L’Âge d’or

L’Âge d’or

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A quasi novant’anni dalla sua realizzazione L’Âge d’or irrompe in Cannes Classics dimostrando – qualora fosse necessario – la straordinaria modernità del cinema di Luis Buñuel e del suo linguaggio estetico e politico.

Scorpioni come uomini

Il film narra i tentativi di una coppia di amanti di “consumare” la propria relazione romantica. Essi però sono continuamente frustrati dai valori borghesi e dai tabù sessuali imposti da istituzioni autoritarie quali famiglia, chiesa, e società. [sinossi]

Sono trascorsi quasi novanta anni dalla realizzazione de L’Âge d’or, e ne sono passati poco meno di quaranta dalla morte di Luis Buñuel. Il tempo è andato e i verbi da utilizzare per il film e il suo autore devono essere declinati al passato. La dittatura della cronologia pretende che il presente sia appannaggio esclusivo del contemporaneo. Mai come nel Novecento e nel terzo millennio la spinta verso un ipotetico futuro (del tutto preventivabile, a saper leggere le congiunture economiche, ma ammantato a scopo meramente promozionale di una coperta di imprevedibilità) ha fatto muffire con rapidità sospetta i frutti del passato, prossimo o remoto che fosse. Agli occhi della gioventù odierna, di quegli adolescenti chiamati “millenial”, la lingua de L’Âge d’or rischia di apparire più incomprensibile dei geroglifici della tomba di Tutankhamon o del demotico inciso sulla stele di Rosetta. Prima di lanciare strali contro le nuove generazioni, però, sarebbe opportuno chiedersi come tutto questo sia stato possibile. Vale a dire: come si è giunti al punto di considerare Buñuel, e con lui i suoi molteplici capolavori, reliquie del passato, oggetti degni di una collocazione museale? Perché pare evidente come l’apolide per eccellenza della Settima Arte sia prepotentemente “contemporaneo”, moderno, attuale. È semmai il sistema condiviso di lettura e interpretazione delle immagini ad arrancare, incapace di precorrere il tempo e di tenere il suo passo. Succube.

L’Âge d’or è un film in perenne rivoluzione, e che ai suoi contemporanei arriva durante e dopo una lunga serie di rivoluzioni, politiche e culturali. Se il sogno marxista-leninista si sta già trasformando nell’incubo staliniano (ma questo si scoprirà con dovizia di particolari solo molti anni più tardi), l’Europa ribolle nel deflagrare apparentemente inarrestabile delle avanguardie. Il fascismo dopotutto è ancora un problema solo italiano, il nazionalsocialismo una minoranza rumorosa ma non troppo significativa, il nome di Francisco Franco e António de Oliveira Salazar non dicono granché. In Spagna si gettano le fondamenta per il biennio socialista, in Francia per il Front populaire. E lo spagnolo di stanza a Parigi Buñuel nel 1929 squarcia l’occhio dello spettatore, armato di rasoio. Nulla più sarà come prima, dopo quel taglio. Un chien andalou combatte la logica dominante, la prassi, lo scorrere del tempo, e lo fa utilizzando le armi della visione, dell’immagine, del montaggio. Si entra nell’età dell’oro, anche se forse in pochi se ne renderanno realmente conto. E quell’età dell’oro Buñuel non la abbandonerà mai.
Rimanendo sulla superficie traslucida del racconto L’Âge d’or non è altro che la storia di un desiderio erotico ardente che non riesce mai a venire soddisfatto. Niente più di questo. Una coppia eccitata alla quale viene impedito di placare il proprio erotismo. Materia che sarebbe adatta anche a uno sketch comico, e infatti Buñuel e Salvador Dalí (fedele sodale in queste avventure estetiche) non lesinano in sarcasmo. È a suo modo un film comico, L’Âge d’or, ma il suo riso non ha alcuna voglia di soddisfare gli appetiti lubrichi della grassa e oscena borghesia. Quella borghesia Dalí e Buñuel la vogliono sventrare, scarnificare, massacrare pezzo per pezzo. Non è una risata complice, quella che si solleva, bensì rancorosa, sfibrante, distruttiva. Se una risata non possiede ancora la forza di seppellire i nemici, può almeno permettersi di sovvertire l’ordine. Il surreale è utile a uno scopo simile. Ma quali sono i nemici contro i quali scagliarsi? Presto detto: la morale, l’ordine costituito (ben diverso da quello naturale, dove i due scorpioni possono battersi ad armi pari). La Chiesa e lo Stato. Nemici invisibili e tragicamente materiali. Ostacoli. Il cinema di Buñuel è disseminato di ostacoli percepiti ma non compresi, come insegna in maniera lapalissiana L’angelo sterminatore. La borghesia vi si è accomodata, accettandoli come normali, il compromesso dal quale non si può evadere. L’Âge d’or non prevede però compromessi, e l’arma da utilizzare per portare a termine questo attacco all’arma bianca è la più sconcia possibile: la bestemmia. “Je vous dis merde!” erutterà solo pochissimi anni più tardi Tabard, lo studente ribelle di Zero in condotta di Jean Vigo, rispondendo a un professore. Lesa maestà, ovviamente. Censura, che proibirà Vigo ai suoi contemporanei, ai quali va dicendo che “tutte le uniformi sono merda”, per citare un celebre passaggio di Ultimo tango a Parigi, altro film che il potere della censura l’ha conosciuto, e bene.

“Me ne frego”, urla l’impotente nel film di Buñuel. La ghigliottina censoria, pretesa dei difensori della morale pubblica, si abbatté sul collo ben esposto de L’Âge d’or. Avrebbe probabilmente accettato il tono licenzioso del film, ma non poté tollerare l’immagine. Perché il cinema è immagine, e le figure retoriche utilizzate da Buñuel/Dalí si spingono oltre il limite invalicabile del comune senso del pudore. Non nel mostrare la sessualità, di fronte alla quale i damerini si coprono gli occhi con la mano solo per poter sbirciare meglio tra le dita. I benpensanti protestarono contro L’Âge d’or perché sbeffeggiava, con plateali punte di sarcasmo, l’ordine costituito e costitutivo. Ordine sacro, la Chiesa Cattolica, e ordine profano, quello militaresco e poliziesco. Nel suo movimento perpetuo tra tragedia e farsa L’Âge d’or architetta un ghigno crudele, selvaggio, che trova la propria consacrazione in una regia ispida e violentissima, eppur sempre sardonica. A un anno di distanza dal “cane andaluso” Buñel e Dalí danno vita al suo gemello eterozigoto. Lungo il doppio e soprattutto suo doppio, ma teso all’allargamento del discorso. Un chien andalou dichiara le forme della rivoluzione, L’Âge d’or ne proclama i contenuti. Insieme compongono un manifesto programmatico.
Al di là di questo L’Âge d’or è il brillante congegno di un bombarolo, il detonatore ideale per far esplodere le immagini. E le immagini esplodono, una dopo l’altra. Bruciano come incenso dissacratore. La ricerca perennemente negata del piacere produce un erotismo che è l’arma non omologata (ancora una volta difforme) per la distruzione del bigottismo, della morale borghese, dell’ottusità cattolica. Il mettere in scena Sade/Gesù alle prese con un postribolo non è vezzo blandamente anarcoide, ma un attacco al centro nevralgico dell’occidente, alle sue ipocrisie e idiosincrasie, al cuore di un impero del Male che cova da secoli, millenni, e che il cinema può far collassare, smembrandone le immagini sacre, svilendone gli idoli di terracotta. Un sogno, un’utopia rivoluzionaria potentissima, di fronte alla quale la stragrande maggioranza dei film – anche dei più ambiziosi – che vengono presentati sulla Croisette non può che scomparire.

Info
L’Âge d’or su Youtube.
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