L’avvertimento

L’avvertimento

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Il cinema d’impegno civile e il poliziesco italiano riflettono su se stessi e sui propri strumenti espressivi. L’avvertimento di Damiano Damiani si allontana dal riferimento diretto e conclamato all’attualità sfondando verso territori allegorici e metafisici. Eccessivo, consapevolmente manierato e paradossale, nutrito di un pessimismo radicale che non trascura deragliamenti verso un ghignante grottesco, è anche un film cupamente profetico sull’immutabilità tutta italiana del rapporto tra verità e Potere. Buona la prova di Giuliano Gemma.

Io so che tu sai che io so (forse)

Roma. In attesa di raccogliere la fondamentale deposizione di un avvocato pentito sul malaffare di un importante gruppo bancario e imprenditoriale, il commissario capo Vincenzo Laganà viene assassinato nel suo ufficio alla Centrale di Polizia insieme al testimone. Il suo collega Antonio Barresi ha ricevuto intanto un misterioso versamento di 100 milioni di lire sul conto corrente personale, un tentativo di corruzione atto a verificare la disponibilità di Barresi a farsi strumento di un’inchiesta manipolata riguardo all’uccisione di Laganà. Sulle prime intenzionato a dimettersi, Barresi decide poi di percorrere una strada sottile e pericolosa, fingendosi disposto a farsi corrompere e cercando di sfruttare tale simulazione per condurre in realtà una vera indagine sulla morte del collega. A poco a poco Barresi si rende conto che non può fidarsi di nessuno, nemmeno del questore Martorana che sembra si sia a sua volta piegato al meccanismo corruttivo… [sinossi]

L’impegno civile si stacca dal dato meramente reale e si avvia verso territori metafisici. È una tendenza che sul finire degli anni Settanta accomuna più autori. Dal Francesco Rosi di Cadaveri eccellenti (1976) all’astrattissimo Elio Petri di Buone notizie (1979), nel cinema italiano il Potere si allontana fisicamente dai suoi protagonisti, trovando sparute personificazioni simboliche e alludendo sempre a un territorio inattingibile, dove politica, alta finanza e criminalità organizzata delineano un unico, solido muro impenetrabile. L’avvertimento (Damiano Damiani, 1980) si colloca esattamente qui. Conserva i tratti esteriori di un’ormai consolidata pratica cinematografica di casa nostra, giunta pressoché al capolinea agli esordi degli anni Ottanta, ma sceglie più del solito di rinunciare a diretti riferimenti all’attualità (presenti, ma non enfatizzati i richiami agli scandali bancari in fieri in quegli anni, a partire dalla figura di Michele Sindona), costruendo un intricatissimo intreccio in cui il malaffare italiano si trasforma in riflessione tetra e paradossale, a metà tra Kafka e Pirandello. Uno sguardo superficiale potrebbe ravvisare in tutto ciò una deriva debole, la rinuncia alla vis polemica in favore di un cinema più strettamente legato alle convenzioni del genere. In realtà l’intreccio ideato in sede di soggetto e sceneggiatura dallo stesso Damiani, Nicola Badalucco, Dino Maiuri e Massimo De Rita ragiona semmai sulle medesime convenzioni, interrogandole, rivolgendole in paradosso, forzandole e problematizzandole per espanderne la portata. Siamo nell’Italia a cavallo tra anni Settanta e Ottanta, messa in scena con tutti i suoi crismi e le sue brutture inestetiche, ma il Potere evocato può riguardare tutti, in ogni tempo e in ogni spazio. Quantomeno, può riguardare il Potere di ovunque e sempre quando giunto a una stentata decadenza, fatta di consolidata corruzione e distanza dall’interesse comune – in Italia in particolare, praticamente un assoluto culturale, una società e un Paese decadenti quasi per intima natura.

Più che altrove, Damiano Damiani sembra qui fare tesoro del grande successo popolare del poliziottesco conducendo il proprio cinema in territori assai meno frequentati di quanto potrebbe sembrare – malgrado il costante interesse dell’autore friulano per mafia e malaffare in genere, difficilmente si possono assimilare i suoi film alle strutture consolidate dei nostrani commissari di ferro. L’avvertimento evoca un orizzonte simile, ma per virare a sua volta in altra direzione. I grigi uffici della Centrale di Polizia (quelle terrificanti pareti di marmo…), la disillusione generalizzata tra le forze dell’ordine, i modi spicci e pure tanto gergo convenzionalmente cinematografico nei dialoghi, qua e là debitori verso la retorica americana e “doppiaggese”, ricordano senz’altro le cornici del poliziottesco, ma le differenze sono altrettanto sensibili. Innanzitutto, L’avvertimento è una produzione medio-ricca, frutto della premiata ditta Mario&Vittorio Cecchi Gori e della collaborazione di professionisti di prim’ordine (menzione speciale per il commento musicale di Riz Ortolani e per le scenografie di Andrea Crisanti). In cabina di regia siede un autore di prima grandezza, tra i cui meriti salta innanzitutto agli occhi la capacità di allestire grandi macchine di intrattenimento. Pur costruito su un intreccio molto complesso, L’avvertimento corre via come un treno, tiene avvinti da inizio a fine, sfiora più volte l’improbabilità ma scegliamo di crederci ugualmente. È un cinema di racconto rapido e di grande consumo, che tuttavia non rinuncia mai alla cura dei dialoghi e dei personaggi, sempre a metà tra la convenzione e la specificità, sempre un passo oltre rispetto alla prevedibile industria. Del resto, generalmente la scelta di Damiani è sempre stata uno scaltro compromesso. Piuttosto lontano dal rigore di autori come Rosi e Petri, Damiani non ha mai avuto particolari remore ad affrontare l’impegno civile in chiave fortemente popolare, adottando spesso toni didascalici e solleticando pure qualche luogo comune ben noto al pubblico. In tal senso L’avvertimento propone almeno una sequenza magistrale, la lunga conferenza stampa in cui vari cronisti elencano una polemica frase fatta dopo l’altra. Solo che stavolta Damiani rimette in scena il luogo comune con un sensibile grado di consapevolezza, e quella sequenza finisce per alludere a un teatrino meccanico, affidato a ruoli sociali fissi, nel quale l’Italia è ormai sprofondata. Ognuno interpreta e reinterpreta il proprio stanco ruolo, dai malfattori ai meccanici accusatori della stampa (nemmeno loro del tutto puliti). Un pessimismo pressoché cosmico, talmente radicale che il rovescio del grottesco glaciale è a un passo. Restano solo figure sparute di commissari idealisti, a loro volta costretti ad adeguarsi agli strumenti del sistema per contrastarlo. Il teatrino, la simulazione, la messa in scena restano l’unica via percorribile per tutti.

È qui, del resto, che risiede il nucleo fondante del film. Evocando in modo elegante le cornici del poliziottesco, Damiani costruisce un consueto intrico a ragnatela che rovescia regole e convenzioni e che al contempo finisce per mostrare la realtà come continuo prodotto di un accordo. La realtà va costruita, concordata, pure quando sono le stesse autorità in buonafede (come il commissario Barresi di un bravo Giuliano Gemma) a muoversi per far trionfare la giustizia. Chiamato in mezzo da un tentativo di corruzione, Barresi accetta il gioco cercando di sfruttarlo a vantaggio del bene, districandosi in una selva di doppigiochi dove strumento costante è la simulazione. I tre esecutori della strage iniziale sono travestiti da poliziotti, i tre imputati sono consapevolmente fittizi, fittizia è la ricerca delle due testimoni, l’attentato al questore è fittizio, e il questore ne ha un’immediata consapevolezza. L’elenco potrebbe essere lunghissimo; in L’avvertimento la verità appare sempre più imprendibile non solo perché sotterrata da una consueta valanga di maneggi tra poteri forti e malavita, ma anche perché i mezzi per portare la verità a galla si adeguano a loro volta a tale sistema di teatrini a scatole cinesi. Lo script di L’avvertimento conduce questo meccanismo alle estreme conseguenze, fino e oltre l’improbabilità – il rapporto tra il commissario di Giuliano Gemma e il questore di Martin Balsam si conclude dalle parti di un conclamato paradosso. La maniera è dietro l’angolo, ma è una maniera consapevolmente perseguita. Tanto che, con atto di sopraffina intelligenza, Damiani dà luogo nell’ultima egregia sezione a una vera e propria esplosione di grottesco. Tutta la lunga sequenza del matrimonio è una gemma di tensione, suspense, gestione del set e montaggio. A ben vedere, cenni a una messa in scena di secondo livello affiorano fin dall’esordio. Basti pensare al perfetto coordinamento, come in una sanguinosa coreografia, dei movimenti in scena prima, durante e dopo la strage alla Centrale di Polizia – i passi meccanici dei tre finti poliziotti, le movenze automatizzate e sincroniche di alcune comparse e delle barelle che portano via i cadaveri, l’insistenza sonora sulla ritmica dei passi, il costante gioco d’incastri fisici tra le varie figure in campo. In tal senso assume una propria specifica funzione anche il personaggio, un po’ drammatico un po’ ridicolo, della vedova Laganà, impersonata da Laura Trotter. Pure al dramma non si può mai credere totalmente. Nel suo doppio fondo può nascondersi l’interesse personale e più in generale la deriva verso una fisionomia grottesca e deformata. Nella sequenza del matrimonio anche i rappresentanti del potere finanziario deragliano verso la tetra farsa. In sostanza, il discorso, da contingente, cerca di spostarsi verso territori assoluti, in cui la portata polemica vuole espandersi a un’ampia radiografia di un’antropologia (e di modalità narrative) ormai consolidate in Italia. E magari anche altrove. Più di tutto, resta forte l’evocazione di una realtà costantemente negoziata, che deve trovare mezzi machiavellici anche in funzione del puro e semplice affermarsi di una giusta giustizia. Se nel poliziottesco le forze dell’ordine hanno spesso le mani legate e finiscono per ergersi a paladini individualistici figure di commissari ai confini con il profilo del giustiziere, L’avvertimento propone un commissario a sua volta solitario e individualista ma non superuomo, che mette via il grilletto facile e sceglie di sporcarsi le mani, cercando di trarre a vantaggio della giustizia le infinite risorse dell’inganno. Si delinea, in ultima analisi, un gioco di maschere, una partita a scacchi dove nessuno è mai sincero fino in fondo. L’effetto è angosciante, disorientante. Solo una risata agghiacciata, sul finire, mentre una galleria di mostri lombrosiani viene portata via in manette, può configurarsi come una liberatoria via d’uscita. È altrettanto a doppio fondo il finto ottimismo del finale. Barresi e Martorana, in mezzo pure a qualche vittima, sono riusciti a far trionfare una concordata verità. Ma per quanto? Quale altro teatrino sarà imbastito per mediare (di nuovo) tra l’affermarsi della giustizia e le mille opportunità del garantismo, funzionale al mantenimento dello status quo e all’inattaccabilità del Potere? Quel finale arresto di massa sembra preludere, con un decennio d’anticipo, l’ondata di Mani Pulite, alla quale seguiranno piccole e medie ondate che si sono perpetuate fino ai giorni nostri. L’avvertimento preconizza, alle sue battute conclusive, anche il senso di agghiacciante inutilità insito in tali tentativi di giustizia. In tempi più o meno brevi tutto rientra, tutto riprende come prima. Il teatrino ricomincia, tra malaffare da un lato, e meccanico sdegno etico dall’altro.

L’avvertimento finisce dunque per delinearsi come rilettura critica e consapevole di un intero genere (nella sua doppia incarnazione di poliziesco e impegno civile) che nei suoi anni appena precedenti aveva riscosso grande fortuna presso il pubblico. Si tratta di un processo ricorrente. Il lungo e massiccio sfruttamento porta inevitabilmente con sé l’emergere di opere che riflettono su se stesse, sui propri schemi espressivi e pure sulla funzione del cinema. Damiani si era già cimentato con una riflessione simile, sia pure sensibilmente diversa, con Perché si uccide un magistrato (1975). In L’avvertimento si fa più spessa la sostanza allegorica. Le figure del Potere, nei suoi mandanti, emissari ed esecutori, assumono i tratti di gigantesche personificazioni, spesso mostruose, di natura fortemente sintetica. Il tratto deformante e distorsivo è meno accentuato rispetto al cinema di Petri ed è tenuto sempre in bilico tra l’ingigantimento e la credibilità. Sono mostri credibili, quelli di L’avvertimento. E, forse per questo, l’effetto è raggelante.

Info
L’avvertimento, una clip.

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