La troisiéme guerre

La troisiéme guerre

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Al di là di qualche schematismo nella costruzione dei vari personaggi, La troisiéme guerre di Giovanni Aloi trascina con efficacia lo spettatore in un’esplorazione delle tensioni umane e lavorative di una squadra di soldati, professionisti del controllo anti-terrorismo per le vie di Parigi. In Orizzonti a Venezia 2020.

Militi urbani

Appena terminato l’addestramento di base, Leo ottiene il suo primo incarico: un’operazione di sorveglianza per cui dovrà girare per le strade di Parigi senza altro da fare se non stare all’erta per potenziali minacce. Ricevuto il compito di assicurare che una grande manifestazione antigovernativa non debordi dai limiti assegnati, Leo è risucchiato nel mezzo di una folla furiosa. La pressione e la rabbia impotente che è andata crescendo nelle ultime settimane stanno per esplodere. [sinossi]

Strizzando l’occhio alle atmosfere del poliziesco francese anni ’90 (pensiamo al 36 di Marchal, da cui riprende la ruvidezza), ma riecheggiando anche alla lontana il cinema hongkongese del medesimo decennio (il PTU di Johnny To, di cui ricorda la struttura), La troisiéme guerre di Giovanni Aloi, pur non raggiungendo i livelli dei modelli di partenza, precipita con solido mestiere lo spettatore nell’esplorazione delle tensioni umane e lavorative di una squadra di soldati, professionisti del controllo anti-terrorismo per le vie di Parigi. Presentato nella sezione Orizzonti di Venezia 2020, e primo lungometraggio per il regista bolognese (suo il corto E.T.E.R.N.I.T., a Venezia nel 2015), La troisiéme guerre segue con perizia – e qualche cliché – le varie fasi della vita quotidiana di un manipolo di soldati, tra duri addestramenti, sfide ai videogame (a tema bellico, ça va sans dire), episodi di nonnismo, battutacce machiste, cameratismo virile. Dal quadro d’insieme iniziale, il film passa ben presto a isolare tre personaggi: il protagonista Léo (Anthony Bajon), il compagno di camerata Hicham (Karim Leklou) e il loro tenente Coline (Leïla Bekhti). Tutti e tre nascondono qualcosa: Léo è figlio di una coppia di alcolisti e a sua volta beve di nascosto, Hicham non fa che vantarsi con i commilitoni di una missione di guerra in Mali mai realmente vissuta, il tenente Coline, invece, è incinta.

C’è dunque più di uno schematismo (davvero non si poteva trovare un’idea migliore dei videogame? Il problema dell’unica donna doveva proprio essere una gravidanza?) in questi personaggi tagliati un po’ con l’accetta e dal côté familiare limitato a rapidi bozzetti (i genitori di Léo con la bottiglia in mano, le telefonate di Coline con il compagno preoccupato per l’erede in arrivo) ma, quando partono i pattugliamenti urbani, La troisiéme guerre inizia a carburare. In una Parigi tetra (la fotografia di Martin Rit profonde ovunque toni grigiastri) il manipolo perlustra le strade, osservando ogni minimo dettaglio, costantemente in cerca di quei sospetti terroristi che probabilmente non ci sono, ma che i giovani soldati sperano tanto di trovare, per avere finalmente “un po’ d’azione”. È la frustrazione della sorveglianza l’aspetto più interessante di La troisiéme guerre ed è proprio l’inazione ad affliggere come un morbo insostenibile il giovane – e in quanto tale irrequieto – Léo. In tal senso, La troisiéme guerre rivela anche uno scopo didattico-informativo: spiega al cittadino cosa ci stiano a fare quei militi armati di tutto punto nei luoghi strategici (metrò, monumenti, piazze del centro) delle nostre città e perché non possano intervenire anche quando un crimine avviene sotto ai loro occhi. Quella è competenza della polizia, di les flics, e non loro.

Proprio la distinzione tra soldati e poliziotti e le relative, differenti mansioni, diventa dunque oggetto del film. E quell’impossibilità di intervenire si fa sempre più difficile da comprendere, sia per lo spettatore che, e soprattutto, per l’intemperanza e la sete di giustizia di Léo. Già nel corso della sua prima azione, Léo provoca infatti erroneamente l’arresto di un piccolo spacciatore di strada, che la polizia stava pedinando da lungo tempo nell’ambito di un’operazione più vasta. Come se non bastasse, il ragazzo sottrae al piccolo criminale il cellulare e con esso inizia a comunicare con una fantasmatica ragazza (probabilmente la fidanzata dello spacciatore). Compressi nei loro pesanti equipaggiamenti e in un ruolo che non li appaga per nulla, i soldati di La troisiéme guerre sognano evidentemente “altro”: una storia d’amore impossibile, una missione di guerra altrove, una promozione e insieme una famiglia.

Nonostante qualche balbettio iniziale, La troisiéme guerre trova dunque gradualmente una sua fluidità e si avvia sicuro verso un climax ben orchestrato dove, finalmente, mettendo insieme tutti i dettagli prima approntati, l’azione può liberarsi, con effetti tutt’altro che consolatori. Nulla di nuovo, certo, ma messe da parte le forzature iniziali e qualche didatticismo, La troisiéme guerre si tramuta in un solido e coinvolgente film di genere, non resta che attendere il rimpatrio di Giovanni Aloi, il nostro cinema ha da tempo bisogno di cimentarsi anche in prodotti come questo.

Info: La scheda di La troisiéme guerre sul sito della Biennale.

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