Gli uomini d’oro

Gli uomini d’oro

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Con Gli uomini d’oro Vincenzo Alfieri, qui alla sua seconda regia cinematografica, cerca di trovare il punto di connessione tra gli ingegnosi ladri dell’âge d’or del cinema italiano (da I soliti ignoti a 7 uomini d’oro di Mario Vicario) e l’heist movie d’oltreoceano. Il tutto prendendo spunto da un vero fatto di cronaca cui si ispirò diciannove anni fa anche il Gianluca Maria Tavarelli di Qui non è il Paradiso. Il risultato è una commedia amarissima, che non sa rinunciare ad alcune facilonerie di troppo ma nel complesso mostra le potenzialità di uno sguardo non prono nei confronti del genere. Ottima e sorprendente l’interpretazione di Fabio De Luigi, accompagnato da un solido Giampaolo Morelli, un monocorde Edoardo Leo e il quasi esordiente Giuseppe Ragone.

Il Lupo perde il pelo

Torino, 1996. Luigi, impiegato postale con la passione per il lusso e le belle donne, ha sempre sognato la baby pensione e una vita in vacanza in Costa Rica. Quando il sogno si dissolve scopre di essere disposto a tutto, persino a rapinare il furgone portavalori che guida tutti i giorni, perché la svolta della vita è proprio lì, alle sue spalle e il confine fra l’impiegato modello e il criminale è veramente sottile. Anche se dovrà rinunciare ad Anna, la seducente ragazza incontrata in una notte sfrenata. Un colpo grosso, un piano perfetto. Niente armi. Niente sangue. Un disegno criminale per cui avrà bisogno dell’aiuto del suo migliore amico Luciano, ex postino quarantenne insoddisfatto, e soprattutto dell’ambiguo collega Alvise, tutto casa e famiglia e con una vita apparentemente senza scosse. Nella banda anche un ex pugile, il Lupo, tutto muscoli e poche parole, legato a Gina, una donna forse troppo bella e forte per lui, e a Boutique, un couturier d’alta moda con un’insospettabile doppia vita. Ma il crimine non è per tutti e per uomini qualunque – ciascuno con la voglia di intascarsi tutto il bottino – si rivela un gioco pericoloso. E una storia incredibilmente vera si trasforma in un rocambolesco e inestricabile noir metropolitano. [sinossi]

Nel gergo gli uomini d’oro sono quei criminali che riescono a mettere a segno un colpo perfetto, impossibile da anticipare e difficile da ricostruire, e per di più del tutto privo di spargimenti di sangue. Le brillanti menti nere che il cinema ha sempre amato, al punto da costruirvi attorno un vero e proprio sottogenere, l’heist movie o caper movie che dir si voglia. Una tipologia narrativa così consolidata che spesso si può dividere al proprio interno solo fermandosi a un mero dato, quello riguardante la riuscita o meno del colpo il questione: su quella palla che oscilla sulla rete – per sgraffignare una metafora sportiva al Woody Allen di Match Point – si gioca parte consistente della timbrica che il film assumerà. Gli (anti)eroi potranno godersi i miliardi (come gli uomini di Danny Ocean nella trilogia di Steven Soderbergh, per esempio) o si ritroveranno a ingolfare le patrie galere o, peggio ancora, sottoterra? Il cinema italiano, prendendo spunto dal capostipite nostrano, il capolavoro monicelliano I soliti ignoti, ha per lo più prediletto un approccio agrodolce alla materia, da un lato raccontando il desiderio di rivalsa della classe sottoproletaria e dall’altro costruendo piani cervellotici destinati a fallire all’ultimo momento, quando il traguardo sembra essere a un passo (dopotutto Monicelli riprende il cupo Rififi di Jules Dassin, e nell’immediatamente precedente Rapina a mano armata di Stanley Kubrick i soldi della rapina volano nel cielo dell’aeroporto per colpa di un cagnolino, sventolando davanti allo sguardo disilluso di Sterling Hayden). Perfino il pirotecnico 7 uomini d’oro di Marco Vicario, che invece guardava con insistenza dalle parti di un altro film di Dassin, Topkapi, mette in scena l’incompiutezza del gesto criminale.
Va dunque riconosciuto un certo coraggio a Vincenzo Alfieri, trentatreenne salernitano che dopo il debole I peggiori, sbalestrato tentativo di firmare una commedia “sociale”, alza il livello dell’ambizione, fingendo di accettare i dogmi imperanti della produzione contemporanea per poi smarcarvisi.

L’utilizzo di un verbo sportivo, e anche calcistico, non è dopotutto casuale. Gli uomini d’oro nasce e muore in un arco temporale che è anche, e forse soprattutto, un tempo calcistico. Nasce sulle ceneri del Torino, la cui straordinaria storia viene azzerata da un mortificante 5-0 subito nel dicembre del 1995, e muore la sera del 3 aprile 1996, quando la Juventus vince in casa la semifinale d’andata della Coppa dei Campioni, rifilando un secco 2-0 al Nantes. Non sono questi gli unici riferimenti al calcio che vengono a galla durante il film di Alfieri: per sostituire in modo esatto il denaro presente nei sacchi che il furgone portavalori delle Poste trasporta i tre complici tagliuzzano un’intera collezione di un periodico calcistico, orgoglio e vanto del fratello di Luciano. Già, i tre complici. I loro nomi la dicono lunga sul ruolo dello sport che si gioca undici contro undici. Il “playboy”, l’ideatore del colpo, si chiama Luigi Meroni come il geniale fantastista del Torino che trovò una tragica morte prematura su Corso Re Umberto; il “cacciatore”, suo collega introverso e costretto a più lavori per sostenere economicamente moglie e figlia, è Alvise Zago, omonimo del talentino del Torino di fine anni Ottanta che vide la carriera troncata quasi di netto dalla rottura dei legamenti crociati a soli diciannove anni (nel 1995-96, quando si svolge il film, era ancora in attività – a 26 anni – ma già nelle serie inferiori, al Nola); il già citato Luciano fa di cognome Bodini, eterna riserva prima di Dino Zoff e quindi di Stefano Tacconi nella porta della Juventus, con sole 26 partite giocate nell’arco di ben dieci anni.
Tre calciatori, per un motivo o per l’altro, destinati all’ombra, messi in secondo piano rispetto al successo che avrebbero forse meritato. Proprio come i tre ometti ingrigiti da una società che riempie di luci al neon i propri interni per mascherare lo squallore di una vita priva di sbocchi reali. Una vita così povera da far agognare l’apertura di un grande salone da parrucchiera per la giovane fiamma che Luigi ha conosciuto in discoteca. “Ma io parlo di un sogno vero, qualcosa di grande”, ribatte il postino, che ha visto la sua baby-pensione allontanarsi per via del governo Dini. La sbornia berlusconiana è già finita, sulla carta (la realtà sarà ben diversa) ma la promessa di un facile arricchimento si è scavata un solco profondo nella mente degli italiani. Una mente che prevede due concetti: il calcio, e i soldi. Già le donne vengono in secondo piano. Sono sacrificabili sia per l’una cosa che per l’altra.

Partendo da una commedia che potrebbe perfettamente adagiarsi in quell’avvallamento creato da opere anche molto mediocri come il tristemente ultimo film di Carlo Vanzina, Caccia al tesoro (dove il colpo grosso era reso possibile, sempre a Torino, dallo svolgimento di un’ipotetica finale di Coppa Italia tra le due squadre cittadine; dopotutto anche Audace colpo dei soliti ignoti di Nanni Loy si svolge durante un Milan-Roma), Alfieri mostra da subito una propria indipendenza. La commedia all’italiana è uno spettro, l’immagine ectoplasmatica che non può completamente vaporizzarsi, ma Gli uomini d’oro non vi si confronta apertamente, eccezion fatta per alcuni passaggi che sono anche i punti meno credibili e più raffazzonati del film. Si guarda dalle parti di un noir cupo, o al massimo di una commedia umana colma di tragico sarcasmo, di paradossale vena grottesca. Alfieri vorrebbe costruire un Fargo dal retrogusto sabaudo, e non è un caso che come per i Coen si affidi a una storia realmente accaduta così assurda da non essere quasi credibile. È interessante notare come del colpo miliardario alle Poste torinesi del 1996 si fosse già occupato il cinema italiano: Qui non è il Paradiso, opera terza di Gianluca Maria Tavarelli, è un film del 2000 ingiustamente dimenticato, interessante tentativo di muoversi sul crinale del film criminale con uno sguardo autoriale, non snobista nei confronti del genere ma teso al dramma personale, alla crisi dell’uomo e della sua identità.
Dettagli che interessano solo relativamente Alfieri, più portato a un racconto cinematico, alla fusione tra musica e immagini (in colonna sonora anche i Cure di Lullaby), al gioco inteso non come passatempo ludico ma come necessità dell’intrattenimento. C’è dolore, ne Gli uomini d’oro, soprattutto grazie alla scelta di alcuni interpreti. Giampaolo Morelli si ritrova cucito addosso una volta di più il ruolo del belloccio che si sente soffocato da una vita che non voleva – non è poi così diverso dal personaggio interpretato per Gabriele Muccino in A casa tutti bene –, e si applica per renderlo credibile; sorprende il nevrotico, succube e quasi arrogante Luciano cui presta corpo e voce Giuseppe Ragone, ma il vero mattatore è un Fabio De Luigi che abbandona per fortuna birignao e mossette per incarnare un essere umano già morto, cardiopatico livido e disilluso, cacciatore per hobby e preda per professione.

Lo stesso non si può dire, purtroppo, di un Edoardo Leo monocorde. Ed è un peccato, perché il personaggio che interpreta, quello del Lupo (proprietario insieme al Cacciatore di un pub fuori città, programmaticamente chiamato Balla coi lupi – e va ricordato che uno dei protagonisti della storia vera si faceva bello della sua supposta somiglianza con Kevin Costner), rappresenta da un punto di vista narrativo l’ago della bilancia dell’intera vicenda. Il venir meno di questa sottotrama, che si muove su un terreno lubrico che Alfieri dimostra di maneggiare con scarsa sicumera, depotenzia un film che avrebbe potuto ambire a ricalibrare determinate prammatiche della produzione italiana e invece è costretto a essere solo un esempio bizzarro di ciò che il cinema italiano non sa più essere. Nel mettere in scena Lupo, la sua compagna – poco interessante anche il personaggio interpretato da Mariela Garriga, mentre semplici ma più credibili appaiono le psicologie della moglie di Alvise, un’ottima Susy Laude che a tratti irradia bagliori della soffocata indipendenza della signora Pina versione Liù Bosisio, e perfino della fiamma di Luigi, affidata a Matilde Gioli – e il sarto d’alto bordo e con le mani sporche interpretato da Gianmarco Tognazzi, il film ricade proprio in quella medietà del prodotto nazionale da cui vorrebbe prendere le distanze. E l’inquadratura finale, per quanto a suo modo fedele alla “realtà dei fatti”, non fa che rinnovare questa spiacevole sensazione. Resta comunque un lavoro da non prendere sottogamba, e che è un peccato veder uscire in sala senza la dovuta attenzione e cura, mentre altri titoli assai meno interessanti ottengono un’eco mediatica assai maggiore. Ma questa è una storia ben più vecchia delle scaramucce tra tifosi granata e juventini, a ben vedere.

Info
Il trailer de Gli uomini d’oro.

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