Love After Love

Love After Love

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Presentato fuori concorso a Venezia 77, nell’ambito del Leone d’oro alla carriera ad Ann Hui, Love After Love è un mélo di ambientazione storica, nella Hong Kong negli anni che precedono la Seconda guerra mondiale. Il film ripropone alcuni temi cara alla regista della New Wave hongkongese, il meticciato, la condizione di apolide, ma tutto si risolve in una piega vuota e calligrafica.

Il porto profumato

La giovane Ge Weilong viaggia da Shanghai a Hong Kong per completare la propria istruzione. Per pagarsi gli studi chiede aiuto alla zia, la signora Liang, che conduce però una vita equivoca. A poco a poco Weilong diventa una marionetta nelle mani della donna, che la coinvolge nell’adescamento di uomini ricchi e potenti, finché la giovane non viene attratta dal playboy George Qiao, il cui scopo è quello di sposare una ragazza ricca per mantenere il proprio stile di vita lussuoso. [sinossi]

Per la terza volta nella sua filmografia Ann Hui, che è stato un nome cardine della New Wave hongkongese, realizza un film partendo da un’opera letteraria della scrittrice cinese Eileen Chang, esattamente dal suo primo racconto. Questo vale per il film Love After Love (il cui titolo originale è Di yi lu xiang) presentato fuori concorso a Venezia 77 nell’ambito dell’omaggio alla regista insignita del Leone d’oro alla carriera. Gli altri due film tratti dall’autrice sono stati Love in a Fallen City, avvicinabile a questo per ambientazione e trama, ed Eighteen Springs. L’impressione è che stavolta la regista abbia smorzato la sua vis cinematografica, rifugiandosi in percorsi già abbondantemente battuti e ricadendo in un calligrafismo di maniera, ciò che ne film precedenti era riuscita a evitare. E i grossi nomi che la produzione è riuscita a coinvolgere, Ryuichi Sakamoto e Christopher Doyle, danno il senso dell’operazione nella pura confezione, nella sommatoria di artisti. Ma il grande musicista esegue semplicemente un compitino che non passerà alla storia certo come altri suoi brani, mentre il grande direttore della fotografia contribuisce all’eleganza cromatica di cui sopra, ma senza che nemmeno questa possa essere spinta all’estremo, a quella texture sartoriale materica di In the Mood for Love.

Nel raccontare della giovane Ge Weilong che, da Shangai, si trasferisce dalla zia a Hong Kong, negli anni che precedettero la Seconda guerra mondiale, Ann Hui delinea una sostanziale differenza tra le due metropoli asiatiche, i due porti, l’una cinese, l’altra britannica. E ricostruisce questo milieu aristocratico della seconda città, sospesa tra Oriente e Occidente. La vita degli aristocratici nella colonia che etimologicamente significa “porto profumato”, si snoda tra viaggi in cabriolet, ricevimenti in abiti da seta, gioielli, ostriche, tè servito in teiere d’argento Sheffield, mentre la signora Liang ricorda il matrimonio dove, in un flashback con immagine flou, si usavano le cinesi tazze gaiwan. E ancora una presenza di simboli della cristianità incastonati tra le cineserie, crocifissi, immaginette della Madonna. Tutto ricostruito con certosina eleganza, con inquadrature geometriche, visioni eccentriche, come il ricevimento ripreso dall’alto. Hong Kong è un melting pot dove si odono cori di chiesa, si recita l’Ave Maria così come poesie in portoghese e compaiono ballerine andaluse. Una città torrida, ammantata da una vegetazione monsonica. Ma nell’atmosfera di melò la colonia britannica è anche vista come una città del peccato, lasciva e lubrica. Storie di relazioni pericolose, dark lady calcolatrici come la zia, che suggerisce alla nipote le mosse da fare sette, otto anni dopo il matrimonio: adulteri e divorzio. E poi la presenza del conturbante seduttore George Qiao, dal fascino meticcio. Gli uomini o sono playboy o sono pieni di concubine e possiedono un serpenti come animali domestici. Due battute suggeriscono come anche questa dimensione lasciva faccia parte di quel métissage: i mezzosangue hanno gli ormoni più attivi ma sono anche ammantati di un lato oscuro.

I temi cari alla regista tornano. Esaltate la dimensione cosmopolita, l’esistenza apolide che trovano il fulcro nella sua Hong Kong. Per di più nel difficile clima politico che sta attraversando la ex-colonia britannica, che rischia di perdere proprio quella sua apertura, quella sua multiculturalità. L’omaggio alla vecchia Hong Kong, al porto profumato, prima che diventasse un groviglio di grattacieli, alla terra di libertà, si scontra però con un’immagine mancante, quella della città stato così come era. Coerentemente con i suoi ultimi film, soprattutto Our Time Will Come, Ann Hui non si cimenta con ricostruzioni digitali che potrebbero dare risultati deludenti. Ma qui questa assenza di immagini diventa frustante. Gli esterni si limitano a isole, promontori, alla baia solcata da battelli d’epoca. E Hong Kong viene evocata solo nell’ultima scena, in bianco e nero, in uno dei viraggi di colore, decolorazioni, effetti flou, che la regista usa per marcare per esempio un flashback. Bianco e nero come quei quadretti fotografici, di party, ritratti di famiglia, da Overlook Hotel, che si accumulano nel tempo sulle pareti dell’aristocratica dimora. Come un segnale del limite di un film che non sa andare oltre una dimensione di superficie, illustrativa.

Info
Love After Love sul sito della Biennale.

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