Polaroid

Polaroid

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Polaroid è l’ennesimo horror a giocare da un lato con le regole del genere e dall’altro con l’immagine fotografata e costretta all’immobilità (o così dovrebbe essere). Nulla di particolarmente nuovo o interessante, ma un marchingegno gestito con professionalità. Dirige Lars Klevberg.

Immortalati

Le amiche Sarah e Linda stanno armeggiando con una scatola che contiene alcuni oggetti appartenuti alla defunta madre di Sarah. Trovano una vecchia macchina fotografica Polaroid, e Linda scatta una foto a Sarah per verificare se l’apparecchio funziona. Quella stessa notte Sarah nota che la fotografia mostra una figura oscura in piedi dietro di lei. Sente rumori inquietanti provenienti dalla soffitta. Viene quindi uccisa da un’entità sconosciuta. Alcuni anni più tardi, nella cittadina di Locust Harbor, la timida studentessa Bird sta finendo il suo turno in un negozio di antiquariato quando il suo amico Tyler le regala una vecchia macchina fotografica Polaroid trovata in un mercatino… [sinossi]

La Polaroid maledetta, o per meglio dire “posseduta”, che finisce nelle mani della sventurata adolescente Bird mettendo nelle peste lei e il suo gruppo di amici non è certo la prima macchina fotografica assassina della storia del cinema. Come dimenticare il fantasma vendicativo che infestava le fotografie sia nel thailandese Shutter di Banjong Pisanthanakun e Parkpoom Wongpoom che nel suo remake statunitense (ma ambientato in Giappone) Ombre dal passato di Masayuki Ochiai? La fotografia spiritica (sic!) di quei due film ha poi trovato parentele più o meno strette in Time Lapse di Bradley D. King, ma anche e soprattutto nell’italiano Smile di Francesco Gasperoni, che più di un dettaglio ha in comune con Polaroid, il lungometraggio che Lars Klevberg ha estratto da un corto omonimo che aveva diretto nel 2015. Klevberg, come Gasperoni, parte da due idee abbastanza diffuse: la visione della tecnica fotografica come “ladra di anime”, retaggio di filosofie arcaiche, e il fascino vintage dell’horror. Era un super-8 a ridestare il perfido Baghuul, demone babilonese protagonista di Sinister e del suo sequel (e sempre quel tipo di pellicola riprendeva l’alieno in Super 8 di J.J. Abrams), e l’orrore era celato in soffitta secondo un procedimento narrativo che fa tornare la mente ai tempi de La casa di Sam Raimi – in quel caso si ritrovava in cantina una voce registrata su nastro magnetico. Il passato tecnologico ben si sposa con l’horror perché contiene al proprio interno la suggestione dell’arcaico, e per traslato del mitico. E poco conta a ben vedere che i fatti a cui si fa riferimento siano accaduti solo pochi decenni prima, o che la Polaroid con tutti i debiti accorgimenti e migliorie sia tuttora in commercio.

Gioca interamente sul concetto di “passato”, il film di Klevberg. I ragazzi protagonisti non hanno mai visto una fotografia stampata, e a malapena conoscono i dettami minimi della fotografia, dell’impressione, dello sviluppo. Certo, non la timidissima Bird, che proprio per questo bizzarro amore per il fuori commercio viene un po’ ghettizzata dai compagni di scuola – non che lei faccia granché per integrarsi, va detto. Ama a tal punto gli oggetti appartenuti a un’altra epoca, Bird, da lavorare nei pomeriggi dopo scuola in un negozio d’antiquariato. Quale vittima migliore per la maledizione della Polaroid? Quando con quella determinata macchina – non è la tipologia a essere infestata, ovviamente, ma l’oggetto in sé – si scatta una fotografia, ecco che appare un’ombra sulla stessa. Un’ombra che arriva a ghermire il soggetto della foto, senza lasciare alcuna via di scampo. Quando Bird si accorge che qualcosa non va, dopo la morte di colui che le ha regalato la Polaroid – e che si era fatto scattare una foto dalla ragazza – e di una sua compagna di scuola, iniziano le inevitabili indagini che andranno a scoperchiare il solito nido di vespe, ben celato nella profondità delle villette borghesi a schiera.

Klevberg firma un film dalla narrazione molto prevedibile, e del tutto disinteressata a mettere in dubbio le certezze granitiche del genere e della sua rappresentazione negli ultimi anni. Se lo spettatore non proverà sentimenti di sorpresa nell’apprendere gli sviluppi della trama, c’è da dire che la messa in scena di Polaroid appare solida, priva di guizzi d’ingegno particolari ma allo stesso tempo in grado di evitare gli abissi di ridicolo in cui con troppa facilità molte produzioni horror contemporanee precipitano. Lo schianto in questo caso non avviene, e resta semmai il rammarico di non veder sviluppate alcune idee legate alla macchina fotografica, al concetto di riproduzione, all’idea di immortalare il reale raggelandolo in una forma statica. Su questo, in relazione a un essere soprannaturale in grado al contrario di muoversi da una foto all’altra, si sarebbero potute aprire riflessioni spettacolari e teoriche nello stesso momento e che restano invece qui completamente inerti.

Info
Polaroid, il trailer.
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