Detective Dee e i 4 re celesti

Detective Dee e i 4 re celesti

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Mescolando suggestioni di varia provenienza, Tsui Hark confeziona con Detective Dee e i 4 re celesti un godibile prequel, che – pur pagando qualcosa ai suoi predecessori in termini di freschezza narrativa – conferma la capacità del regista di ammaliare e coinvolgere su più livelli.

A Chinese Detective Story

Da poco insignito del ruolo di capo della magistratura, Di Renjie è oggetto dalla diffidenza dell’Imperatrice, che non vede di buon occhio il crescere del suo potere. La donna, così, ingaggia un gruppo di cospiratori per sottrarre a Di il “Dragon Taming Mace”, arma detenuta dal più alto dignitario di corte… [sinossi]
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Ultimo capitolo (per ora) di quella che si avvia a essere una delle saghe più fortunate del cinema di Hong Kong contemporaneo, ennesima rilettura da parte di Tsui Hark di una Storia che – nella visione del regista – si contamina sempre più col mito e la favola, Detective Dee e i 4 re celesti è in realtà un nuovo prequel dell’originale Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma, del 2010; cronologicamente, il film si ricollega infatti direttamente al finale del precedente Young Detective Dee: Rise of the Sea Dragon, con la consegna da parte dell’imperatore della Dragon Taming Mace, l’arma tradizionalmente custodita dal capo della magistratura imperiale. Da qui, di nuovo, si articolerà una trama che mescola creature fantastiche e concrete minacce politiche, intrighi di corte e gli immancabili duelli acrobatici, qui contaminati con quel generoso uso del digitale a cui la saga ci ha ormai abituato.

Proprio rispetto alla CGI, e più in generale all’utilizzo delle tecnologie moderne nel suo cinema, Tsui Hark conferma di essere un unicum all’interno del cinema d’azione di Hong Kong contemporaneo, ma anche più in generale nella moderna industria dell’intrattenimento: il suo stile, infatti, arriva a una sintesi ottimale di tecnologia digitale e mezzi tradizionali, riuscendo a far collimare alla perfezione la fisicità dell’azione – mai negata, neanche in quelle sequenze in cui la componente fantasy prende il sopravvento – con un’astrazione che, nello svelare la sua natura artefatta di fronte agli occhi dello spettatore, sottolinea tutto il suo carattere di meraviglia visiva. In un film come Detective Dee e i 4 re celesti è persino possibile leggere, in controluce, una riflessione sulla magia illusionistica del cinema – nei trucchi evocati dai mercenari assunti dall’imperatrice – e sulla sua capacità di nascondere, svelare o mascherare, a seconda dei casi, quella che è una minaccia concreta (qui una congiura frutto di un antico torto).

Prequel che, di fatto, riprende la file della narrazione del precedente capitolo, e che vede di nuovo impegnato nel ruolo di protagonista Mark Chao (che già aveva sostituito il più stagionato Andy Lau nel film precedente), Detective Dee e i 4 re celesti gioca costantemente la sua narrazione sul crinale che separa realtà e illusione, evocazione magica e concreti giochi di potere. Si nota di nuovo, come già nei precedenti capitoli, l’assenza di manicheismo della narrazione, la descrizione sfaccettata dei personaggi e i chiaroscuri sempre presenti: la trama del film muove da un complotto ordito dall’ambigua figura dell’imperatrice contro il protagonista, figura che tuttavia viene da questi difesa e protetta. I ruoli, come spesso accade nel miglior cinema di Hong Kong, si confondono e si problematizzano, arrivando a conferire spessore al villain e a descrivere con un certo grado di realismo la complessa realtà di palazzo, fino a un finale coraggioso e anticonvenzionale.

Rispetto ad altri film di Tsui Hark, ivi compresi quelli appartenenti a saghe da lui stesso iniziate (si pensi alla sterminata serie di Once Upon a Time in China, o al pionieristico The Legend of Zu, sequel/remake del suo Zu: Warriors from the Magic Mountain) si nota in Detective Dee e i 4 re celesti una minor propensione a sperimentare, e una maggiore tendenza ad adagiarsi sulla formula già collaudata negli episodi precedenti. Se in Rise of The Sea Dragon la componente di detection veniva quasi del tutto accantonata, in favore di un’esplorazione spinta (e liberissima) della dimensione immaginifica e fantastica, questo terzo capitolo finisce per rappresentare un po’ una sintesi tra i precedenti due: la componente avventurosa si somma alla sempre presente dimensione politica dell’intreccio, mentre la detection lascia presto il passo ai ribaltamenti di trama che le due ore abbondanti del film offrono. In tutto questo, a soffrire un po’ è quella definizione sui generis del personaggio (sorta di Sherlock Holmes orientale, a contatto coi giochi del potere) che nei precedenti film risultava complessivamente meglio sviluppata. Forte di una produzione di livello, e della ormai consolidata sinergia tra i capitali della Cina mainland e le maestranze del cinema di Hong Kong, Detective Dee e i 4 re celesti riesce comunque a colpire e stupire, mescolando con disinvoltura influenze orientali e occidentali, dragoni giganti e figure che rimandano ai tolkieniani Nazgul, suggestioni buddiste e un emulo sui generis – tecnicamente di tutto pregio – di un’icona del fantastico occidentale come King Kong. Ci si perde un po’, a tratti, in una trama che dalla linearità iniziale si sviluppa (e avviluppa) in più direzioni, ma la maestria del regista nel dirigere le scene d’azione tiene alto il livello dell’intrattenimento, anche laddove la narrazione rischia di sfilacciarsi. Su tutto, una base “valoriale” – quella tipica del cinema di Hong Kong, che esalta l’amicizia e la fedeltà ai propri maestri – che si problematizza nelle sfumature di grigio della politica di palazzo, e in un personaggio “alieno” che in quella politica porta una sua particolare etica. La serialità favorisce l’immedesimazione e il piacere del riconoscimento, e l’idea di un quarto capitolo è tutt’altro che peregrina. Con nuove visioni, sempre all’insegna della contaminazione, e con l’immancabile capacità di coinvolgere lo spettatore su più livelli.

Info
Il trailer di Detective Dee e i 4 re celesti.

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