Days

Presentato in concorso alla 70 Berlinale, Days è un’opera di Tsai Ming-liang dove un’esile narrazione, vicina a quella dei suoi primi film, viene diluita in quella lentezza contemplativa propria delle sue ultime opere. E un nuovo personaggio si affaccia nell’universo del regista taiwanese, Anong Houngheuangsy, in un ideale scambio di testimone con Lee Kang-sheng.

I’ll be loving you eternally

Kang vive da solo in una grande casa. Prova uno strano dolore di origine sconosciuta che difficilmente riesce a sopportare e che lo afferra tutto il suo corpo. Non vive in un piccolo e modesto appartamento a Bangkok dove cucina i piatti tradizionali del suo villaggio natio. Quando Kang incontra Non in una stanza d’albergo, i due uomini condividono le proprie solitudini. [sinossi]
I’ll be loving you eternally
With a love that’s true, eternally
From the start, within my heart
It seems I’ve always known
The sun would shine
When you were mine
And mine alone
I’ll be loving you eternally
There’ll be no one new, my dear, for me
Though the sky should fall
Remember I shall always be
Forever true and loving you
Eternally
Though the sky should fall
Remember I shall always be
Forever true and loving you
Eternally
Eternally, tema di Luci della ribalta di Charlie Chaplin

Il cinema di Tsai Ming-liang rappresenta un lavoro, partendo dai film che lo imposero sulla scena internazionale negli anni Novanta come Vive l’amour, Il fiume, The Hole – Il buco, progressivo di denarrativizzazione, di diluizione dello storytelling. Un cinema che ha sempre funzionato secondo un tutto che scorre, fluidamente, laddove questo scorrimento si fa sempre più lento. Stray Dogs ha rappresentato l’ultimo film del regista che si è avvalso di una sceneggiatura, regista che nel frattempo ha concepito la serie “The Walker”. Con Days, Rizi in originale, presentato in concorso alla 70 Berlinale, l’autore taiwanese torna a certi temi narrativi dei suoi film classici ma con un’estrema dilatazione temporale in una splendida sintesi di quelle che potrebbero essere indicativamente classificate come le due fasi della sua opera. Nella realtà Lee Kang-sheng, lo storico feticcio e compagno cinematografico del regista, soffre di un’infermità che lo rende lento e fragile.

Days rappresenta l’ingresso nell’universo cinematografico del regista di un nuovo feticcio, di un nuovo Lee Kang-sheng con cui il vecchio passa un ideale testimone. Si tratta di Anong Houngheuangsy, un ragazzo umile, un muratore laotiano che lavora in Thailandia, scoperto da Tsai in condizioni molto simili a quelle del suo incontro con Lee. Nel rapporto tra il ragazzo e lo storico interprete di tutti i film del regista, si rispecchia il rapporto originale tra questi e Tsai. Days segue con ponderata lentezza le due vite, in parallelo, dei due uomini, nelle loro vite quotidiane. In un contesto naturale, materico, la pioggia, la foresta, il ragazzo svolge il suo lavoro di artigiano e cucina i suoi pasti secondo una preparazione lunghissima che Tsai segue in tempo reale, fino all’ultimo frutto sbucciato. Lee invece è mostrato da subito nell’acqua, quell’elemento primordiale del cinema di Tsai Ming-liang, sospeso a mollo, nell’alleviare la sua fatica di compiere azioni fisiche, la pesantezza del suo corpo. La sua dimensione è quella di un uomo benestante, che vive tra le luci della città. Un uomo stanco e acciaccato, con un collare cervicale al collo. La lunga preparazione porta finalmente al loro incontro, le due strade arrivano a incontrasi. Incontro che consiste in un massaggio erotico che Non pratica a Kang, un rapporto mercenario laddove le banconote usate per pagare il ragazzo, che l’uomo aveva precedentemente messo in una cassapanca, rappresentano l’incastro delle due narrazioni. Un incastro ma anche un punto di svolta, perché oltre quella transazione economica la relazione tra i due diventerà qualcosa d’altro, complice un carillon, altro incastro narrativo.

Ritroviamo tanto cinema del regista. L’uomo minato nella salute, con un forte dolore al collo di Il fiume e, sempre da quel film, l’incontro sessuale tra un uomo anziano e uno giovane, che in quel caso si rivelano come padre e figlio, espressione della visione “omo-edipica” che Tsai mette in scena; la situazione di I don’t Want to Sleep Alone, la voglia a non dormire da soli, di aspettare qualcuno a letto, anche sublimata nella masturbazione sotto un letto altrui (ma in fondo anche di masturbazione si tratta nelle scene di Days e Il fiume); e Kang che sulla panchina sente il carillon ci riporta alla scena finale di Vive l’amour, laddove alla solitudine stavolta si può trovare un rimedio, una speranza. Days è l’incontro di due solitudini, laddove la via d’uscita combacia con il momento toccante del carillon, laddove la felicità possibile si può trovare, per il filmmaker sperimentale Tsai Ming-liang, nella felicità primigenia e semplice del cinema classico. Nella filmografia dell’autore taiwanese, dopo I 400 colpi di Che ora è laggiù? e Dragon Inn di Goodbye, Dragon Inn, c’è ora spazio per un’altra citazione alla magia del cinema classico. Il carillon suona infatti il tema di Terry da Luci della ribalta di Chaplin, nei cui protagonisti, Terry e Calvero, si possono riflettere Non e Kang. Un tema altrimenti noto come Eternally che recita: «I’ll be loving you eternally»…

Info
Days sul sito della Berlinale.

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