C’era una volta in Bhutan

C’era una volta in Bhutan

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L’arrivo della modernità, l’importanza delle tradizioni, una cinematografia giovane e in pieno fermento: sono gli elementi intra ed extra diegetici che caratterizzano C’era una volta in Bhutan, secondo lungometraggio di Pawo Choyning Dorji dopo il successo dell’esordio Lunana – Il villaggio alla fine del mondo, arrivato fino a Hollywood e alla nomination agli Oscar per il miglior film internazionale. Dopo la partecipazione a Toronto e il premio della Giuria alla Festa del cinema di Roma 2023, arriva in sala con Officine Ubu.

Cosa ci fa un Lama con un fucile?

Regno del Bhutan, 2006. La modernizzazione è finalmente arrivata. Il Bhutan diventa l’ultimo Paese al mondo a connettersi a Internet e alla televisione, e ora è la volta del cambiamento di grande di tutti: il passaggio dalla monarchia assoluta alla democrazia. Per insegnare alla gente a votare, le autorità organizzano una finta elezione, ma gli abitanti del posto non sembrano convinti. In viaggio nelle zone rurali del Bhutan, dove la religione è più popolare della politica, il supervisore elettorale scopre che un anziano Lama sta organizzando una misteriosa cerimonia per il giorno delle elezioni … [sinossi]

Il Bhutan fa il suo esordio sulla scena cinematografica internazionale alla fine del secolo scorso, quandoLa coppa (1999) e Maghi e viaggiatori(2003) di Khyentse Norbu trovano visibilità e distribuzione al di fuori dei confini nazionali. Quest’ultimo rappresenta naturalmente una figura di riferimento e un mentore per Pawo Choining Dorji, che ha prima portato il piccolo Stato asiatico fino alla notte degli Oscar e ora, con l’opera seconda C’era una volta in Bhutan, si conferma voce interessante e da seguire, con la giuria capitanata da Gael García Bernal che ha tributato, durante l’ultima Festa del cinema di Roma, al film una menzione speciale. Un prodotto audiovisivo, parimenti da esportazione e rivolto e pubblico e mercato interno, che s’interroga su dilemmi nuovi e antichi con uno sguardo fresco e “innocente”, aiutato in questo dalla miriade di attori non professionisti che si è quasi obbligati ad utilizzare in un Paese dove non esiste ancora una vera e propria industria cinematografica. Il paragone più ovvio (ma forse anche più esatto) è quello con il nostro neorealismo, che RI-fondò una cinematografia perdutasi nelle dissoluzioni alto borghesi degli scimmiottamenti d’oltreoceano e nella negazione sistematica dei problemi economici e sociali della popolazione dopo e durante il Ventennio fascista. Dorji, anche sceneggiatore, riesce a narrare vari accadimenti in parallelo seguendo i suoi personaggi attraverso schemi e strutture narrative consolidate, ma anche riproposte attraverso lo stupor mundi che i suoi personaggi mostrano di provare verso i nuovi arrivi nella comunità, che siano questi una scheda elettorale o un fucile ottocentesco proveniente dall’epoca della guerra civile americana. E sono proprio gli Usa il termine di paragone per ogni opposizione e per ogni quesito a cui si tenta di dar risposta: si può importare la democrazia in un Paese che non si rivela pronto e che non ne avverte il bisogno? Un sistema democratico è un valore aggiunto di per se stesso? Si può mediare tra l’affrancarsi da sistemi sociali arcaici (e patriarcali) e il mantenimento della propria identità e cultura specifica? Un piccolo film, quindi, con grandi ambizioni, e che attraverso un tono leggero e profondo insieme dispiega un arco narrativo compiuto e che si chiude senz’ambiguità alcuna, in perfetta concordanza con la cultura buddhista che, semplificando brutalmente, considera l’ambiguità come un insormontabile difetto.

Nel 2006 il monarca del Bhutan decide di abdicare e di indire a breve elezioni democratiche. In tutto il Paese vengono messe in piedi una serie di simulazioni tese ad insegnare il meccanismo del voto, con tre partiti/fazioni principali: il giallo, il colore del re/la volontà di conservazione, il rosso, il centro a-ideologico/lo sviluppo industriale, e il blu, il progressismo/libertà ed uguaglianza per tutti. Quest’ultima fazione ha come leader il politico che appare, e viene spesso descritto, come il più laido e affarista del lotto, a palese dimostrazione che è proprio la tanto vituperata ambiguità una delle caratteristiche che un’elezione porta con sé. Nel piccolo regno buddhista sono da poco arrivati i mezzi di comunicazione come Tv, telefonini e rete internet e, come nell’Italia della seconda metà degli anni Cinquanta per continuare con il paragone precedentemente nominato, ci si riunisce nei locali pubblici per guardare Mtv e il trailer di Quantum of Solace, il capitolo bondiano dell’epoca, dove Daniel Craig maneggia con destrezza un AK-47 che impressiona e si stampa nella memoria di un giovane allievo del Lama locale, che improvvisamente (ascoltando alla radio la notizia dell’imminente prova di elezione) gli ha commissionato un fucile. Proprio il Lama ha organizzato nel giorno della Luna piena una misteriosa cerimonia.

In un’opera che tiene insieme e compenetra vari aspetti, la difficoltà economica del vivere in città, la fascinazione verso l’Occidente e il suo soft-power comunicativo, la difesa delle tradizioni, la necessità di dare alle nuove generazioni nuove opportunità di vita, la sintesi che riesce a trovare Dorji porta ogni linea narrativa a felice conclusione, ed anche nel e dal lieto fine si dispiega un sapore di cinema ultraclassico, perduto e soffocato da cinismo e disincanto da questa parte dell’emisfero. Con il personaggio di Ron “l’americano” impegnato a spendere soldi e a cui i funzionari locali chiedono lezioni di democrazia che non sa e non può dare, si dispiega un altro facile parallelismo, quello tra i locali e i nativi americani massacrati da quei fucili che nel Bhutan si trovano (ancora per poco?) molto raramente. Durante il corso del Novecento i rimanenti regni d’ispirazione buddhista hanno subito violenti e forzati inglobamenti (il Tibet dalla Cina, il Sikkim dall’India) e la soluzione locale è stata quella dell’isolamento, del rigido rinchiudersi all’interno dei propri confini per cercare di tenere fuori il mondo intero. Nel XXI secolo questo non è più possibile, a meno di non debordare in assolutismi tirannici sul modello della Corea del Nord; se si sceglie la via democratica, allora bisogna anche cercare un modello aperturista. E non vediamo tutto questo attraverso un rigido pamphlet di stampo documentaristico ma con una sorta di fiaba, che fa scaturire bisogni e problemi dal popolo. Si può maneggiare un fucile (The Monk and the Gun è il titolo internazionale) riducendolo a inoffensivo simbolo di odio, aggressività e sofferenza, da sotterrare perché il nuovo processo sociale ed economico inizi e prenda forma. Un’ utopia? Forse, ma il cinema può e deve permettersela, perché anche il cinema d’evasione alla 007, come la democrazia, può far danni a occhi e cervelli non pronti ad accoglierlo, e nulla può sottrarsi dal senso di responsabilità verso chi è costretto a subire immagini e decisioni dall’alto. Un alto che è negato dall’abbacinante orizzontalità della regia, che sembra riportare sulla terra ogni afflato spirituale negando, almeno fino al finale, ogni slancio divineggiante; un’ orizzontalità che, invece, negli interni si posiziona ad “altezza Ozu” nel villaggio e in maniera più mossa e composita nel minuscolo e soffocante appartamento cittadino, ad ulteriore sottolineatura. In conclusione, un’ultima annotazione: a precisa domanda, Pawo Chojning Dorji indica come film del cuore e della vita La vita è bella di Roberto Benigni. Che questo rientri perfettamente nel sopracitato discorso su innocenza contrapposta ad arido e disincantato cinismo? Meditate, gente, meditate, anche al di fuori del monastero di Ura.

Info
Il trailer di C’era una volta in Bhutan.

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