Zodiac

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La ricerca dell’assassino seriale californiano passato alla storia con il nome “di battaglia” Zodiac è l’occasione per David Fincher per riflettere una volta di più sull’ossessione, sulla fascinazione per il macabro, e sull’impossibilità di agire una vita borghese. Tra i thriller fondativi dell’ultimo ventennio, anche per l’indagine sullo sguardo e sul visibile.

I cavalieri dello Zodiaco

Nell’estate del 1969 in California un serial killer uccise sette persone, tre uomini e quattro donne, lasciando dietro di sé una lunga serie di indizi e tracce (segni indicanti i simboli dello zodiaco, da cui il celebre soprannome) che però non seppero essere utili agli investigatori, incapaci di chiudere il caso e assicurare alla giustizia il colpevole. [sinossi]

All’interno dei percorsi sempre meno liberi del cinema hollywoodiano nessun cineasta si confronta, con la stessa pervicacia e la medesima stratificazione del linguaggio, sul tema dell’ossessione quanto David Fincher. Lo dimostra la sua filmografia, ovviamente, ma perfino i suoi dirazzamenti verso altri media, a partire da quel piccolo schermo per il quale ha ordito le due stagioni del mirabile Mindhunter, storia (quasi) vera delle modalità d’indagine dell’FBI che sul finire degli anni Settanta iniziarono a ragionare in modo concreto e diffuso sul concetto di serial killer. L’assassino seriale, punto di caduta principale del thriller odierno ma in ogni caso principale artefice dello slittamento dell’immaginario occidentale verso le vertigini spaventose del macabro (una lunga storia che da M, il mostro di Düsseldorf oltrepassa l’oceano per andare dalle parti de La scala a chiocciola di Robert Siodmak, fino a rileggere la fiaba di Barbablù nel fondativo La morte corre sul fiume e rinascere definitivamente a nuova vita nella doccia/occhio di Alfred Hitchcock e del suo Psycho), viene ridotto a categoria a se stante, alla quale attribuire abitudini, usi e costumi. Di fatto normalizzandolo, riconducendolo in una fase “normale” dell’esistenza ed elidendolo dalla letteratura mitica, dalla confusione dell’assassino con le belle arti di descritto da De Quincey nella prima metà dell’Ottocento. Il cinema è veicolo principale, forse quasi unico, per la definizione del serial killer all’interno dell’immaginario, per la sua accettazione da parte delle masse. Che si tappano magari gli occhi con le mani nelle sequenze più efferate ma non sanno rinunciare al brivido di orrore/piacere di trovarsi a tu per tu con l’abominio, con la negazione dell’umano incarnata dall’umano stesso. L’ossessione non è solo quella del macellatore di “innocenti”, ma anche quella del pubblico. E Fincher ne è perfettamente cosciente. Fin da Seven, il primo film che evidenziò una forte carica autoriale nel suo approccio alla regia, Fincher si è interrogato sulla pulsione umana ad assecondare la propria ossessione, a renderla così assoluta e definitiva da concederle la sua stessa esistenza, la propria sanità mentale, la propria (spesso fallace) costruzione borghese.

È nelle pieghe dell’American Way of Life che Fincher rintraccia la tensione verso il macabro, la spinta determinante a superare il limite della decenza, a sporgersi con troppa veemenza verso quell’orrido che è in grado di risucchiare, assoggettare tutto e tutti. Sicuramente i fin troppo fragili protagonisti delle sue vicende. Sotto questo punto di vista Zodiac è il punto di non ritorno della poetica fincheriana, come lo sarà uno dei suoi film all’apparenza meno personali, lo splendido adattamento del primo capitolo della saga Millennium. La storia del killer detto Zodiaco, che sul finire degli anni Sessanta, nella libertaria e un po’ bigotta California, fece strage di coppiette sfidando l’opinione pubblica attraverso calembour e indovinelli, si inserisce alla perfezione nel tracciato sociologico – e dunque psicanalitico, ma allo stesso tempo fortemente politico – fincheriano. Il protagonista di questo thriller investigativo non è però il killer, del quale si potrà solo decidere un volto da attribuire (nella dinamica poliziesca è lo spettatore il primo e più ordinativo detective), ma coloro che dall’ossessione per quell’atto ferale saranno sconvolti, distrutti, senza dubbio invecchiati. Paul Avery, il cinico giornalista di cronaca nera del San Francisco Chronicle, che non disdegna un bicchierino di troppo; Dave Toschi, il detective che con il collega Bill Armstrong per primo si rende conto di non aver a che fare con il classico caso di omicidio, ma con qualcosa che cela al proprio interno un motivo più complesso; e soprattutto Robert Graysmith, il vignettista appassionato di enigmistica che più di ogni altro rimane colpito dal caso, al punto da mandare all’aria perfino la sua relazione affettiva. È lui, certo non a caso, il principale oggetto dello sguardo davanti agli occhi di Fincher. Il suo stupore è lo stupore della macchina da presa, la sua indagine – del tutto laterale a quella ufficiale – e l’indagine che insegue anche la macchina da presa.

Fincher dispiega in Zodiac quelli che sono i suoi principali motivi tematici anche sotto il profilo della messa in scena, a partire dall’utilizzo del fuori campo. Se l’utilizzo, attraverso lo sguardo dei personaggi o l’elemento sonoro, di ciò che accade al di fuori del quadro è sempre stato un punto fermo dell’approccio estetico di Fincher, a partire dai primissimi film (ovviamente Fight Club, che fa dell’invisibile il suo concetto teorico principale, ma si veda in tal senso la costruzione dell’immagine in Alien 3 e l’intero impianto narrativo di Panic Room), in Zodiac questo aspetto acquista un valore doppio. Non si tratta più solo di un escamotage narrativo per accentuare la psicologia dei personaggi, i loro desideri e le loro paure, ma anche dell’unico modo in cui si può pensare di rappresentare in scena un fantasma. Perché tale è il killer dello Zodiaco, l’incarnazione ultima del fallimento umano, dell’impossibilità dell’ordine di gestire – e quindi ordinare – gli eventi cataclismatici che gli si sviluppano attorno. Tutti i personaggi del film falliscono, perché non c’è modo alcuno di arrivare a una verità nella ricerca dell’assassino. Non c’è profilazione che tenga – quella che permetterà all’FBI post-Mindhunter di agire con maggiore precisione, e che consentirà al cinema di arrivare dalle parti di un capolavoro totemico quale Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme –, perché l’assassino resterà in libertà, e i crimini rimarranno irrisolti. Il fallimento di questi personaggi è però soprattutto un fallimento con se stessi, con la loro impossibilità di dominare il proprio desiderio, di organizzare in senso compiuto la propria ossessione, di appagarla e con essa chetare l’inquietudine di animi che agiscono in un mondo piccolo-borghese senza avere i cromosomi adeguati. Nel fuoricampo di Zodiac agisce l’immagine, costruisce una contro-narrazione che non è più solleticabile attraverso il nervo ottico ma deve necessariamente spingersi più in là, nel campo misterico del non-visibile, dell’intuibile. Dell’immaginazione, ultimo rifugio per chi nella realtà non sa trovare l’oggetto in grado di placare gli animi in subbuglio. Fincher utilizza quest’arma contro lo spettatore, costringendolo a mettere da parte la propria stessa capacità raziocinante. Zodiac, lo sottolineano anche i titoli di testa, è tratto dai libri scritti da Graysmith in prima persona. Lo spettatore lo sa, e dunque sa che al personaggio interpretato da Jake Gyllenhaal (formidabile la sua recitazione, come quella dell’intero cast, in cui spiccano Robert Downey jr. e Mark Ruffalo) non può accadere nulla di davvero ferale. Eppure quando Graysmith si trova nel seminterrato dell’uomo a cui è andato a chiedere informazioni sul killer, e dal piano soprastante si sentono dei chiari rumori di passi nonostante non ci sia nessun altro in casa, il cuore non può che sobbalzare. Perché quel fuoricampo, in netto contrasto con la logica, sprofonda nel campo dell’ossessione, e del desiderio. Lo spettatore, ma lo stesso protagonista, desiderano che in casa ci sia qualcun altro, che l’assassino possa effettivamente passeggiare al piano di sopra – unico che prevede una via d’uscita dalla casa. Soggetti a impulsi oscuri e incontrollabili, come quelli che determinano i raptus del killer, i protagonisti e gli spettatori sono partecipi dell’ossessione, e non sanno controllarla. Solo il cinema, attraverso il montaggio e la scelta su ciò che appare, può coordinare e sistematizzare questa smania. Ma anche all’immaginario, ultima vestigia del classico in un mondo iper-moderno e normalizzato, ma ancor più anormale, può arrivare a fermare il “mostro”, a donargli un volto, a svelare un enigma. Siamo tutti vittime del desiderio, come sottolineerà di lì a un paio d’anni anche il bellissimo finale di The Social Network, vertice del desiderio in un mondo de-carnalizzato.

Info
Il trailer di Zodiac.

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