Il secondo tragico Fantozzi

Il secondo tragico Fantozzi

di

Il secondo tragico Fantozzi è passato alla storia (non solo) del cinema per la reazione del protagonista alla versione parodistica de La corazzata Potëmkin. Su quel “È una cagata pazzesca!” si è dibattuto oltre ogni dire, spesso senza particolari argomenti, al punto da dimenticare per strada un capolavoro della commedia italiana, che muovendosi in continuità con il suo predecessore disegna il racconto della mediocrità piccolo-borghese di una nazione bulimica e annaspante, illetterata e perennemente vessata, senza alcuno spirito di sollevazione politico-culturale. Un ritratto impietoso che legge in filigrana l’Italia che verrà di lì a poco, tra compromessi storici, logge massoniche e l’impero della televisione privata.

La polizia s’incazza

Continuano le disavventure del ragioner Ugo Fantozzi. Lavora di notte per coprire le scappatelle del suo superiore (ma non può poi riposare il giorno), va a caccia e si scatena una guerra senza esclusione di colpi, accompagna un duca al casinò di Monte Carlo e viene scippato dallo stesso della vincita ottenuta, assiste al disastroso varo di una nave, è costretto con i suoi colleghi a prendere parte a un noiosissimo cineclub aziendale e non sa in nessun modo evadere dal ménage familiare, nonostante la sua attrazione per la collega Silvani. [sinossi]

Sono quarantaquattro anni che il cinema italiano e chi su di esso ragiona dibatte su Il secondo tragico Fantozzi. Perfino quando tre anni fa venne a mancare Paolo Villaggio gran parte della stampa e del sistema mediatico – oltre ovviamente all’incessante cicaleccio prodotto dai social network – si concentrò su questo film. Forse per analizzare come attraverso la farsa e la ridicolizzazione del sistema piccolo-borghese si delineasse un racconto dell’Italia dell’epoca e, con notevole lungimiranza, anche di quella che sarebbe arrivata di lì a qualche anno? Oppure per discettare della progressiva perdita di cattiveria della produzione cinematografica italiana, incapace di sezionare con lo stesso ghigno mostrato dalla creatura scritta da Villaggio e diretta da Luciano Salce la contemporaneità? O anche, infine, per elaborare un discorso sull’oggetto comico, sulla necessità di dissacrare per poter scavare con maggior profondità nelle ambiguità di una società bicefala? Macché, niente di tutto questo. Se nel corso dei decenni, e in maniera ancor più forte a ridosso della morte di Villaggio, ci si è accapigliati su Il secondo tragico Fantozzi è solo ed esclusivamente per una sequenza. Di più, per una singola esclamazione. Il pandemonio critico si riduce infatti alla semplice esternazione del ragioner Ugo Fantozzi, impiegato senza troppo concetto, che all’ennesima serata costretta nel cineforum aziendale – per di più mentre a quanto pare si svolge un’epica partita di calcio tra le nazionali d’Italia e Inghilterra (“Si diceva che l’Italia stava vincendo per venti a zero e che aveva segnato anche Zoff di testa, su calcio d’angolo…”) – per vedere il fantomatico La corazzata Kotiomkin sale sul palco e prende la parola solo ed esclusivamente per urlare ai suoi colleghi (prostrati quanto lui dalla situazione) “Per me… La corazzata Kotiomkin… È una cagata pazzesca!”. Bastò questo a scatenare un dibattito critico a quanto pare inesausto, che si ridusse a una guerra demenziale tra chi accusava il film di aver dileggiato uno dei capisaldi della Settima Arte (perché è evidente il riferimento al capolavoro di Sergej M. Ėjzenštejn La corazzata Potëmkin, e il titolo venne storpiato solo perché la produzione non riuscì a ottenere i diritti dell’originale) e chi, promotore del cinema popolare contro il cinema d’autore, plaudiva alla stessa stregua del 92 minuti di applausi che secondo il narratore Fantozzi ottenne dai suoi colleghi.

Con i due schieramenti ben disposti si compì l’unico vero crimine: non di lesa maestà verso Ėjzenštejn, del tutto inesistente, ma di depistaggio nei confronti di una pellicola al contrario perfetta, esattamente come il predecessore dell’anno prima (Fantozzi, ovviamente, sempre per la regia di Salce), nel cogliere l’umore di una nazione ingrassata malamente dal boom economico e ora in lenta e disgustosa fase di digestione. Il lento apprendistato di un popolo che si stava lanciando a braccia aperte nell’illusione über-capitalista che sarebbe sfociata nell’impero berlusconiano. Salce e Villaggio lessero con tragica precisione la deriva di un’Italia che raccolti i frutti del Sessantotto – in funzione di alcuni diritti sindacali e sociali, culminati nel referendum sul divorzio – era tornata completamente sotto il giogo di Confindustria, e del padronato. Nel rappresentare il viscido pusillanime Fantozzi come servo prima ancora che come dipendente Villaggio tratteggia la condizione (dis)umana nella socialdemocrazia capitalista: dopotutto il centro-sinistra è il simbolo dell’Italia del boom economico, e tale resterà fino alla fondazione – trent’anni dopo l’irruzione del ragioniere nella scena culturale italiana – del Partito Democratico, fusione degli umori catto-social-comunisti che già agitavano i sogni e gli incubi (a seconda delle posizioni personali) del PCI berlingueriano. La celeberrima sequenza del cineforum non è altro che la sulfurea rappresentazione del concetto di egemonia nei confronti delle classi subalterne: questa massa di impiegati, tristi e mediocri a loro volta, è vessata persino durante la visione dei film, che non può far altro che subire dall’alto. La risposta, vista l’assoluta assenza di ideali nella classe impiegatizia, non può che essere vendicativa, con la pellicola lanciata alle fiamme e la breve e inessenziale rivalsa. Nel prendere a esempio un capolavoro figlio della Rivoluzione d’Ottobre Salce e Villaggio non fanno che aggiungere un ulteriore tocco di sublime crudeltà intellettuale: anche l’arte più prossima al popolo può divenire strumento contro il popolo, se gestito dalle mani “sbagliate”, come quelle del professor Guidobaldo Maria Riccardelli, trombone ricco di aneddoti ma privo di reale dialettica. “L’occhio della madre! La carrozzella col bambino!” gridano i dipendenti per fingere un entusiasmo che non c’è, e tanto basta all’intellettuale di turno per sentirsi gratificato. Le contro-visioni proposte dagli insubordinati (Giovannona Coscialunga, L’esorciccio e il sedicente La polizia s’incazza) allargano poi lo spettro della critica fantozziana, dalla quale non esce indenne neanche il cinema di massa, altrettanto colpevole.

Il secondo tragico Fantozzi, lineare prosecuzione delle disavventure catastrofiche del primo capitolo, è una macchina da guerra della comicità: strutturata in formato episodico, come d’altro canto sarà sempre per i film della saga (e lo stesso discorso si può fare per i romanzi dati alle stampe da Villaggio), la ventitreesima regia di Salce – che tra i due episodi riesce anche a girare L’anatra all’arancia, tratto dal lavoro teatrale di William Douglas-Home e Marc-Gilbert Sauvajon – non fallisce mai un colpo. L’intera architettura del sistema socio-politico italiano viene messa alal berlina, dal falso mito della famiglia da cui lo stesso ragioniere vorrebbe evadere, alle attività “virili” come la caccia, dal mondo dell’aristocrazia alla cattive abitudini della borghesia, dal sogno dell’arricchimento facile – Fantozzi viene derubato della sua vincita a Monte Carlo dal duca che accompagna al casinò – alla produzione industriale. Come avveniva nel suo predecessore, non c’è un solo aspetto della vita intima e sociale di Fantozzi che non venga ribaltata in un crescendo demenziale che è però effettivamente tragico, nel senso etimologico del termine: la tragōidía, il canto dei capri che metteva insieme il dramma satiresco e i riti dionisiaci. Elementi che sono alla base di Fantozzi e delle situazioni incresciose dalle quali non riesce mai a uscire totalmente indenne. In questo senso gli spezzoni dedicati al night club “L’Ippopotamo” e alla fuga d’amore a Capri con la signorina Silvani sono a dir poco esemplificativi. Il desiderio di possesso – economico e sessuale – è la droga in circolo nei vasi sanguigni impiegatizi (e non solo), così perdurante ed efficace da tramortire definitivamente Fantozzi e i suoi sodali (nel caso della sortita notturna a colpi di “Tre scotcs!” Calboni e Filini). Fantozzi non è un essere umano, è una funzione di un sistema che potrebbe sostituirlo in qualsiasi momento. Così se il primo capitolo si chiudeva con il protagonista impegnato a fare la triglia nell’acquario del Megadirettore Galattico, il secondo termina con Fantozzi nelle vesti di parafulmine. Diretto con la consueta brillantezza da Salce (regista che sarebbe da riscoprire in modo completo, a partire dagli esordi brasiliani Uma pulga na balança e Floradas na serra), e scritto con straripante sagacia dallo stesso Salce e da Villaggio insieme a Leonardo Benvenuti e Piero De Bernardi, Il secondo tragico Fantozzi è un classico della comicità, di fronte al quale è assai arduo resistere e che ha la capacità di dissezionare le miserie di una società del consumo in cui l’animale politico ha perso la sua statura politica ed è rimasto solo animale, bestia alla mercé del Capitale, dell’Industria e dell’Aristocrazia.

Info
Il secondo tragico Fantozzi, una clip.

  • il-secondo-tragico-fantozzi-1976-luciano-salce-03.jpg
  • il-secondo-tragico-fantozzi-1976-luciano-salce-01.jpg
  • il-secondo-tragico-fantozzi-1976-luciano-salce-02.jpg

Articoli correlati

  • Buone feste!

    vieni avanti cretino recensioneVieni avanti cretino

    di Il 17 dicembre scorso sono trascorsi trent'anni dalla morte di Luciano Salce, eppure nessuno sembra essersi preoccupato di ricordare la filmografia di questo crudele castigatore dei (mal)costumi italici. Tra questi titoli un posto di rilievo lo ricopre Vieni avanti cretino.
  • Cult

    Fantozzi RecensioneFantozzi

    di Il ragioniere più famoso del cinema italiano torna a prendere vita sullo schermo nell'omaggio offerto dalla Festa del Cinema di Roma 2015 per il quarantennale della sua uscita in sala.
  • DVD

    Slalom RecensioneSlalom

    di Tentativo di variazione italiana sulla moda anni Sessanta degli 007, Slalom di Luciano Salce cerca di piegare a sfruttamento massivo la figura di Vittorio Gassman, puntando tutto (troppo) su di lui. Per la prima volta in dvd per CinemaItalia e CG.
  • Venezia 2004

    Colpo di stato RecensioneColpo di stato

    di Uno dei segreti più scottanti della cinematografia italiana sommersa: Colpo di stato di Luciano Salce, oggetto misterioso indegnamente condannato all'invisibilità dai tempi della sua fugace apparizione in sala nel 1969. A Venezia 2004 per la retrospettiva Storia Segreta del Cinema Italiano.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento