I peggiori

I peggiori

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Non nascondendo il debito col fortunato Lo chiamavano Jeeg Robot, ma evitando di replicarne tout court la formula, I peggiori tenta uno sguardo originale sul genere supereroistico, difettando tuttavia in sostanza ed equilibrio.

Li chiamavano Demolitori

Massimo e Fabrizio, fratelli romani trapiantati a Napoli, devono far fronte a continue difficoltà economiche e alla cura della sorella tredicenne Chiara, dopo la fuga della loro madre, imprenditrice coinvolta in traffici poco puliti. Quando i due, come ultima spiaggia, decidono di compiere un furto presso il cantiere in cui è impiegato Massimo, portano casualmente alla luce lo sfruttamento di manodopera straniera da parte del datore di lavoro, che trattiene illegalmente i passaporti dei suoi dipendenti immigrati. Nel giro di poco, l’azione dei due, documentata da un video, diviene virale in rete, trasformandoli in eroi. Nascono così i “Demolitori”… [sinossi]

Se il successo di un film come Lo chiamavano Jeeg Robot abbia aperto o meno una nuova tendenza, o quantomeno una rinnovata attenzione, da parte di registi e produttori italiani, per il “genere” nelle sue varie declinazioni, è ovviamente presto per dirlo. Fatto sta che, nei discorsi (invero non sempre centratissimi) che critici, addetti ai lavori e semplici appassionati riservano a quello che è lo stato dell’arte del cinema nostrano, si colgono sempre più spesso analisi che celano a malapena l’auspicio per una sorta di (e prendiamo il termine con tutte le cautele del caso) “rinascita” del cinema di genere italiano. Rinascita che, non ci stancheremo mai di ripeterlo, per la nostra cinematografia sarebbe nient’altro che il ritorno a quelle radici (che hanno sempre contemplato i generi, e la propensione primaria al pubblico) che da oltre un trentennio vengono sottoposte a una sistematica opera di elisione. Se è dunque vero che l’italico mainstream sembra puntare più che in passato, con una frequenza inedita ma non sappiamo quanto duratura, sul cinema di genere, è anche vero che quello che viene generalmente considerato il capostipite di questa (vera o presunta) tendenza, non aveva ancora avuto filiazioni dirette. Filiazione che è invece del tutto evidente in questo I peggiori, esordio nel lungometraggio del regista salernitano Vincenzo Alfieri.

Il confronto con l’opera prima di Mainetti, che il film di Alfieri occhieggia senza tentare di replicarne le caratteristiche tout court, è un peso ingombrante ma in certa misura inevitabile, per un lavoro che arriva a soli due anni di distanza da quello che viene considerato, a torto o a ragione, un piccolo “caso” cinematografico.
Va detto tuttavia, a onor del vero, che il regista/attore salernitano cerca col suo esordio di seguire un approccio personale alla materia, capace di dosare in diverso modo gli ingredienti che già furono alla base del film di Mainetti; ma soprattutto di guardare il filone super-eroistico (innestato nella realtà sociale nostrana, e in particolare in quella napoletana) da un diverso punto di vista. In una Napoli in cui vengono giustapposti (in primis visivamente) i simboli dell’anima popolare cittadina con i centri del potere, i quartieri storici con i modernissimi grattacieli sorti ai limiti della città, sedi di un potere politico/economico sempre più camaleontico, si snoda un intreccio che muove da uno spunto non dissimile da quello delle tante commedie “generazionali” che il cinema italiano ci ha mostrato negli ultimi anni.
L’introduzione dei due protagonisti replica in fondo quella tendenza al bozzetto di costume, con una preponderante componente territoriale, che tante volte il cinema italiano ha utilizzato nella sua storia recente. Se la base, nel film di Mainetti, era insomma il “nero” (pur virato al grottesco) qui possiamo dire che ci si muove da un mood più improntato alla commedia.

Nel carattere grottesco della sua idea di partenza, tesa a caricaturizzare tipi sociali ben codificati (l’eterno Peter Pan, il laureato dalle aspirazioni frustrate, la ragazzina tredicenne problematica), I peggiori innesta il motivo super-eroistico in modo apparentemente casuale, andando a tracciare una congiunzione tra l’italica visione del genere codificata da Mainetti (tralasciando il poco riuscito tentativo di Salvatores nel suo Il ragazzo invisibile) e i “real life superheros” dell’americano Kick-Ass (e derivati).
Un tentativo che si regge su una definizione attenta (pur se non priva, in molti frangenti, di schematizzazioni) del contesto in cui si muovono i due fratelli, da quello familiare e sociale a quello lavorativo. Paradossalmente, per un film che vuole comunque inserirsi nel filone degli eroi in maschera (anche laddove ne tenta una bonaria parodia), cercando di seguirne sommariamente i topoi, la parte più riuscita del film di Alfieri è quella iniziale: quella, cioè, più prettamente improntata alla commedia, in cui i due fratelli progettano il piano che poi causerà la loro (involontaria) trasformazione in eroi.
È, invece, nel momento in cui il film imbocca con più decisione il filone del racconto di genere, con un’antagonista (l’efficace Antonella Attili) e un abbozzo di missione da compiere (lo smascheramento dei suoi affari) che l’intera struttura inizia a scricchiolare. Concentrato sul motivo della trasformazione (grottesca quanto obbligata) dei due protagonisti negli eroi che non avrebbero voluto essere, il regista perde di vista il climax e la tensione, riducendo la componente più propriamente action praticamente all’osso. Responsabilità, questa, anche di una sceneggiatura che non brilla esattamente per compattezza ed equilibrio.

Restano comunque, di questo I peggiori, l’interessante sguardo sull’ecosistema urbano (con la già citata, continua giustapposizione tra i due modelli di città, con i tipi sociali che li abitano), il buon affiatamento tra i due protagonisti (lo stesso regista e l’ottimo Lino Guanciale), la simpatia della giovanissima Sara Tancredi, gli efficaci (seppur un po’ stereotipati) comprimari coi volti di Biagio Izzo ed Ernesto Mahieux. Resta anche un’idea di cinema che, pur nella sua non perfetta traduzione in immagini, non può che suscitare un’istintiva simpatia, specie per il carattere ruspante (istintivo, popolaresco più che popolare) che esprime.
Non si riesce (del tutto) a passare sopra agli squilibri di sceneggiatura, a un certo qualunquismo che qua e là fa capolino nei dialoghi (la frase “tanto siamo in Italia”, non appena un personaggio propone un furto o un’azione illegale, sarebbe forse il caso di metterla definitivamente da parte), a scene d’azione non sempre dirette in modo ottimale. Pur nei limiti di questo lavoro, siamo curiosi di rivedere all’opera il Vincezo Alfieri regista, magari con uno script più compiuto e centrato.
Avviso inevitabile, per lo spettatore che se lo stesse chiedendo: sì, c’è anche la sequenza post-credits (o meglio, mid-credits, se ci passate il neologismo), dal carattere simpatico seppur tutt’altro che imprevedibile.

Info
Il trailer di I peggiori su Youtube.
La pagina Facebook di I peggiori.
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