The River

The River

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Presentato all’Across Asia Film Festival 2019 il film vincitore per la miglior regia a Venezia Orizzonti 2018, The River (titolo originale: Ozen) del regista kazako Emir Baigazin. Un’opera contemplativa di ampio respiro, dalla composizione rarefatta delle immagini, dalla struttura metaforica, rigorosa, che scade tuttavia in qualche facile schematismo.

Tutto scorre

Una famiglia vive in un remoto villaggio kazako. Ci sono cinque figli. Il più grande, Aslan, diventa il vice del padre, incaricato di tutto il lavoro e delegando i compiti ai suoi fratelli minori. Equo e umano, simpatizza con i suoi fratelli quando sbagliano e accetta di incolparsi per loro nei confronti del padre. Un giorno Aslan porta i ragazzi al fiume, da allora, la vita cambia. I ragazzi diventano più diligenti nelle loro faccende quotidiane, mentre il fiume diventa il fulcro della loro vita. Un giorno un visitatore misterioso, Kanat, arriva al villaggio. Dal momento in cui Kanat mostra ai ragazzi i suoi giochi per tablet e computer, apre una porta sul mondo esterno. Un giorno, Aslan porta Kanat al fiume. Il ragazzo di città scompare. [sinossi]

Capitolo finale di una trilogia del regista kazako Emir Baigazin, che comprende Lezioni di armonia e The Wounded Angel, The River (titolo originale: Ozen) si svolge in un villaggio arretrato della parte meridionale, rurale del paese – mentre i precedenti film sono ambientati nella parte settentrionale, urbanizzata, estensione della Russia – e vede protagonisti cinque ragazzini di una famiglia governata da un padre padrone autoritario, intenti nei giochi quotidiani, di nascondino o simili, e nei pesanti lavori domestici, come fabbricare i mattoni, nelle nuotate nel grande fiume vicino al villaggio, o nelle passeggiate su un altopiano.

Presentato all’Across Asia Film Festival 2019, vincitore per la miglior regia a Venezia Orizzonti 2018 e passato ad altri vari festival, The River raffigura una situazione ancestrale, come una parabola allegorica di sapore biblico, in un’antica società patriarcale. La fotografia, dai colori scialbi, smorti, con predominanza del bianco, degli edifici, dei vestiti dei personaggi, e la composizione delle immagini, rarefatta, in cui i personaggi si ritagliano nel paesaggio, naturale o del villaggio, schematica, con molti fuori campo, concorrono a delineare questa atmosfera di astrazione, di una società atemporale, archetipica. La scena della punizione di alcuni dei fratelli, per esempio, è prima lasciata fuori campo, e si vede solo in un secondo momento ma fuori fuoco con il primo piano del volto del fratello più piccolo. I fratelli che si stagliano sull’altopiano, in composizione variabile a seconda della situazione narrativa, che si rotolano nella sabbia, o che si tuffano nel grande fiume, dall’acqua cristallina, sulla cui superficie si riverberano i raggi del sole.

Baigazin usa consapevolmente una fotografia patinata, estetizzante, per costruire questa atmosfera atavica, questa dimensione demiurgica delle acque del grande fiume, simbolo di libertà ma anche di pericolo, in cui si può nuotare o venire inghiottiti, Mnemosine e Lete, la memoria e l’oblio, il fiume paradisiaco e Stige. In questo contesto si mette in scena una ribellione rispetto all’autorità patriarcale, che matura consapevolmente con la crescita, di un genitore che peraltro si vede pochissimo, dove si prende anche in considerazione la possibilità, espressa dai ragazzi con tono normale, discorsivo, mai drammatico, di uccidere il padre. Possibilità poi scartata sempre sulla base di considerazioni logiche, e di convenienza.

Il punto di svolta del film è rappresentato dall’arrivo, misterioso, senza alcuna spiegazione, del bambino di città, con i suoi gadget ultramoderni, perennemente impegnato nei suoi videogiochi su tablet. Qui arriva la perdita dell’innocenza, la rottura di quell’eden pur imperfetto e governato da leggi inique. Arriva la seduzione della vita moderna, rappresentata dalla simulazione digitale, e del capitalismo, al pari di quella messa in scena in Nocturama da Bertrand Bonello. Si scatena il desiderio di possesso di quell’oggetto magico, ottenibile via baratto. E si apre un vaso di Pandora con gli istinti peggiori dell’umanità, e si rompono gli equilibri fraterni. Qui però Baigazin scade nel facile schematismo. La contrapposizione banale tra il ragazzino moderno e i fratelli, tra i giochi antichi, gli scacchi, le carte, il nascondino e il tablet portatore di corruzione, anche con i contenuti pornografici, la realtà e la simulazione digitale. I ragazzi sono affascinati da quello schermo e da quel vitello rappresentato, che sostituisce la realtà dei loro veri animali. E il mondo esterno a quel punto irrompe nella televisione che improvvisamente riprende a funzionare. Scorrono immagini, che non vediamo, tenute rigorosamente fuori campo così come quelle del tablet, ma che percepiamo dalla dimensione orale. La televisione passa una serie di messaggi, in lingua russa, in qualche modo cruciali per un paese come il Kazakistan, nazione nata dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica di cui rappresentava l’estremità dell’impero. Paese a metà tra Europa e Asia, cuscinetto tra Russia e Cina, grande paese senza sbocco al mare che, analogamente all’Uzbekistan rappresentato da Kiyoshi Kurosawa in To the Ends of the Earth, deve trovare altre valvole di sfogo acquatiche. E la televisione parla della Corea del Nord e del suo sistema dispotico, residuo del passato, dell’imperatore cinese Qin Shi Huang che fece costruire la Grande muraglia, della situazione in Medio Oriente.

Nell’ultima scena di The River abbiamo il ricongiungimento dei fratelli attraverso la ricomposizione della loro immagine, visti di spalle, che si siedono, arrivando in tempi diversi, sulla riva del fiume. Con il linguaggio visivo che domina tutto il film, il film si chiude. Un film che è un fiume allegorico in piena, che spesso però straripa, annegando i propri simbolismi. I topi, i corvi, la simulazione della pioggia alla finestra: metafore in eccesso che la fruizione del film non riesce a far assimilare.

Info
La scheda di The River sul sito dell’Across Asia Film Festival 2019.

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