Serafino

Serafino

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Fiaba agreste animata da sentimenti antimoderni, Serafino di Pietro Germi è una piuma gentile che restringe un po’ la portata e l’orizzonte del cinema dell’autore genovese. Racconto di un’Italia marginale e in via di sparizione sotto i colpi della modernizzazione anni Sessanta, con venature appena accennate di allegoria. Adriano Celentano come protagonista in uno dei suoi ruoli più conosciuti e apprezzati al cinema. Ma il Germi che ci convince appieno sta altrove.

Questo ragazzo dei monti centrali…

Pastore al soldo della propria famiglia, Serafino Fiorin vive isolato nella sua piccola dimensione, incurante dei doveri che lo Stato gli richiede quale cittadino di un Paese moderno. Renitente alla leva, è convocato di forza a fare il servizio militare ma in poco tempo mostra tutta la sua incapacità di adattarsi a una vita di regole e viene rapidamente congedato. Rientrato al suo paesello, riprende la sua vita di piaceri facendo lo slalom anche in mezzo alle istanze della sua piccola realtà sociale. Animato da un irrefrenabile desiderio erotico, compra più volte le prestazioni della prostituta Asmara procurandosi delle caciotte, ma è attratto anche dalla sua giovane cugina Lidia, che mira a farsi sposare. Un’improvvisa eredità, a cui puntano anche i suoi familiari, lo porta a essere minacciato di interdizione… [sinossi]

Il cinema di Pietro Germi rimpicciolisce, anche abbastanza repentinamente. Dopo i fasti del dittico siciliano (Divorzio all’italiana, 1961; Sedotta e abbandonata, 1964), il trionfo al Festival di Cannes con Signore & signori (1966) e il pregevole L’immorale (1967), Germi dà vita a Serafino (1968), enorme successo del tempo, primo incasso al botteghino italiano della stagione 1968-69 che ha mantenuto una certa popolarità fino ai giorni nostri. Eppure, nell’incontro con la star musicale di casa nostra Adriano Celentano, qualcosa nel respiro del cinema di Germi si perde. L’orizzonte si restringe, e non solo volutamente, non solo perché il racconto si isola tra i monti umbri/marchigiani/abruzzesi lontani dalla pazza folla, ma soprattutto perché la tendenza al grottesco survoltato, scoperto dall’autore lungo gli anni Sessanta, finisce dalle parti del bozzetto simpatico, dolciastro e un po’ fine a se stesso. Le coordinate di massima del cinema di Germi restano: il racconto di un’Italia rimossa e marginale, l’evocazione di un Paese (anche caparbiamente) distante dagli entusiasmi modernisti del boom economico, la radiografia delle contraddizioni insite nella corsa nazionale al benessere. Ma il discorso si fa semplice semplice, e l’acidità grottesca sfiora, pur in forme mediate e camuffate, il profilo di un tenue pamphlet antimoderno. La costruzione del racconto, restando in ambito più strettamente cinematografico, mostra un fiato decisamente corto, e al massimo si sorride senza che Serafino raggiunga mai le vette polemiche e problematiche di alcune precedenti opere germiane.

Nell’incontro con un divo della musica di casa nostra, che già aveva accumulato qualche esperienza cinematografica, Germi non sembra in realtà lasciarsi fagocitare dalla popolarità del suo protagonista. Celentano infatti prova realmente a fare l’attore, a cimentarsi con un personaggio veramente scritto e non meramente affidato al suo carisma extracinematografico. Certo la tendenza milanesizzante della parlata di Celentano fa vistosamente a botte con il tentativo di scimmiottare altre cadenze regionali, ma è innegabile che intorno a Celentano si costruisca un vero personaggio, un vero racconto, che cerca di dimenticarsi di avere al suo centro un protagonista proveniente da altri palcoscenici – solo sul finale Celentano intona un paio di ballate d’impronta pastorale.

In modo piuttosto evidente Serafino tenta di restare fedele a una polemica tutta germiana intorno all’illusorietà e rapacità dell’emancipazione italiana anni Sessanta: un Paese scopertosi improvvisamente moderno e fortemente strutturato, che tenta di modellare la sua antica natura agreste a nuovi schemi e comportamenti. In tal senso tutta la prima metà del racconto è dedicata all’evocazione di uno scontro tra l’ingenuo anarchismo del pastore Serafino Fiorin e le istanze che la società gli impone. Renitente alla leva, riformato dal servizio militare per manifesta incapacità ad adeguarsi a un mondo di regole, Serafino è una figura esemplare di spontaneo ribellismo che non sceglie scientemente di rifiutare l’ordine costituito, ma semplicemente non concepisce nemmeno una vita diversa rispetto alla sua intima tendenza, tutta contadina/pastorale, all’autodeterminazione. Serafino narra una congenita opposizione a tutto ciò che è istituzionalizzato (vita militare, psichiatria, tribunali giudiziari), ma non basta. La spinta anarchica di Serafino rivela anche il lato tetro della sua vita ritirata in mezzo ai monti. Germi non idealizza, almeno non più di tanto, neanche l’Italia in via di sparizione (il genocidio culturale di pasoliniana memoria) che conduce la sua ingenua esistenza tra pecore e galline. Il paesello isolato di Serafino non è un eden scollato dal gelido benessere economico dell’Italia ricca e metropolitana, ma a sua volta è dominato da proprie dinamiche socio-antropologiche che Serafino non tollera. L’avidità, la guerra intorno alla “roba” che domina la seconda parte del racconto, lo sfruttamento e la gerarchizzazione dei rapporti umani: nessun paradiso terrestre, ma soltanto un ulteriore modo di reinterpretare l’esistenza alla luce dell’interesse.

Serafino Fiorin è portatore di un’altra visione. Lungi da evocare specifiche coloriture politiche e contestatarie, il suo modo di intendere la vita è semplicemente mirato a una spontanea inclusione. Animato da un irrefrenabile desiderio sessuale, netto oppositore del matrimonio, aperto a una genuina condivisione con gli amici, amorevole nei confronti di una prostituta locale, Serafino sposa la dimensione del piacere e del rifiuto dell’utilità. Una volta ricevuta l’eredità della zia, mira a sperperare tutto in tempi rapidi, magari cedendo a sua volta al fascino dell’oggetto proveniente dal mondo dei lussi cittadini. Acquista un’auto di lusso rossa fiammante, ma al tempo stesso sorride quando in pochissimo tempo l’auto finisce letteralmente in fiamme. Apre, soprattutto, la propria abitazione a un’idealizzata dimensione di “comune”, dove vivere in allegria con gli amici e con la prostituta al seguito di ampia figliolanza di padre ignoto. E fra le due donne tra le quali si divide, alla fine opta per il gesto generoso di sposare proprio la prostituta Asmara, rifiutando la bella cugina Lidia, rivelatasi rapace e ambiziosa quanto tutto il parentado.

Dal coinvolgimento della figura di Celentano Serafino acquisisce innegabilmente ulteriori coloriture ecologiste e antimoderne, temi ai quali il cantante-attore si dedicherà di frequente, con toni sempre più savonaroliani, nel prosieguo della sua carriera (ma Il ragazzo della via Gluck risale già al 1966). Così come è curiosa la coincidenza tra i futuri deliri cristologici di Celentano e la struttura forse allegorica del film – come Gesù Cristo, Serafino è un pastore, è contornato da una sorta di comunità di discepoli, salva una prostituta (Asmara come Maria Maddalena), rifiuta l’idea del possesso e non è capito dal suo contesto, animato da immortali interessi economici. Ciò detto, è altrettanto vero che la vena grottesco-sarcastica di Germi risulta qui decisamente smorzata. Ricorrendo a una grammatica filmica ormai consolidata nel cinema dell’autore, Serafino si mostra come un film dal ritmo convulso e spezzato, caratterizzato da un découpage rapidissimo e con ampio ricorso al jump cut. Lo stile germiano rimane abbastanza riconoscibile, ma riproposto in una veste in minore, poiché minore è il respiro del film, la sua acutezza di sguardo, la penetrante spietatezza a cui eravamo abituati specie nelle opere di Germi dei Sessanta. Spesso il grottesco si riduce alla messa in scena di una gratuita confusione, all’insegna di botte, schianti e mattarellate in testa. Nelle commedie di Germi anni Sessanta l’istanza di realismo è l’ultima delle intenzioni, e i toni esagitati sono scelti come un costante state of mind. In Serafino, però, scemano completamente le note polemiche, in favore di un’idea di fiaba agreste (non disprezzabile di per sé, ci mancherebbe) piuttosto faticosa e arrancante in particolare nella sezione centrale del racconto.

Leggero come una piuma, assai poco problematico, Serafino si propone a una visione che corre via rapida lasciando tenui tracce. Eppure, all’epoca il successo fu enorme. Molto probabilmente l’appeal di Adriano Celentano giocò a favore del film presso il pubblico italiano, ed è innegabile che la sua prova nelle vesti di Serafino Fiorin sia una delle sue migliori al cinema. Ma Germi, pur fedele a se stesso, lo amiamo assai di più in altre occasioni.

Info
Il trailer di Serafino.

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