Now You See Me 2

Now You See Me 2

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Nonostante il cambio in cabina di regia, Now You See Me 2 ripropone in buona misura gli ingredienti del suo predecessore, semplificando l’intreccio ma perdendo un po’ in spontaneità e spirito naïf.

La magia dimezzata

Un anno dopo i loro mirabolanti colpi illusionistici, i Quattro Cavalieri mettono in scena un numero a sorpresa, allo scopo di denunciare il corrotto magnate della tecnologia Owen Case. Durante lo “spettacolo”, tuttavia, qualcosa va storto, e la squadra è costretta alla fuga. Catturati, insieme al loro compagno – ed agente dell’FBI – Dylan, i quattro saranno costretti dal facoltoso eremita Walter Mabry a rubare un potente chip, in possesso proprio di Case… [sinossi]

Action comedy debitrice al filone dell’heist movie, di cui traslava la logica nel mondo della prestidigitazione (offrendo anche qualche interessante riflessione sulla natura illusoria della creazione artistica) il primo Now You See Me – I maghi del crimine sembrava richiamare, quasi naturalmente, l’ipotesi di un sequel. Un esito a cui si è giunti infine anche più tardi del previsto, visti gli ottimi risultati del prototipo al botteghino: questo Now You See Me 2 raduna in gran parte la stessa squadra, tecnica e artistica, che già aveva dato vita al blockbuster del 2013 di Louis Leterrier. Proprio in cabina di regia si registra invero l’avvicendamento più significativo: a un cineasta già collaudato, dal solido mestiere nel campo dell’action movie, come Leterrier, si è infatti sostituito il meno noto Jon M. Chu. Un regista messosi in luce in passato col filone della commedia musicale, affermatosi come coreografo e “prestato” a una concezione dell’action che (complice la sua natura corale e “performativa”) trova qualche affinità coi numeri di danza con cui Chu ha familiarità. I vaghi rimandi qui presenti al cinema d’azione di Hong Kong (complice l’ambientazione asiatica di parte della storia) ne rafforzano questo elemento.

In realtà, al di là della sua coloritura maggiormente esotica (ammesso che si possa parlare, nel 2016, di una qualsiasi forma di esotismo cinematografico) questo sequel sceglie la via più logica, e meno rischiosa, per proseguire l’intreccio del prototipo. Stessa squadra (con l’eccezione della sostituzione – un po’ meccanica – della Isla Fisher del primo film con la new entry Lizzy Caplan), simili dinamiche narrative, stesso mix, anche nel dosaggio degli ingredienti, di azione e humour. Con la differenza, non trascurabile, che una parte della freschezza e della carica un po’ naïf del film di Leterrier, seppur contenute nei ristretti confini di un blockbuster hollywoodiano, vanno qui inevitabilmente perdute. La giocosità così lieve e gratuita della messa in scena, l’abbozzato, ma apprezzabile, ragionamento sui limiti della visione e della percezione (e sulla loro possibile manipolazione) tornano qui con meno mordente cinematografico. Il tutto, complice il rifiuto della sceneggiatura di battere strade anche parzialmente nuove, appare (ed è) molto più costruito e stantio. Ciò, anche a causa del fatto che tutta la prima, intrigante, fase del precedente film, quella dell’incontro della squadra e della presentazione dei personaggi, non trova qui un apprezzabile corrispettivo.

Lo script, opera dell’Ed Solomon che aveva già firmato il primo Now You See Me, amplia il palcoscenico delle gesta del gruppo, ma ne linearizza maggiormente le vicende, riducendo i twist narrativi e cercando di approfondire il background (in precedenza solo abbozzato) di alcuni dei personaggi. In questo, si rivela divertente l’idea di un fratello gemello del Merritt McKinney di Woody Harrelson, schierato tra i villain e affidato alle fattezze dello stesso attore; così come risulta significativo (anche se sacrificato) l’ulteriore approfondimento della figura del poliziotto di Mark Ruffalo, e della sua storia familiare. Invero, tra i principali limiti del film, sta proprio la ridotta utilizzazione di questa, suggestiva, componente: il passato del Dylan Rhodes di Ruffalo, il rapporto con la sua nemesi interpretata da Morgan Freeman, la natura e le caratteristiche dell’Occhio (con le conseguenti implicazioni narrative) sono tutti elementi che restano relegati ai minuti finali. Forse per evitare di complicare oltremodo l’intreccio, forse perché immolata sull’altare delle robuste dosi di azione, la componente davvero magica (quella che affonda le sue radici in un passato prima solo accennato) rimane piuttosto involuta.

Resta certo apprezzabile, in chiave di ironico rimando e contrappasso, la presenza di Daniel Radcliffe nell’insolito ruolo di villain, col suo incarnare un personaggio impegnato a sottolineare la superiorità della scienza sulla magia. Resta la generale, buona fattura della messa in scena, la complessiva, maggiore compattezza narrativa dello script rispetto a quello del primo film (pur a scapito di originalità, capacità di stupire e spessore); resta la suggestione, in chiave di semi-cliffhanger narrativo, introdotta da un happy ending più che mai aperto. Una chiusura che spinge, malgrado tutto, a restare in sala fino alla fine dei titoli di coda (in attesa di un post-finale che – lo diciamo subito – non c’è); e che spiana la strada, in modo più esplicito che mai, al già annunciato terzo capitolo. A proseguire un franchise che continua ad ispirare, malgrado la sua qualità – anche all’interno del singolo film – spesso intermittente, un’innata simpatia. E che auspichiamo recuperi, da amanti (anche) di una concezione più lieve ed effimera dello spettacolo cinematografico, un po’ del suo originale potenziale ammaliante.

Info
Il trailer di Now You See Me 2.
Il sito ufficiale di Now You See Me 2.
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