Il silenzio del mare

Il silenzio del mare

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Esordio al lungometraggio, avventura produttiva, primo atto della trilogia della guerra e della Resistenza, Il silenzio del mare è un film volutamente anticinematografico, ridotto all’osso, minimalista senza alcun cedimento, intriso di tutto il peso letterario e morale dell’omonimo romanzo di Vercors. Un microcosmo metaforico, un silenzio che cela un grido disperato, potente. Una condanna senza appello.

Il sole brillerà sull’Europa

Seconda guerra mondiale, inverno del 1941. La Francia è occupata dalla Germania nazista. In un paesino della costa atlantica, un anziano zio e la giovane nipote sono costretti a ospitare e quindi a convivere con l’ufficiale tedesco Werner Von Ebrennac, un uomo colto, da sempre innamorato della Francia e della sua cultura. Zio e nipote, ostili all’occupazione, decidono di non interagire col loro ospite, di non rivolgergli mai la parola, restando sempre in silenzio. Nonostante questa forma di resistenza, l’ufficiale tedesco cerca di stabilire un legame, tornando ogni sera nel loro salotto, raccontando le sue passioni intellettuali, le sue speranze per una futura unione tra Francia e Germania, dimostrandosi sempre rispettoso e gentile… [sinossi]
Il est beau qu’un soldat désobéisse à des ordres.
– Anatole France.

«Le célèbres livre de Vercors». Parte proprio da qui il primo lungometraggio di Jean-Pierre Melville, dal libro nascosto in una valigia, dalla copertina, dalla dedica a «Saint-Pol-Roux, il poeta assassinato». I titoli di testa de Il silenzio del mare (Le Silence de la mer, 1949) sono scritti sulle pagine di un libro, a sottolineare il legame strettissimo con l’opera di Vercors e anche la sua natura volutamente antispettacolare, come ebbe a sottolineare lo stesso Melville: «quel che mi era piaciuto enormemente ne Le Silence de la mer era stato quell’aspetto anticinematografico del racconto che mi aveva immediatamente portato a pensare di farne un film anticinematografico» [in Fernaldo Di Giammatteo, Nuovo dizionario universale del cinema – I film, Editori Riuniti, Roma 1994]. L’adesione al testo è rigorosa, anche per il controllo di Vercors e per quella singolare spada di Damocle che lo stesso Melville aveva posto sopra la propria testa e l’intera operazione: se il film non avesse incontrato i favori di una giuria della Resistenza, la pellicola sarebbe finita al rogo.

Il gesto di Melville, che della guerra e soprattutto della Resistenza aveva avuto esperienza diretta, è naturalmente in linea col rigore di questa trasposizione e con la caratura morale dei due personaggi francesi, l’anziano zio e la giovane e bella nipote. In tal senso, Il silenzio del mare ha un profondo valore metaforico, è una sorta di declinazione minimalista della Resistenza transalpina, un microcosmo rinchiuso tra quattro mura che guarda idealmente alla tragedia della Seconda guerra mondiale, all’ignominia dell’Olocausto, ai solidi valori francesi e agli abissi morali del popolo tedesco. La silenziosa fermezza di zio e nipote risuona come una condanna senza appello non solo alle alte sfere dell’esercito ma a un’intera nazione – non lascia scampo la didascalia che scorre dopo i titoli di testa: «les crimes de la Barbarie nazie, perpétrés avec la complicité du peuple allemand».

Il silenzio del mare è un film di parole, di pochissimi movimenti di macchina, soprattutto di interni. Fuori, come nel viaggio parigino, non c’è spazio per l’illusione, per le buone maniere, ma solo per il definitivo collasso dell’utopico legame artistico, intellettuale e umano tra la grandeur francese e la Germania nazista vagheggiato con cieca ostinazione da Ebrennac. Dominato dalla voce narrante dello zio, per certi versi perfettamente antitetico a Duello a Berlino (The Life and Death of Colonel Blimp, 1943) di Michael Powell e Emeric Pressburger, il film di Melville osserva una forma di resistenza all’invasore quasi impercettibile, indubbiamente lontana dalle azioni partigiane messe in scena da Operazione Apfelkern (La bataille du rail, 1946) di René Clément. A suo modo, Melville anticipa il bressoniano Un condannato a morte è fuggito (Un condamné à mort s’est échappé, 1956), caricando parole e piccoli gesti di un peso simbolico che, ancora silenziosamente, deflagra nel finale con l’invito «avanti, signore» pronunciato con umana e generosa comprensione dallo zio, l’addio sussurrato con afflato sentimentale dalla nipote e, infine, l’inutile tentativo dello zio di salvare Ebrennac. Ed è qui, nel gesto solo apparentemente onorevole dell’ufficiale di farsi destinare al fronte, che si compie quello che era già scritto nell’incipit, in quella didascalia che era una pietra tombale, un giudizio storico inappellabile. Melville tornerà alla Francia occupata con Léon Morin, prete (Léon Morin, prêtre, 1961) e L’armata degli eroi (L’Armée des ombres, 1969), film dal profilo produttivo decisamente diverso, ma è con Il silenzio del mare che ha saputo cogliere e cristallizzare lo spirito della Resistenza, la rabbia silenziosa, le profonde ferite ma anche l’indomito orgoglio individuale e collettivo.

Info
Il trailer Il silenzio del mare.

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