The Woman King

The Woman King

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Solido film storico-avventuroso declinato al femminile, The Woman King va letto innanzitutto nell’ottica di un intrattenimento “muscolare” riportato al gusto del mainstream hollywoodiano; ciò al netto della poco convinta componente sociale del film di Gina Prince-Bythewood, e di una ricostruzione storica a dir poco libera.

African peplum

1820, regno africano del Dahomey: la giovane Nawi, ripudiata dalla sua famiglia dopo aver rifiutato un matrimonio combinato, viene arruolata nell’esercito delle Agojie, una potente casta guerriera di sole donne. Qui, la ragazza fa la conoscenza della generale Nanisca, considerata dai più un’eroina. Nel frattempo, la stabilità del regno è minacciata dalle pretese del vicino impero Oyo, che commercia in schiavi con le potenze coloniali europee… [sinossi]

Il cinema storico più muscolare, quello che con qualche forzatura potremmo (ancora) chiamare peplum, era rimasto per un po’ lontano dai radar della produzione hollywoodiana, almeno nelle sue declinazioni più mainstream e destinate al grande pubblico. È proprio nell’ottica del recupero del filone, “depurato” da qualsiasi pretesa autoriale, che va probabilmente letta l’uscita di questo The Woman King, più che nel dichiarato sguardo al femminile e nel presunto afflato sociale della storia. Certo, il retroterra della regista Gina Prince-Bythewood è quello di un cinema a prevalente tema sociale, con uno sguardo privilegiato sulla realtà della donna di colore nella società occidentale; tuttavia, a dispetto degli evidenti sforzi della regista per fare una ricognizione sulle tematiche di genere nel contesto preso in esame (un regno africano della prima metà dell’800) e di tracciare persino un problematico parallelo col presente, il focus è in realtà un altro. Nella vicenda della giovane Nawi (la convincente attrice esordiente Thuso Mbedu) e della sua educazione guerriera per opera della generale Nanisca (una Viola Davis che sente odore di una nuova nomination all’Oscar) c’è innanzitutto l’ennesima declinazione del vecchio tema del rapporto maestro-allievo, della ricerca del proprio percorso di vita da parte di un(a) giovane ribelle, e di un’identità forgiata in battaglia. Il tutto, su uno sfondo storico e politico che vorrebbe valorizzare da un lato l’affrancarsi di un popolo guerriero dal (pur indiretto) giogo coloniale, dall’altro il ruolo inedito dell’elemento femminile in questa resistenza. Elementi entrambi, tuttavia, un po’ deboli, almeno nella fattispecie.

Sono già state evidenziate le molte imprecisioni storiche della trama di The Woman King, alcune tanto spinte da sfiorare la mistificazione; la sceneggiatura di Dana Stevens, tratta da un soggetto di Maria Bello, punta palesemente ad accomodare gli eventi storici – e la stessa vicenda della schiavitù nel regno del Dahomey, col problematico ruolo giocato dalle stesse guerriere Agojie – per mantenere lo sguardo precipuo sulle sue due protagoniste: da una parte una giovane ripudiata e in cerca del suo spazio nel mondo, straordinariamente dotata e indisciplinata come vuole lo stereotipo; dall’altra la sua mentore, segnata a sua volta da un passato tormentato, e con evidenti punti di affinità con quella strana allieva. A dispetto del ricercato afflato epico della vicenda, quindi, di un climax che vorrebbe descrivere il risveglio di un popolo attraverso l’eroismo di due sue esponenti, il film di Gina Prince-Bythewood funziona decisamente meglio come parabola di crescita personale e costruzione dell’identità (quella della giovane protagonista) oltre che – come diverrà chiaro nel corso della storia – come dramma familiare sui generis. In questo senso, il setting storico viene decisamente subordinato alle esigenze del dramma, il cui iniziale sguardo collettivo si restringe sempre più sulle due protagoniste; un setting che resta in fondo poco significativo, intercambiabile – fatti ovviamente i dovuti aggiustamenti – con quello di un ipotetico, diverso contesto storico (e non). In questo senso, malgrado le influenze dichiarate dalla regista siano quelle di opere come Braveheart, Il gladiatore e L’ultimo dei Mohicani, il suo film resta affine nell’estetica (non nella raffinatezza narrativa) a quelli di Gibson e Scott, ma lontanissimo sotto ogni aspetto da quello di Michael Mann.

Poco male, almeno laddove si sia disposti a lasciar passare la discutibile operazione di semplificazione – se non peggio – che resta alla base del film, e si voglia immergersi in un’epopea che a tratti (non è una contraddizione) pare confinare tanto col fantasy quanto con la fiaba morale a sfondo storico. The Woman King resta un lavoro solido, scritto con mestiere e diretto con vigore e il giusto quid di epica adattata al tema e ai tempi; un film la cui gestione così fisica dell’azione sembra ribadire che, nel 2022, non (ancora) tutto è perduto, nel campo dell’intrattenimento, in favore delle piattaforme. La regia trasla abilmente nel contesto del film un’epica dalla portata universale, sfruttando abilmente i corpi in movimento delle sue protagoniste, mantenendo sempre al centro quelli di Nawi e Nasisca. L’evoluzione del loro rapporto, ben orchestrata dallo script, resta in fondo tutt’altro che imprevedibile, mentre il subplot che vede protagonista il “buon” colono mezzosangue (quello che ha il volto di Jordan Bolger) rimane pretestuoso e in definitiva superfluo nell’economia narrativa del film. Che una Agojie non abbia tempo per l’amore viene sottolineato esplicitamente in una delle prime scene del film; ci si domanda a che pro inserire un subplot (blandamente) romantico laddove non si voglia mettere in crisi questo assunto. Una debolezza, quest’ultima, che denuncia la volontà del film di Gina Prince-Bythewood di restare aggrappato a un formato di cinema mainstream le cui regole ormai prescindono (in gran parte) dal filone; regole che quindi mal si sposano, per loro natura, con qualsiasi, pur generico tentativo di ricostruzione storica. Debolezze strutturali, più che contingenti, che confinano The Woman King nel campo dell’artigianato cinematografico di serie a, di cui si ammira la fattura ma di cui non si può non rilevare la fragilità strutturale.

Info
The Woman King, il trailer.

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