A Real Pain

A Real Pain

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Jesse Eisenberg esordisce alla regia con A Real Pain, una commedia agra, non priva di dolcezze ma che non indulge a sentimentalismi eccessivi, e che sa raccontare il senso di dispersione dell’ebreo statunitense e anche il suo progressivo scollamento dalla realtà. Questo, di questi tempi, è argomento tutt’altro che banale.

Le scarpe della memoria

David e Benji sono due cugini non più in sintonia tra loro che si ritrovano per un tour in Polonia in onore della loro amata nonna. L’avventura prende una svolta quando le vecchie tensioni della strana coppia riemergono sullo sfondo della loro storia familiare. [sinossi]

Cosa significa in questo frangente storico “essere ebrei”? E ancor più, cosa significa esserlo negli Stati Uniti, cresciuti in famiglie benestanti, lontani da quell’Europa in cui si sviluppò una radice antisemita così forte da condurre a un genocidio? Gli interrogativi che si pone Jesse Eisenberg peril suo esordio dietro la macchina da presa sono tutt’altro che banali, e trovano conferma e spessore in scena grazie alla costruzione narrativa di due personaggi da un certo punto di vista antitetici, ma in grado di porsi questioni o, almeno, di saper provare in profondità il senso del dolore, della perdita. A Real Pain, che a prima vista poteva apparire come l’ennesima opera prima di un attore che decide di confrontarsi con l’altro lato della barricata, scava invece sottopelle e testimonia la volontà pervicace da parte di Eisenberg di non accontentarsi della soluzione più semplice, quella più immediata ed emotiva: invece di lasciarsi dominare dal climax accettandone i diktat industriali, colui che fu Mark Zuckerberg in The Social Network di David Fincher preferisce tenersi a distanza, suggerire invece di far prolassare nella melassa l’organo pulsante del suo film, l’incontro/scontro tra due cugini che un tempo furono in completa sintonia, ma ora si trovano distanti geograficamente e ancor più sentimentalmente. C’è una poesia leggiadra e pesantissima allo stesso tempo che aleggia nelle inquadrature lavorate con raffinato naturalismo da Michal Dimek (sua la fotografia, tra gli altri, di EO di Jerzy Skolimowski), e negli sguardi dimessi e intimiditi dello stesso Eisenberg e di un eccellente Kieran Culkin, nel ruolo che con ogni probabilità gli cambierà la vita professionale. Cenni d’avvicinamento per due giovani uomini che si trovano a migliaia di chilometri di distanza per omaggiare le loro radici famigliari, in una Polonia che forse non ha mai davvero fatto i conti con la buriana antisemita. Ma chi li ha fatti?

È davvero interessante come nel prendere a modello la classica struttura della commedia d’oltreoceano con un gruppo di statunitensi in “gita” (si pensi a Se è martedì deve essere il Belgio di Mel Stuart, 1969, e al suo remake televisivo del 1987 di Bob Sweeney, Se è martedì allora siamo in Belgio) Eisenberg spinga i suoi personaggi non tanto a rivendicare il loro statuto di “vittime”, ma a confrontarsi con le responsabilità sovente disattese di chi – erede di chi patì sulla propria pelle quell’abominio – oggi non si rende conto a suo modo di poter essere un “carnefice”: in un frangente storico come quello attuale una presa di posizione simile assume un valore politico assolutamente non allineato alla marea montante. Guarda all’indie a stelle e strisce, Eisenberg, ma la descrizione della famiglia disfunzionale che tanto peso ha sempre avuto in quel percorso produttivo trova qui un personaggio mirabile, quel Benji che non può fare a meno di soffrire, perché è quella la vera eredità che ha ricevuto, è quello il tramite con il passato suo e della sua famiglia. Soffrire, condividere il proprio pathos con gli altri, credere nel peso specifico di una piccola pietra commemorante. È lui l’epicentro dello sguardo di chi si approssima a A Real Pain, dolorosa commedia che non ha paura di sollevare temi, e crede pervicacemente nella dialettica. Molte sono le sequenze che viene naturale segnarsi nella memoria (la “fuga” in treno, la visita al campo di concentramento di Majdanek, la confessione aperta e priva di filtri di Benji a tavola con tutti gli altri commensali), a dimostrazione di una vivacità espressiva che non dimentica mai per strada l’umano, le sue esigenze, il mistero che l’avvolge. Eisenberg mostra uno sguardo partecipe e mai didascalico, anche quando si trova a dover fronteggiare passaggi più apertamente retorici sull’Europa durante il periodo bellico dell’avanzata nazista. E sa regalare un finale dolcissimo, struggente eppure disperato, in cui non si può anche dopo la condivisione della memoria dell’orrore più atroce che ritrovarsi ancora soli, a cercare un senso alla propria esistenza nelle abitudini e nelle prassi degli altri, sconosciuti che non provano la medesima sofferenza né forse possono davvero comprenderla fino in fondo.

Info
Il trailer di A Real Pain.

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