Ayka

Pur girato con una certa personalità, Ayka di Sergej Dvortsevoj – in concorso a Cannes 71 – è costruito su un fastidioso determinismo sociale, che non permette mai di aderire alle mille disgrazie che capitano alla protagonista, una ragazza kirghisa che vive clandestinamente a Mosca.

Sono una ragazza sfortunata

Una giovane kirghisa di nome Ayka vive e lavora illegalmente a Mosca. Dopo aver dato alla luce suo figlio lo lascia in ospedale. Qualche tempo dopo, tuttavia, il suo desiderio materno la conduce a tentativi disperati di ritrovare il bambino. [sinossi]

Quel che più disturba di Ayka, film del regista kazako Sergej Dvortsevoj presentato in concorso a Cannes 71, è l’atteggiamento e l’impostazione da romanziere di fine Ottocento, da realismo sociale alla Émile Zola, che finisce per connotare il suo film secondo una forma di determinismo fatalistica e anche un po’ compiaciuta: Ayka è una giovane kirghisa che vive illegalmente a Mosca e dunque la sua condizione non può che essere disperata e in continuo peggioramento. C’è perciò l’idea del racconto educativo, utile a informare le masse su una condizione disagiata. C’è l’idea del porre l’attenzione su una piaga sociale, visto che i kirghisi non possono spostarsi dal loro paese per cercare lavoro in Russia, ma lo fanno lo stesso e si condannano così a una condizione di emarginazione e di sussistenza. E la conseguenza è che si finisce per percepire in ogni momento la distanza tra il regista e la sua protagonista, che non prende mai vita come personaggio e si connota piuttosto solo come corpo umiliato e offeso, disprezzato e scartato.

Ayka non viene salvato neppure dallo stile registico che Dvortsevoj ha scelto di utilizzare, uno stile nervoso e sporco che appare l’esatto opposto della classicità etnografica – e anche lì molto furba, anzi più che in Ayka – che caratterizzava il suo film più famoso, Tulpan – La ragazza che non c’era (2008). Uno stile che in questo caso guarda esplicitamente ai Dardenne e, in particolare, a Rosetta. Ma lì dove nei Dardenne la frenesia di movimento della loro protagonista valeva da traslato per un ostinato rifiuto ad aprirsi all’altro, qui pare solo una posa, uno strumento utile a enfatizzare una realtà iper-degradata. Dove non mancano comunque dei tratti di vivacità della messa in scena, ad esempio nella fuga iniziale di Ayka dal reparto di maternità o nella descrizione – agghiacciante – dello spennamento dei polli. Ma, per il resto, nel film di Dvortsevoj si indugia e si rovista nel fango, regalandoci la convinzione che le mille disgrazie che capitano alla protagonista siano veramente eccessive e siano dettate da una precisa – quanto ipocrita – volontà di sadismo: Ayka ha un debito che non riesce a ripagare, è stata licenziata da un lavoro da cui si è dovuta assentare per qualche giorno per partorire, cerca vanamente aiuto nella sorella, cambia il numero di cellulare ma viene comunque ritrovata dal super-cattivo (cattivo, tra l’altro, solo a parole) che vuole indietro il suo denaro, viene truffata insieme alle sue colleghe dall’uomo che le aveva impiegate nella fabbrica clandestina di pollame, e così via. Arriva perciò un punto in cui l’accumulo di sfighe supera il livello di tolleranza e di credibilità, finendo per far cadere Ayka nel ridicolo involontario.

Ma c’è un’altro elemento che infastidisce nel film di Dvortsevoj ed è il parallelismo tra uomini e animali. Da un lato, abbiamo il classico – e banale – discorso sulla ferinità dell’esistenza, dall’altro – in modo molto più subdolo – vi è un suggerimento secondo il quale Ayka si trova in una condizione persino peggiore di quella delle povere bestie che vengono portate nella clinica veterinaria dove la donna trova un’occupazione iper-temporanea. Non si spiega altrimenti, se non per mettere a confronto le due malattie, l’insistenza del regista nel mostrare un cane malato che viene persino operato davanti ai nostri occhi, mentre Ayka è lì accanto che tossisce e soffre. Non solo, in questo modo Dvortsevoj intende anche mettere in luce anche l’ipocrisia dei padroni di quegli animali, che si preoccupano solo dei loro cuccioli (uno ha addirittura un’iguana, e dunque è un borghese viziato), invece di prendersi cura di Ayka. Ma perché dovrebbero farlo, visto che non la conoscono e che non possono avere contezza delle sue traversie? E, poi, perché insistere così tanto sull’egoismo del prossimo, visto che non appare credibile che Ayka tossisca, si pieghi su se stessa, si addormenti in piedi e che praticamente nessuno le chieda se vuole una mano? L’obiettivo ovviamente è quello di mostrare una mostruosità sociale che però Dvortsevoj dà per assodata già in partenza, mostrandocela solo come dato di fatto, come orrore da esplicitare e intorno al quale, in fin dei conti, un po’ godere.

Info
La scheda di Ayka sul sito del Festival di Cannes.

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