L’inchiesta

L’inchiesta

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Frutto di un antico soggetto di Ennio Flaiano e Suso Cecchi D’Amico rimasto irrealizzato, L’inchiesta di Damiano Damiani sconta qualche convenzione da coproduzione italiana anni Ottanta, ma si avvale di una brillantissima idea narrativa che applica la struttura del giallo poliziesco al mistero della Resurrezione. Perfetto per una Pasqua all’insegna del logorante travaglio tra razionalità e fede. Con Keith Carradine e Harvey Keitel.

Il mago Silvan è il testimone-chiave

Pochi anni dopo la morte di Gesù Cristo, il funzionario romano Tito Valerio Tauro è inviato in Giudea per far luce sulla sparizione del suo cadavere, attribuita dai primi fedeli al miracolo della resurrezione. Scettico e razionale per cultura e formazione, Tauro si avventura in un’indagine che è ostacolata dal procuratore Ponzio Pilato, preoccupato delle possibili conseguenze sul proprio prestigio e sull’incarico affidatogli dall’Imperatore. Tauro è attratto dalla consorte di Pilato, Claudia Procula, che è rimasta fortemente affascinata dal messaggio del Cristo. Intanto, l’indagine si muove tra varie ipotesi razionali che rifiutano l’idea della resurrezione, coinvolgendo maghi e prestigiatori, testimoni e primi cristiani nascosti per timore delle ritorsioni romane… [sinossi]

La Pasqua e il suo mistero. La chiave avvincente e decisamente affascinante de L’inchiesta (Damiano Damiani, 1986) risiede nell’adesione allo sguardo laico di un funzionario dell’Impero romano, Tito Valerio Tauro, chiamato a indagare sulla sparizione del corpo di Gesù Cristo, che i primi fedeli attribuiscono alla sua resurrezione. Lo sguardo di Tauro riecheggia l’occhio del piccolo essere umano di fronte al Divino. Non è necessario essere antichi romani, agnostici o atei moderni per guardare con dubbio e tormentosa indecifrabilità al mistero della morte del Cristo. È sufficiente la natura finita dell’uomo. Per alcuni il Divino è una speranza, inattingibile alla vita terrena eppure tributata di rocciosa fede; per altri è qualcosa di rifiutato, ma dopo un inevitabile confronto con esso. L’inchiesta nasce su un soggetto di enorme sagacia, intelligenza e scaltrezza: trasformare la morte e resurrezione del Cristo in un giallo d’epoca romana dove il miracolo della vita dopo il decesso fisico è ridotto a una sfinge illeggibile da ricondurre in qualsiasi modo a una dimensione terrena. La sfida di Tito Valerio Tauro è esattamente questa. Romano di rocciosa formazione razionale, il funzionario si inerpica in un’indagine che tenta di riportare la presunta resurrezione nell’alveo del trucchetto da maghi o prestigiatori, funzionale alla creazione di un’enorme suggestione collettiva per rovesciare i destini dell’Impero.

In tal senso, il film di Damiani richiama alla memoria schemi e stilemi dell’indagine politica e poliziesca molto cara all’autore (e a molti altri autori) tra la fine degli anni Sessanta e tutti i Settanta. L’acume del soggetto, rimasto in realtà irrealizzato per lungo tempo, è tutta farina del finissimo ingegno di Ennio Flaiano, che lo compose a quattro mani con Suso Cecchi D’Amico. In questa sede non è dato sapere a quale regista fosse destinato originariamente il soggetto, né quale forma di film avrebbe dovuto assumere. È abbastanza probabile che non fosse stato pensato per l’impianto ad esso conferito da Damiani. L’inchiesta si mostra infatti come il frutto, non infrequente nell’Italia degli anni Ottanta, di un’ampia coproduzione internazionale, animata nei suoi tre personaggi principali da due star provenienti dalla New Hollywood (Keith Carradine e Harvey Keitel, già coprotagonisti di I duellanti, Ridley Scott, 1977) e da una meno nota attrice britannica, Phyllis Logan, apparsa tra gli altri in alcuni film di Michael Radford e che diversi anni dopo ritroveremo tra i protagonisti del capolavoro Segreti e bugie (Mike Leigh, 1996). Sono gli anni de Il nome della rosa (Jean-Jacques Annaud, 1986), e Il giorno prima (Giuliano Montaldo, 1987), quando il cinema italiano, spesso supportato dalla Rai, concepisce volentieri operazioni di appeal internazionale chiamando a raccolta star da ogni parte del mondo. Talvolta, questo orizzonte si conforma poi a fisionomie cinematografiche più ristrette di quanto appaiano sulla carta. È un po’ il caso de L’inchiesta, che spesso tradisce una certa povertà di set e messinscena – alcune sequenze, che potrebbero aprirsi alla scena di massa, si risolvono spesso con l’utilizzo di una ventina di comparse, tra le quali si ha più volte l’impressione di rintracciare gli stessi volti. Sono anche le scelte stilistiche di Damiani, qua e là, a entrare in conflitto con l’evidente ambizione del racconto; se da un lato il tema è corposissimo, dall’altro la scansione narrativa è spesso televisiva, in un concerto di primi piani e inquadrature che raramente aprono all’ampio respiro. Così come gli interni di antica ambientazione, ricostruiti a Cinecittà, mostrano una maggiore povertà di soluzioni rispetto ai fasti dei decenni precedenti. Vi è insomma qualcosa di anonimamente internazionale nella veste assunta da L’inchiesta, che tuttavia non smorza più di tanto la portata avvincente del suo racconto.

Se a prima vista il film di Damiani si delinea come un deciso detour rispetto alla produzione dell’autore apparsa nelle sale fino a quel momento, in realtà il film mostra anche imprevedibili fedeltà sottotraccia allo spirito del giallo politico/polemico italiano anni Settanta di cui l’autore friulano si era fatto uno dei maggiori artefici. Innanzitutto, l’afflato popolare: come i polizieschi di Damiani, di impronta mafiosa o meno, sposavano un arrembante didascalismo che parlava spesso alla pancia della gente, così ne L’inchiesta il dubbio sulle gesta di Cristo colleziona immediate teorie ben note al pubblico popolare – se non era Figlio di Dio, ricorreva dunque a trucchetti di prestigio? Sulla croce gli hanno fatto bere qualche pozione capace di simulare la sua morte per qualche ora? La sua vita successiva si è svolta al fianco di Maria Maddalena? Un po’ debitore della vulgata popolare, un po’ dei vangeli apocrifi, il film di Damiani interroga il mistero cercando scopertamente un pubblico complice, che già in parte si sia posto qualche domanda facile su un enigma di fede che razionalmente non si vuole accettare in quanto tale.

Ma la cifra più evidentemente debitrice del cinema pregresso di Damiani è da rintracciarsi in un camuffato poliziesco che ricorda, in epoca romana, strutture narrative e antropologie di molto cinema anni Settanta di casa nostra. A ben vedere, il Tito Valerio Tauro di Keith Carradine è una sorta di commissario di ferro in vesti antiche, ossequioso servitore dello Stato (Impero), che vede nel Cristo un facinoroso sovversivo, mistificatore di masse, votato a suggestionarle tramite l’artificio della resurrezione per ritornare, in carne e ossa, «seguito da uomini armati» e rovesciare l’ordine imperiale romano. Niente di molto diverso, in fin dei conti, dai commissari tutti d’un pezzo che rimettevano in riga le manifestazioni di piazza nei ribollenti anni Settanta italiani. Al contempo, però, il percorso di Tauro si muove tra due pareti sottili: avversario dei facinorosi, ma anche servitore dello Stato così serio e integerrimo da rifiutare la pastetta di palazzo, i maneggi per nascondere la verità, i vari poteri deviati che minano dall’interno un rigoroso ordine costituito. Il pavido e manipolatore Ponzio Pilato di Harvey Keitel adotta strumenti di autoconservazione che possono evocare alla lontana tante trame oscure del nostro paese. Damiani si concede anche qualche divertente inside joke con i canoni del genere – fantastico il riconoscimento all’americana ricreato in Giudea, con il testimone nascosto non più dietro a uno specchio trasparente, bensì dietro a una fessura di porta.

In qualche modo, dunque, Damiani sembra adottare una struttura allegorica in cui dietro al mistero della resurrezione continuano a fluttuare immagini dell’Italia appena uscita dagli anni di piombo. Il cristianesimo è un rigurgito di libertà che per l’ordine costituito si delinea come una sovversione da reprimere, Ponzio Pilato è il lato oscuro del potere, sottile nemico del proprio stesso Stato, e Tito Valerio Tauro è un dipanatore di verità, in quanto tale destinato alla sconfitta. Molto poliziesco italiano del decennio precedente seguiva queste orme, e l’uomo di legge chiamato in mezzo era spesso destinato a una fine brutale – il destino di Tauro non sarà diverso. Con impianto schiettamente e didascalicamente popolare, Damiani finisce insomma per ribadire un ulteriore argomento di larga diffusione, ovvero che, resurrezione o meno, Gesù Cristo è stato un primo rivoluzionario schiacciato nella polvere dallo spirito di autoconservazione del potere costituito. In tal senso Tito Valerio Tauro compie anche un proprio percorso, trovandosi a poco a poco intrappolato nel dubbio e finendo consapevole della sua progressiva inadeguatezza al ruolo al quale è chiamato. Benché alle battute conclusive finisca realmente suggestionato dal messaggio cristiano, la sua non è in realtà una vera traiettoria di redenzione, ma piuttosto una progressiva e avvilente presa d’atto che la sua logica e la sua morale (parole sue, molto significative) sono state superate dalla Storia.

Avvincente nel suo svolgimento, decisamente corposo e nutrito di grande intelligenza di scrittura e ideazione, L’inchiesta sconta, oltre a un certo impoverimento della messinscena in alcune delle sue sezioni, anche qualche evidente debito nei confronti del prodotto di ambizione internazionale con intenti di esportazione. Ne è prova soprattutto il rapporto tra Tito Valerio Tauro e Claudia Procula, consorte infelice di Ponzio Pilato affascinata dal messaggio di Cristo, al quale Damiani riserva pagine pregnanti alternate a sezioni convenzionali di uno schematico e prevedibile mélo. È del resto matrice tutta italiana la disinvoltura del casting, che circonda Carradine e Keitel di volti da cinema di genere di casa nostra come Luciano Bartoli, Angelo Infanti, Sal Borgese e addirittura il mago Silvan in un ruolo-chiave per l’economia del racconto. In pieni anni Ottanta, un po’ fuori tempo massimo, L’inchiesta si delinea in tal senso come un prodotto che non rinnega la natura artigianale di tanto cinema italiano, ma che al contempo continua a guardare verso ampi orizzonti. Che poi magari, nel prodotto finito così come si propone, riducono fortemente la propria portata, assommando esiti altalenanti, momenti brillanti e molte cadute. Eppure, restiamo letteralmente avvinti a un giallo che già sappiamo non potrà avere alcuna soluzione univoca e razionale, e più volte partecipiamo sinceramente al travaglio di Tito Valerio Tauro, impersonato da un Keith Carradine che, malgrado le numerose critiche di inadeguatezza al ruolo ricevute all’uscita del film nelle sale, appare decisamente efficace, protagonista di una crepuscolare trasformazione etica riflessa in una vera Passione fisica. Passione pagana, laica, razionale, agnostica. La resurrezione di Cristo è forse conoscibile con gli strumenti della logica. Il sovvertimento di un intero mondo, portato del messaggio cristiano, è invece inarrestabile. Comunque sia andata, sia stata la resurrezione un miracolo o un artificio, l’avvento del Cristo ha avviato il mondo a una trasformazione epocale. Questa, in ultima analisi, è la sofferenza di Tito Valerio Tauro, incarnazione di un’intera scala valoriale consapevole, a poco a poco, di essere giunta al proprio tramonto.

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Una clip de L’inchiesta.

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