Io ho paura

Io ho paura

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Capolavoro dimenticato di Damiano Damiani, Io ho paura espande l’orizzonte della cupissima Italia contingente e coeva al film fino ad altezze vertiginose di allegoria universale. Un congegno narrativo perfetto in cui un’avvincente superficie noir nasconde profonde stratificazioni esistenziali. Gigantesca (come sempre, del resto) la prova di Gian Maria Volonté.

Angoscia totale

Spaventato dalla deriva sempre più violenta del terrorismo in Italia e dalla generale violenza in strada, il non più giovanissimo brigadiere Ludovico Graziano chiede di essere assegnato ad altro compito. Viene così inviato a fare da scorta a un attempato e seriosissimo magistrato, il giudice Cancedda, che si sta occupando di un’effrazione in un magazzino portuale. Da piccolo e insignificante quale può sembrare, il caso monta vertiginosamente rivelandosi connesso a una recente strage ferroviaria. Giunto vicino a verità troppo scomode, il giudice Cancedda è assassinato e a nulla valgono i tentativi di Graziano di salvarlo. Successivamente Graziano è assegnato come scorta al giudice Moser, che deve occuparsi proprio della morte di Cancedda… [sinossi]

Sul finire degli anni Settanta il cinema di Damiano Damiani evoca sempre più intensamente impenetrabili universi metafisici. Lo registravamo già in altra occasione per L’avvertimento (1980) che spinge ancor più verso la rarefazione il contesto sociale della sua vicenda narrata. Io ho paura (1977), capolavoro di Damiani piuttosto dimenticato, rende ancor più problematica la sua fruizione. Poiché sì, il Potere si mantiene anche qui oscuro e lontano dall’individuo, indecifrabile e minaccioso, ma lo sfondo della vera Italia della seconda metà degli anni Settanta rischia di ammorbidire la portata astratta del racconto verso maggiori aderenze di realismo. Di fatto l’Italia di quegli anni non doveva essere molto diversa da quella cupamente tratteggiata da Damiani, e conseguentemente Io ho paura finisce per suscitare effetti ancor più inquietanti: non solo una riflessione astratta e allegorica su una forma-Potere (nazionale? universale?) che magmatica imbriglia e manipola i destini del singolo, ma anche un quadro fosco popolato di figure ominose non così lontane quantomeno da un sentimento condiviso in quelle plumbee stagioni italiane. Ne è prova il titolo, semplice e fortissimo: “Io ho paura” è il grido del brigadiere Ludovico Graziano, ma è anche il grido di un’intera nazione sprofondata in un abisso di trame, sangue, sfiducia nelle istituzioni e timori quotidiani per la propria incolumità. Ripercorrendo la filmografia di Damiano Damiani appare ricorrente un ardimentoso gioco con l’improbabile che tuttavia quasi mai sfocia nell’incredibile. Poi certo, Io ho paura si articola su una scatola cinese di contraffazioni, mistificazioni e messe in scena che, pur prendendo di nuovo le mosse alla lontana dalla cronaca (la strage dell’Italicus, le frequenti uccisioni di magistrati per mano terrorista) distanziano decisamente il territorio espressivo del film dalla diretta presa sul reale. Damiani sceglie sempre vie mediate, un piede nel credibile contingente e l’altro nell’angoscia della trappola universale. Percepiamo la discreta distanza dal reale inscritta in una riflessione di più ampia portata, ma intanto usciamo in strada guardandoci un attimo intorno.

In Io ho paura Damiani sceglie di articolare tutto ciò in un magnifico crescendo drammaturgico. Esordendo con una credibilissima strage in strada dove perdono la vita un giudice e la sua scorta, materia purtroppo quotidiana nei nostri anni Settanta, il racconto si avvia dal dato di cronaca per spingersi sempre più angosciosamente in un puzzle infinito dove l’inganno lascia incessantemente il posto a un altro inganno, dove la messa in scena si espande per gradi successivi inglobando a poco a poco anelli sempre più ampi e impenetrabili delle istituzioni, dove il realismo della sparatoria in strada lascia progressivamente il posto a un senso di schiacciante mistero dalle gigantesche proporzioni. Dove tutto, in ultima analisi, è preordinato, prestabilito, ineluttabilmente più forte del piccolo individuo preso in mezzo suo malgrado. A fare da trait d’union tra realismo e metafisica si colloca in perfetta congiunzione la figura protagonista, un brigadiere non più giovanissimo, Ludovico Graziano, stufo dei rischi quotidiani ai quali il suo lavoro lo sottopone, dichiaratamente spaventato e deciso a uscire dalle file dell’avanguardia di una guerra quotidiana combattuta per le strade. È un umanissimo Gian Maria Volonté, sensibilmente distante dai suoi personaggi più noti incarnati in quel decennio per le opere di Elio Petri, a dare volto a quest’uomo piccolo e trascurato, imprigionato in una misera vita solitaria, animato dal solo desiderio di salvarsi la pelle e condurre un’esistenza tranquilla, nei limiti del possibile visto il lavoro che svolge. Fuggendo dalla paura delle piazze ribollenti, Graziano si ritrova in realtà in un gioco infinitamente più grande di lui, testimone involontario delle scoperte acquisite dal giudice Cancedda a cui è stato affidato come scorta. L’intrico ha nientemeno a che fare con una strage ferroviaria e con la più generale strategia della tensione, dove Stato e servizi segreti deviati mettono a frutto le proprie frequentazioni con l’estremismo nero per contenere i tumulti di sovversione. Come spesso accade, Damiani allude al dato di cronaca per trasformarlo in oggetto di una disamina a largo raggio su un’allarmante antropologia italiana. Stavolta più che altrove il conflitto si riduce a uno stilizzato scontro tra Individuo e Potere, chiamati a una reciproca partita a scacchi di mosse e contromosse in cui inevitabilmente uno dei due contendenti ha sempre un pezzo in più di cui disporre. È una partita platealmente impari. Il Potere, tentacolare e onnipresente, ne sa sempre più dell’individuo, arriva ovunque e giunge a ridurre al silenzio qualsiasi pedina scomoda tramite l’omicidio o l’accordaccio. Chi tenta strade più oneste viene poi ricondotto rapidamente al solito sistema consolidato: è sufficiente una convocazione in qualche ufficio delle alte sfere e tutto rientra, trasformando il dubbioso di turno in ennesimo soldatino a comando. Un cupissimo incubo senza uscita dove non è neanche più sufficiente “avere paura”, tentare di tenersi fuori dai giochi per preservare se stessi. No, la paura non è ammessa, e non tanto perché la nazione ha bisogno di probi tutori dell’ordine sfrontati e coraggiosi, ma perché la paura è già atto individuale, è chiamarsi fuori da un’implacabile spartizione dei ruoli. Tentare di svicolare dalla tela del ragno significa già prendere posizione, sia pure solitaria e del tutto aliena all’appartenenza a un gruppo “di destra” o “di sinistra”. Niente è più inaccettabile di una presa di posizione fuori dagli schemi di un gioco dove i ruoli sono ben definiti e dichiarati.

Nutrito di un pessimismo radicale che in questa fase del cinema di Damiani diventerà una costante, Io ho paura mostra un deciso cambio di passo nella filmografia dell’autore friulano rispetto ai suoi più noti lavori dedicati ai rapporti tra mafia e Stato. L’impianto globale conserva una struttura più avvincente che mai, ma Damiani prosciuga visibilmente l’aspetto declamatorio, popolare, didascalico e convenzionale dei suoi mafia-movies dirigendosi verso un asciuttissimo noir politico che alterna sapientemente lunghi brani di introspezione psicologica e improvvise accensioni da cinema d’azione. Tanta è la maestria registica nella gestione delle sequenze di suspense, e altrettanta è la capacità di scendere in profondità, di lavorare intorno al suo splendido protagonista registrandone timori, incertezze, credibilissima umanità. Nello straordinario equilibrio raggiunto da Damiani tra queste due componenti è sufficiente citare il mirabile frammento dell’esitazione di Graziano davanti alla porta di casa del giudice Cancedda poco prima che questo sia assassinato. Una porta li divide, l’ossessivo, splendido commento musicale di Riz Ortolani s’insinua timidamente: il congedo più o meno cosciente tra i due è separato da una porta, e il frammento si trasforma in un ammirevole punto di fusione tra riflessione intima e avvincente suspense, per dare luogo un attimo dopo a una splendida sequenza d’azione. Nella sua seconda parte, Io ho paura si trasforma in oggetto letteralmente travolgente. Innanzitutto Damiani introduce definitivamente alla dimensione dell’incubo paradossale con la splendida intuizione del déjà-vu al bar. Il film si riavvolge su se stesso e Graziano si ritrova a vivere una situazione in tutto simile (cambia giusto il colore dei capelli della figura femminile) a un’altra situazione già vissuta pochi giorni prima. Si resta letteralmente agghiacciati, d’un botto sprofondati in una dimensione dove il Potere può manipolare la realtà fino a replicarla potenzialmente all’infinito. Il muro della verità si chiude definitivamente. Il secondo magistrato è una replica grottesca del primo, e si è sicuri che Graziano può incontrarne potenzialmente un’infinità, pronti a espandere la realtà in un gioco sempre diverso e sempre uguale a se stesso, impenetrabile e infrangibile. L’universo che a poco a poco si dispiega di fronte a Graziano è tautologico, interscambiabile, replicabile all’infinito. Uno non corrisponde più a uno, ma a molti. È assai più di un gioco di maschere, stratagemma inevitabilmente ricorrente in un cinema come quello di Damiani che affronta Stato e trame nere o mafiose, in cui l’identità è giocoforza camuffata, espansa, riflessa, manipolabile. Più di un gioco di maschere: è l’evocazione di un universo che pur tenendo ben presente la realtà contingente e coeva dell’Italia ne amplia la portata fino all’allegoria politica o addirittura universale.

Io ho paura può essere letto come un acidissimo e spietato pamphlet, a patto però che gli si riconosca la capacità di coniugare profondissime e diversificate stratificazioni di senso, di linguaggio e di generi. Mantiene la superficie di un noir radicalmente avvincente grazie a una splendida regia e sceneggiatura, e al contempo apre un crepaccio senza fine nello stato delle cose nazionali. Come accadrà in seguito anche in L’avvertimento, ogni messa in scena ne contiene altre, e ciascuno ha bisogno di creare realtà a doppio fondo per le finalità più diverse. Conservare lo status quo (il Potere) o salvarsi la pelle (Graziano). È inutile tacciare Io ho paura di improbabilità. Tutto è abbastanza improbabile, certo, a cominciare da uno Stato che si ingegna a mettere in scena una seconda replica al bar per testare il grado di conoscenza della realtà di uno scomodo testimone. Ma Io ho paura non cerca realtà. Cerca il sentimento di una realtà. E così facendo, dall’Italia cupa e stritolata di fine anni Settanta (nient’altro che il portato, a ben vedere, di un’idea di Stato che si perpetuava già da decenni) il film riesce ad alzarsi fino ad altezze vertiginose. Mentre l’essere umano resta in mezzo, intrappolato, disorientato, spogliato di tutto, dalla fiducia nelle istituzioni alla fiducia nella verità – a ben vedere, le reticenze e i timori di Graziano non fanno altro che alimentare il gioco sullo stesso suo piano. Umanissimo e comprensibile, se ricondotto alla caduta totale del senso che ha riscritto letteralmente un intero sistema etico rendendolo a suo modo coerente ed egosintonico alla ragion di Stato.

Info
Un brano tratto da Io ho paura.

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