Fantozzi

Fantozzi

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Ugo Fantozzi, il ragioniere più famoso del cinema italiano, torna a prendere vita sullo schermo nell’omaggio offerto dalla Festa del Cinema di Roma 2015 per il quarantennale della sua uscita in sala.

La classe media rimane all’inferno

Il ragionier Ugo Fantozzi è un umile e sfortunato impiegato della Megaditta, servile nei confronti dei suoi superiori e ignorato dai propri colleghi, tanto da essere rimasto murato per sbaglio nei vecchi gabinetti dell’azienda per diciotto giorni senza che nessuno di loro se ne accorgesse. Anche a casa sua le cose non vanno meglio: sposato con la sfiorita Pina e padre della mostruosa Mariangela, ogni mattina deve far fronte a difficoltà e imprevisti per riuscire a timbrare il cartellino d’entrata alle 8.30 precise… [sinossi]
Sveglia e caffè
barba e bidet
presto che perdo il tram
Se il cartellino
non timbrerò…
La ballata di Fantozzi

“Pronto? Buongiorno. Mi scusi se mi permetto di disturbare, signorina, parlo con il rispettabile centralino dell’illustre società ItalPetrolCemeTermoTessilFarmoMetalChimica? Ecco, io sarei la signora Fantozzi Pina, moglie del ragionier Fantozzi Ugo, vostro impiegato. […] Io vorrei fare umilmente osservare che non ho più notizie di mio marito da diciotto giorni. Finora non ho voluto disturbare, ma ora mi permetto di stare rispettosamente in pensiero.”.
Sono trascorsi quaranta anni da quando la signora Pina, ancora interpretata da Liù Bosisio (cederà il posto a Milena Vukotic nel 1980, per Fantozzi contro tutti), compone il numero di telefono della Megaditta per la quale lavora il marito chiedendo lumi sulla sua scomparsa, avvenuta diciotto giorni prima. L’ingresso di Ugo Fantozzi nell’immaginario collettivo non poteva essere più efficace: non solo prigioniero del suo lavoro, ma per di più dimenticato, abbandonato a se stesso nei gabinetti murati in azienda per favorire i lavori per i nuovi ascensori. Nell’Italia del 1975, a pochi passi dal compromesso storico e con alle spalle il tentativo fallito di abrogare tramite referendum la legge sul divorzio, Luciano Salce e Paolo Villaggio ammoniscono gli spettatori: il vento del cambiamento è un’illusione, e se proletari e studenti sono pronti a scendere in piazza, lo stesso non si può dire della classe media. Ed è la classe media la maggioranza, ovviamente silenziosa.
Prima di approdare al cinema Fantozzi si era dimostrato un clamoroso successo letterario, nelle raccolte di racconti (o meglio, bozzetti di vita) scritte da Villaggio. Dopotutto quest’ultimo era un volto piuttosto noto della televisione (Quelli della domenica, Canzonissima, Senza rete), e aveva iniziato una carriera cinematografica, lavorando tra gli altri per Mario Monicelli (Brancaleone alle crociate) e Marco Ferreri (Non toccare la donna bianca); per Luciano Salce interpreta, un anno prima di Fantozzi, il complessato protagonista di Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno, grottesco personaggio vessato da un’ingombrante madre.

In realtà non è Salce il regista designato per trasportare sul grande schermo le disavventure di Fantozzi. La Rizzoli, che è anche la casa editrice dei racconti sul ragioniere, ha in cantiere il progetto di un film già nel 1971, e vorrebbe affidarlo a Salvatore Samperi, che dopo alcuni drammi borghesi intrisi di sprezzante crudeltà (Grazie zia, Cuore di mamma, il giallo Uccidete il vitello grasso e arrostitelo) ha virato verso la commedia con Beati i ricchi, con Villaggio nel ruolo principale. Ma il progetto non decolla, e nel gennaio del 1975 è lo stesso attore a tornare su quei fatti, in un’intervista a «La Stampa»: “L’idea di portare Fantozzi sullo schermo ci era venuta dopo il primo volume. Dovevo girare con Samperi. Il successo del secondo ciclo di avventure [letterarie, NdA] ci ha convinti che il progetto non poteva più essere rinviato”. E poco dopo, soffermandosi sulla natura del personaggio, usa termini impietosi: “Fantozzi è abbonato alle catastrofi, non ne combina una giusta. Ha le idee poco chiare in tutto; è disinformato. Il suo contatto con il mondo esterno sono il telegiornale e la pagina sportiva di un quotidiano. Appartiene istintivamente alla maggioranza silenziosa: per il referendum sul divorzio voterebbe sì. Di politica non discute mai perché non se ne intende. Quando parla del governo dice: se dipendesse da me li brucerei tutti. E non ha ancora capito che dipende proprio da lui.”.
Fantozzi è l’italiano medio, quarant’anni prima di Maccio Capatonda e del suo Giulio Verme; è parente stretto anche dell’Alberto Boccetti interpretato da Sordi ne Il conte Max di Giorgio Bianchi, ma presenta già delle peculiarità tutte sue. Sordi guarda con occhi colmi di brama il mondo dei VIP di cui fa parte Vittorio De Sica/Max Orsini, e si sostituisce a lui per poter passare un Capodanno da signore a Cortina d’Ampezzo. A sciare va anche Fantozzi, a Courmayeur con l’amata signorina Silvani e il geometra Calboni, ma non c’è nulla di signorile nella breve vacanza, e il desiderio di rivalsa del ragioniere lo porta al massimo a fingersi ex-nazionale di sci. Lo sport è però più letto che praticato, come dimostrano i disastri a calcio (con tanto di apparizione di San Pietro sulla traversa e un computo finale di “tre infarti a due annegati”) e a tennis, sempre sotto l’egida del fido sodale Filini. La vita di Fantozzi, e di tutta la classe media, è grottesca non per ghignante deformazione intellettuale, ma per tragica interpretazione della realtà. Quando il giocattolo passerà nelle mani di Neri Parenti, a partire dal terzo capitolo Fantozzi contro tutti, il demenziale prenderà definitivamente il sopravvento, veicolando Fantozzi verso una dimensione puramente goliardica, nella quale lo spettatore viene spinto a desiderare la vessazione del personaggio, partecipando al gioco al massacro di cui è vittima. Lo sguardo di Luciano Salce, invece, per quanto impietoso, è ancora aperto a una umana comprensione delle miserie di Fantozzi, e gli concede perfino – sempre attraverso l’arguta penna di Villaggio – qualche sprazzo di rivalsa, sempre destinata in ogni caso a rivoltarglisi contro.

Nella metà degli anni Settanta, ancora memore del ’68 e pronto ad affrontare l’avventura barricadera del ’77 schivando il piombo del terrorismo e dello stragismo di Stato, concentrare l’attenzione sulla classe media, svelandone lo squallore, è un atto ai limiti del profetico. Destinato a non essere compreso. Se Villaggio, a ridosso dell’anteprima genovese del film nella primavera del 1975 è sicuro che contro di lui si lanceranno gli strali della destra (e, in effetti, non mancheranno), e sottolinea come “Tutti credono di riconoscere nell’impiegato – pasticcione e sfortunato – il proprio vicino, i conoscenti: nessuno ammette di riconoscere se stesso”, è da sinistra che arriva una delle letture meno lungimiranti. Nella pagina degli spettacoli de «L’Unità», il 30 marzo del 1975, appare una recensione non firmata, nella quale si afferma: “Il risultato è purtroppo solo una sfilza di aneddoti, di barzellette a volte godibili a volte no, non essendo riuscito lo sforzo (seppure questo c’è stato) di articolare la materia tutta frantumata dei testi originali in un vero racconto, che sottraesse il personaggio alla fissità della maschera e rivelasse magari dietro le sue avventure paradossali, in certo modo senza tempo, scorci o brandelli di una realtà attuale”. Non solo non viene compresa la necessità di una frammentazione della narrazione, arma indispensabile per rendere ancora più estrema la messa in scena deforme di una realtà aberrante, ma si arriva a definire Fantozzi un film “senza tempo”, privo di “scorci o brandelli di una realtà attuale”. Non è forse un caso che sia proprio l’organo ufficiale del Partito Comunista a cadere in questo abbaglio, che ha del clamoroso a distanza di quattro decenni. Come ripeterà pochi anni dopo ne Il… Belpaese, la coppia Salce/Villaggio tratteggia un’Italia già sospinta verso gli anni Ottanta, il socialismo craxiano, l’invasione berlusconiana. Il ceto medio, televisore a colori in casa, sogni di avventure extraconiugali nel cassetto e riflesso condizionato nel chinare la testa di fronte ai padroni, non ha più nulla di cui lamentarsi, perché ignora i propri diritti. Si accontenta, pur di avere qualche briciola che cade dalla tavola di chi detiene il potere. Con una grandinata di gag destinate a rimanere nell’immaginario collettivo (l’autobus preso al volo, la partita di biliardo, la cena al ristorante giapponese, il campeggio, e via discorrendo), Fantozzi spara in faccia al pubblico tutto questo, senza mai dimenticare la propria essenza primaria, quella di una commedia popolare, che non teme il pubblico e non lo guarda con disprezzo.
Per quanto all’epoca non sia stato compreso, Fantozzi (insieme ad Amici miei di Mario Monicelli e Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola: tutti e tre, non a caso, prodotti tra il 1975 e il 1976) indica la strada per sopravvivere alla naturale decadenza della “commedia all’italiana”, tramutando l’agrodolce in amaro e crudele. Non è più tempo per provare simpatia per i propri personaggi, perché non è più il sottoproletario a occupare spazio sullo schermo: i ladri improvvisati de I soliti ignoti sono ora borghesi piccoli piccoli, mediocri, ignoranti ingrassatori del sistema. Accolti con gioia a destra, al centro e anche a sinistra, perché più facili da maneggiare. Meno riottosi. Solo accentuando il ghigno, dotandolo dell’arma del disgusto, il cinema italiano può sperare di uscire dalle secche che si iniziano a intravedere all’orizzonte.

La storia insegna che non sarà così: vincerà la farsa, e venti anni di sagace spirito critico si affaceranno a La terrazza di Scola per rimproverarsi colpe impossibili oramai da emendare. Diventato nell’arco di poco tempo un successo di pubblico ai limiti del vero e proprio culto, Fantozzi tornerà sugli schermi con frequenza (altre nove volte tra il 1976 e il 1999, per l’esattezza), finendo per diventare a sua volta parte integrante del sistema. Se lo spettatore del 1975 rideva nel buio della sala sperando che nessuno si accorgesse che il film metteva in scena, sotto sotto, anche la sua vita, a partire dagli anni Novanta, e sgravati da qualsiasi peso morale in una nazione che quella parola non saprebbe più comporla neanche sulla plancia di “Scarabeo”, si è fatto a gara a riconoscersi in questo o in quell’altro personaggio. Chissà perché Marta Marzotto, che ammette candidamente in un’intervista a «Il Fatto Quotidiano» del gennaio del 2012 di aver ispirato la contessa Pia Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare – che appare ne Il secondo tragico Fantozzi –, non ha pensato di fare la stessa dichiarazione all’epoca dell’uscita del film… In un’Italia non ancora in preda alla fregola dell’epoca “post-ideologica” forse non sarebbe stato il caso di accettare con gioia un tale apparentamento.
Ma nell’era renziana, figlia e discepola di quella berlusconiana, non è più un tabù mostrare il re nudo. Non per sollazzare il popolo, ma per far credere di essere come il popolo. Nell’illuminante sequenza finale di Fantozzi, in cui il ragioniere (dopo la sbandata contestataria ispirata dal collega Folagra) viene condotto al cospetto del Megadirettore, si racchiude il senso di quarant’anni di mediocre storia politica e sociale italiana. In un set dal sapore francescano, dove sacro e materiale – il dio denaro – si danno del tu, Salce e Villaggio aprono gli occhi degli spettatori sul vero significato del compromesso storico proposto da Enrico Berlinguer sulle pagine di «Rinascita»; non uno spostamento a sinistra dell’asse parlamentare e governativa, ma un ibrido annacquamento, l’annullamento del conflitto di classe (o meglio, il non riconoscimento), l’auto-assoluzione di chi ha sempre flirtato con il potere, a partire da una classe intellettuale imbolsita. A tal proposito vale la pena riproporre il dialogo tra il Megadirettore e Fantozzi.

Megadirettore: Fantozzi, è solo questione di intendersi, di terminologie… Lei dice “padroni” e io “datori di lavoro”, lei dice “sfruttatori” e io dico “benestanti”, lei dice “morti di fame” e io “classe meno abbiente”. Ma per il resto la penso esattamente come lei. […] Io, come lei, sono un uomo illuminato, e sono convinto che a questo mondo ci sono molte ingiustizie da sanare. La penso esattamente come lei, e come il nostro caro dipendente Folagra.

Fantozzi: Ma, scusi, Sire… Non mi vorrà dire che lei è… Scusi il termine, sa… Comunista?!?

[Trema l’intera stanza, come colpita da un sisma]

Megadirettore: Beh… Proprio comunista, no… Vede, io sono un medio progressista.

In quel “medio progressista” si nasconde il vero nemico di Fantozzi, il potere dal volto gentile, il padrone che accetta al suo desco anche il più miserabile dei suoi sottoposti. Salvo farlo inginocchiare di fronte a lui. Scambiato erroneamente per pura commedia d’evasione, Fantozzi è uno dei capolavori del cinema italiano degli anni Settanta. Uno di quei film che non si fanno più. Anzi, che molti produttori vorrebbero non fossero mai stati fatti. Nel 2015, a quarant’anni di distanza, fa ancora vacillare le logiche di potere, là dove un nugolo di “film d’impegno” (loro sì, fuori dal tempo) dell’epoca muffiscono in soffitte polverose. Se è senza tempo, Fantozzi, lo è nell’accezione migliore e più nobile del termine.

Info
Una scena tagliata di Fantozzi, recuperata per il dvd.
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