visita ou Memórias e Confissões, potente film testamento di Manoel De Oliveira realizzato dall’autore nel 1981 e per sua volontà mostrato al pubblico postumo, ben trent’anni dopo.

Per chiarire da subito la sua volontà autoritrattistica, Almodóvar lascia che sia Antonio Banderas, suo attore feticcio, ad incarnare il suo alter ego filmico Salvador, un regista in crisi, un artista che non riesce più a creare perché troppo concentrato sugli acciacchi fisici che lo affliggono e sulla propria, ma tutto sommato tiepida, depressione. Cogliamo il protagonista immerso in piscina, il corpo sfregiato da una lunga cicatrice, la posizione raccolta che chiarifica il suo desiderio di galleggiare, avulso dal mondo, in un accogliente liquido amniotico. La metafora uterina tornerà di lì a breve nei flashback del personaggio, cristallizzata in quell’attraversamento dei cunicoli della casa-grotta in cui Salvador ha trascorso la propria infanzia. Una tana perfetta per un infante, ma un luogo orribile per la madre, che, quasi a voler ancora rafforzare il bisogno di protezione di Almodóvar, è qui incarnata dall’amata Penelope Cruz.

L’unico reale evento raccontato in Dolor y gloria è la riappacificazione di Salvador con l’amico Alberto Crespo (Asier Etxeandia), protagonista del suo vecchio film Sabor, ora restaurato dalla cineteca di Madrid e pronto per una pubblica presentazione da parte dei due. Evento che avrà due conseguenze: Salvador inizierà ad assumere eroina e ritroverà poi, stavolta attraverso il teatro, un suo vecchio amore, Federico (Leonardo Sbaraglia). Tutto ciò avviene però in circa 20 minuti del film, che per la restante durata è affollato di flashback con bozzetti d’infanzia (particolarmente kitsch il primo, con le donne che fanno il bucato al fiume cantando) e dagli incontri di Salvador con la fedele amica e assistente, utili solo a raccogliere qualche pensiero sparso del personaggio. Pensiero che, spesso non ha la profondità che dovrebbe avere, dato che oltre alla citazione qui trascritta in apertura si approda poi anche a un “il cinema mi ha salvato”.

Appare poi una inconsistente boutade l’idea di utilizzare le materie scolastiche come ulteriore viatico per l’autoanalisi, la lista si interrompe infatti dopo le sole “geografia” e “anatomia” (con relativo, gustoso elenco animato dei vari acciacchi di salute), così come avviene, con costante intermittenza, ad altri elementi di Dolor y gloria, come al film restaurato, ai flashback, alle metafore cinematografiche e teatrali, a quella doppia, e infine tripla messinscena del rapporto tra il regista e il suo autore. Ogni idea, ogni trovata di Dolor y gloria appare troppo presto trascurata, come se fossero giocattoli dal rapido consumo, poi abbandonati sul pavimento.

Assai più interessante e riuscito è invece il discorso su “corpo e anima” e la frustrazione di non poterli scindere. Perché sono entrambi malati, entrambi sani. E forse, proprio come quel vecchio film ora restaurato, non sono davvero cambiati, lo è il loro autore-proprietario.
A ben guardare, in questo marasma “zibaldonico” di pensieri di Almodóvar su se stesso, è proprio nella messinscena del corpo, ferito, fiaccato dai dolori, deprivato del desiderio sessuale, che il regista riesce a coagulare le varie ragioni della sua inquietudine e della mancanza di energia che ha contagiato come un virus il suo cinema e dunque questo film. Un film effimero proprio come l’umana esistenza, in cui l’autore si guarda allo specchio per confessare che non ha più voglia.

Info
La scheda di Dolor y Gloria sul sito del Festival di Cannes.
Il trailer di Dolor y Gloria.
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