Il corpo

Il corpo

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Giallo/thriller atipico, popolato da personaggi eleganti e ispettori di polizia depressi e stropicciati, Il corpo di Vincenzo Alfieri è l’ultimo remake di un originale spagnolo che ha già avuto diversi rifacimenti in varie parti del mondo. In cerca di brividi fra il cinema di David Fincher, il giallo italiano anni Settanta e qualche reminiscenza di Clouzot, ma alla resa dei conti anodino, esangue, votato a un consumo rapido e indolore.

Piccolo uomo

Bella, ricca e non più giovanissima, la sprezzante Rebecca Zuin viene trovata morta a seguito di un infarto. Di notte il suo cadavere sparisce dall’obitorio, provocando la fuga spaventata di una guardia notturna che finisce in coma dopo essersi scontrato con un’automobile in viaggio. A indagare sulla sparizione del corpo viene chiamato l’ispettore Cosser, irrimediabilmente depresso dopo la morte della sua amata moglie e con qualche problema di gestione della rabbia. Viene subito convocato il marito di Rebecca, il giovane Bruno Forlan, ex-ricercatore precario che a suo tempo, tramite il matrimonio con la facoltosa donna, aveva conosciuto d’improvviso gli agi del benessere e della ricchezza.

Alcuni film si trasformano in materia adattabile ai contesti più diversi. Spesso capita con opere eminentemente commerciali, nate in una precisa dimensione produttiva e prontamente riprese, nel corso degli anni, per remake realizzati nelle varie parti del mondo. È successo con El cuerpo (Oriol Paulo, 2012), prodotto spagnolo di puro consumo neanche più freschissimo, che nel giro di poco più di un decennio ha conosciuto ben due rifacimenti indiani, uno sudcoreano, e pure uno statunitense che risulta in corso di realizzazione da diverso tempo. Adesso arriva nei nostri circuiti la versione italiana, Il corpo, per la regia di Vincenzo Alfieri, presentato al pubblico in stagione prenatalizia nel probabile tentativo di offrire un’occasione di immediato intrattenimento per uno dei periodi canonicamente più dedicati in Italia alla fruizione di massa del cinema in sala. Fin dall’originale spagnolo, infatti, si tratta di un giallo a pronta presa che non disdegna qualche nota thriller e lievemente horror, e che cerca di scompaginare un minimo le convenzioni del genere sottraendo al racconto la materia principale di qualsiasi narrazione che ruoti intorno a una morte misteriosa: il cadavere, la configurazione tangibile che un essere umano è passato a miglior vita in circostanze poco chiare. Ne Il corpo di Vincenzo Alfieri a sparire dall’obitorio è il corpo di Rebecca Zuin, donna di potere, facoltosa industriale della ricerca medica e farmaceutica, non più giovanissima ma sempre brillante, affascinante e soprattutto abituata a giocare scherzi spesso terribili perlopiù al suo giovane marito, Bruno Forlan. Sebbene non in linea con le convenzioni più stringenti del genere, in realtà l’ipotesi della simulazione di morte è a sua volta un grande classico cinematografico, con alcune punte espressive come I diabolici (Henri-Georges Clouzot, 1955). Nel film di Alfieri, a indagare sulla sparizione del cadavere viene chiamato l’ispettore Cosser, uomo devastato con evidenti problemi nella gestione della rabbia a seguito della morte dell’amatissima moglie, evento luttuoso avvenuto dieci anni prima e mai elaborato. Rispetto all’opera originale di Oriol Paulo Il corpo non si delinea affatto per un remake shot-for-shot, benché una parte delle sequenze siano fedelmente ripercorse. L’originale spagnolo ricorre infatti a una messa in scena piuttosto lineare e convenzionale, con qualche squarcio in flashback per delineare a grandi linee il rapporto fra la defunta (?) moglie e il giovin marito ma in pura e stretta funzionalità al dipanarsi della vicenda gialla. Alfieri e il suo sceneggiatore Giuseppe Stasi tentano invece di irrobustire il rapporto coniugale concedendo spazi più ampi al racconto del passato, e aggiungendo anche il ruolo fondamentale di una sorella di Rebecca.

Il risultato è l’evocazione di un rapporto tra marito e moglie dalle note ossessive, crudeli e a tratti violente, che molto volenterosamente pare rievocare alla lontana certe dinamiche di Gone Girl – L’amore bugiardo (David Fincher, 2014). Se infatti nel film di Oriol Paulo la Maika di Belén Rueda è ridotta sostanzialmente a personaggio-funzione confinato in pochissime sequenze, d’altro canto Alfieri lascia margini un po’ più corposi alla Rebecca di Claudia Gerini per delinearla come donna potente e manipolatrice, carnefice e vittima di un marito non troppo migliore di lei. Più volte, anzi, Il corpo dedica qualche sequenza all’emersione, in tutta la sua evidenza scenica e scenografica, di un universo opulento e decrepito, una «Grande Bruttezza» fatta di enfatica eleganza, corpi attempati in cerca di perdute gioventù e feste mortifere. Da quel mondo sembra cercare vie di facile evasione il bel marito Bruno Forlan, ex-ricercatore precario colto da improvviso benessere grazie al matrimonio con la ricca dominatrice. La fuga è verso conquiste più giovani che però non mettano troppo in discussione la ricchezza acquisita tramite le convenienti nozze. Sono entrambi abbastanza odiosi, Rebecca e Bruno. Lei sarcastica e prevaricante, lui presuntuoso, arrogante e cinico. Rispetto all’originale Alfieri sembra cercare maggiore spessore per le psicologie e l’orizzonte sociale, così come opta per una messa in scena molto più enfatica e oppressiva. È la storia di una donna gigante e di un piccolo uomo, meschino e squallido, tutto fuorché vittima. Al medesimo procedimento va incontro anche il profilo dell’ispettore Cosser, personaggio in qualche modo esemplare nel tratteggio del tormento e della fragilità – nell’originale spagnolo, invece, l’omologo indagatore conserva tratti più rigidi e asciutti. Su un piano puramente superficiale e didascalico viene a stabilirsi una chiara contrapposizione fra un lutto doloroso vissuto dalla “povera gente” e un lutto senza lacrime ambientato nel jet-set. Il tutto è confezionato secondo strutture narrative ed espressive puramente di maniera, e malgrado qualche timida ambizione Il corpo resta decisamente lontano da qualsiasi profilo di critica sociale. Certo, grazie alla maggiore attenzione riservata alla dimensione intima dell’ispettore Cosser si dà modo a Giuseppe Battiston di prodursi in una buona prova (è il personaggio meglio delineato e interpretato), ma la costruzione portante resta di puro intrattenimento.

E si deve anche dire che, a conti fatti, Il corpo resta un po’ prigioniero di evidenti debolezze strutturali non sempre capaci di nascondere problemi di sceneggiatura in parte ereditati dall’originale. Se Alfieri sposa una dimensione narrativa rarefatta e a tratti astratta (l’ambientazione e gli effetti visivi insistono molto su un orizzonte da incubo a occhi aperti, che sembra tenere presente il sempiterno modello di Seven, di nuovo David Fincher, 1995), d’altra parte la soluzione del mistero suscita una straripante sensazione di artificiosità difficilmente trascurabile. Fra i vari modelli evocati sembra di ravvisare anche qualche traccia del giallo italiano anni Settanta (giusto per associazione, l’istituto di ricerca medica richiama subito alla mente Il gatto a nove code, Dario Argento, 1971), quando spesso la logica narrativa andava a farsi benedire in funzione di una messa in scena fortemente persuasiva sotto il profilo della suspense, della violenza grafica e della coreografia degli omicidi. Ma Il corpo è fin troppo anodino e ripulito nei suoi tratti per poter giustificare la macchinosità dell’intreccio in funzione di un’avvolgente persuasività visiva. Gli spaventi restano fuori dalla porta, annegati nella scarsa credibilità del racconto e soprattutto nella ricerca schiacciante di un formalismo anonimo ed esangue. Cosicché, Il corpo può restare uno strumento di intrattenimento immediato ed epidermico, che magari troverà anche una propria strada nel catturare l’interesse del pubblico. Non è però un’occasione ben sfruttata nel ridare forza al cinema di genere italiano, di cui (lo si ripete da anni) la nostra produzione avrebbe tanto bisogno.

Info
Il trailer de Il corpo.

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