The Lodge

Dopo Goodnight Mommy, con cui esordirono nel lungometraggio di finzione, Veronika Franz e Severin Fiala dirigono The Lodge, tornando una volta di più a ragionare sull’horror, e sulle dinamiche relazionali tra genitori e figli. Visto al Torino Film Festival e ora in sala.

La casa nel bosco

Mia e Aiden sono fratello e sorella, lei poco più di una bambina, lui un adolescente, e da poco hanno perso la madre. Da sei mesi vivono con il padre Richard, il quale vorrebbe che i figli conoscessero meglio la nuova fidanzata Grace, di diversi anni più giovane e con alle spalle un passato traumatico. Per Natale Richard organizza una vacanza in una casa isolata nei boschi, ma viene richiamato in città da un impegno: rimasti soli, Mia, Aiden e Grace sono costretti a passare il tempo insieme, circondati dalla neve e dentro una casa carica di misteri e tensione. [sinossi]

A giudicare dai loro primi due lungometraggi di finzione, vale a dire Goodnight Mommy e The Lodge, gli austriaci Veronika Franz e Severin Fiala sembrano particolarmente attratti da due elementi narrativi, uno strettamente legato al senso e l’altro alle forme della rappresentazione dello stesso. Il primo elemento riguarda i rapporti e le relazioni familiari tra genitori e figli; il secondo sceglie come foggia attraverso cui rilanciare il discorso il cinema dell’orrore. In questo senso The Lodge – già visto in Italia al Torino Film Festival dopo essere stato presentato un anno fa all’interno del programma del Sundance, nello Utah – appare in tutto e per tutto un aggiornamento dell’esordio, e in qualche misura una sua radicalizzazione. Sì, perché se è vero che sotto il profilo produttivo questo nuovo lavoro può contare su una solidità internazionale che lo trascina quasi in territori mainstream (producono Hammer e FilmNation, e c’è la stella nascente Riley Keough a guidare le fila del cast), proprio una simile collocazione, più prossima alla tipologia di film in grado di raggiungere ampie fette di pubblico, permette a Franz e Fiala di alzare l’asticella della propria sfida autoriale. Il film sceglie infatti, contrariamente rispetto a Goodnight Mommy, un’estetica se non popolare – termine in effetti un po’ troppo forte – quantomeno per nulla ostica per tutti gli habitué del cinema gotico. Tutto questo senza rinunciare mai all’aspetto narrativo fondamentale per i due registi (Franz, oltre a essere la moglie di Ulrich Seidl, è la zia di Fiala), e che trova il suo nucleo principale nella riflessione mai pacificata sui rapporti tra genitori e figli, e tra infanzia ed età adulta nel suo complesso.

In The Lodge troviamo Mia e Aiden, lei una bambina e lui il suo fratello adolescente. Hanno perso la madre e loro padre ha deciso che è giunto il momento di far loro conoscere la nuova compagna, una giovane donna che ha alle spalle un passato a dir poco traumatico. C’è dunque il lutto, la separazione, la crisi nel rapporto filiale: ma c’è soprattutto la volontà di ragionare una volta di più sullo spazio scenico, ridotto a una location. La claustrofobia che moltiplica le paranoie, e quegli spazi bui che sembrano celare segreti immateriali ed ectoplasmi, sia veri che frutto della fantasia. I due registi scelgono il loro vero protagonista, eleggendo la casetta nel bel mezzo del bosco, circondata dalla neve e dal silenzio della natura, come vero e proprio epicentro del discorso. Certo, ci sono Mia e Aiden e c’è Grace, costretti a condividere un luogo che è sentimentale prima ancora che reale, ma in fin dei conti a dettare le regole narrative del film è la baita. Non è certo un caso che il titolo sia The Lodge, dopotutto.
Franz e Fiala non fanno altro, a ben vedere, se non riprendere i dettami del gotico letterario. Il loro film, anche nella scelta delle singole situazioni, si diverte a dare del tu a opere come Giro di vite di Henry James e L’incubo di Hill House di Shirley Jackson, e non è certo casuale che se si dovessero trovare riferimenti cinematografici sarebbe lecito indirizzarsi verso The Others di Alejandro Amenábar o Suspense di Jack Clayton. Letto in questa chiave il film appare a tratti fin troppo ossequioso verso simili paragoni, quasi che i registi si sentissero obbligati a rispettare un canone ma fremessero allo stesso momento per dimostrare la loro personalità autoriale.

C’è da dire che The Lodge svolge nel migliore dei modi il proprio compito soprattutto nella prima parte, quella maggiormente introduttiva e dunque misterica: lì il gioco sull’assenza – della materia dell’orrore, ma anche del suono nell’inverno innevato, e della figura umana spersi come sono i protagonisti in mezzo ai boschi – si dimostra efficace, e perfino più profondo della semplice messa in scena dell’orrore. Come spesso capita è quando si deve sbrogliare la matassa che i nodi finiscono per venire al pettine. Più ci si approssima alla “soluzione” (che è praticamente l’unica possibile, agli occhi anche solo vagamente smaliziati) più si fa evidente il fardello che grava sulle spalle dei due registi. Troppo cinema esiste prima di The Lodge per far sì che una messa in scena pure elegante sappia elevarsi dal proprio livello per assurgere a grandezze ambiziose, e troppe immagini vivono prima di questo film in quell’interstizio tra realtà e soprannaturale in cui galleggiano anche la ragazza e i due figliastri. Ben più efficace semmai è la scelta davvero conclusiva, quella che scarta ulteriormente e dimostra che Veronika Franz e suo nipote hanno la capacità di incidere nella norma per scardinarla, svuotandola di morale per riempirla di sangue, non solo nel senso di plasma ma anche di virulenza espressiva. Qualora rimanessero nel campo dell’orrore, e delle produzioni non indipendenti, sarà interessante capire quali strade intraprenderanno i registi: per ora il gioco si dimostra elegante, ma forse un po’ sterile in fin dei conti.

Info
Il trailer di The Lodge.

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