Labbra proibite
di Jean-Pierre Melville
Realizzato su commissione e in coproduzione italiana, Labbra proibite adotta alcune linee di massima del noir e del mélo ma collocandosi robustamente al di sopra dei generi. All’apparente scontro etico fra i personaggi corrispondono scelte stilistiche mirate all’antipsicologico e all’antiempatico. Jean-Pierre Melville evoca un universo freddo e privo di speranza, in cui la dimensione del desiderio è del tutto negata e in cui l’etica è soltanto un pallido sedativo della coscienza in una generale coazione a ripetere di azioni e comportamenti.
La mano nel cassetto
Cannes, Sud della Francia. Prossima a prendere i voti in convento, la novizia Thérèse è sottratta dalla famiglia al suo destino. I suoi genitori sono infatti rimasti vittima di un incidente stradale, e la giovane è chiamata a occuparsi della sorella più piccola, Denise, che insieme a lei prende le redini del negozio di cartoleria di proprietà familiare. Max, invece, è un cinico pugile e meccanico d’auto, determinato a sedurre Irène, ricca signora in villeggiatura sulla via del divorzio. Mentre Irène assume Max come suo autista personale per nascondere la loro relazione, Denise rimane a sua volta affascinata dal pugile, benché il ragazzo non ispiri troppa fiducia in Thérèse… [sinossi]
Non c’è bene e non c’è male. C’è il tentativo di perseguire il bene, ma l’essere umano è debole. La carne è debole. Si è prigionieri di se stessi, della propria rigidità etica o della propria naturale propensione al vizio. Non vi è speranza. Non vi è via d’uscita. La dimensione del desiderio è negata. L’essere umano non permette a se stesso di lasciarsi andare alla dimensione dell’istinto. E se lo fa, il Fato (o il Caso) interviene a spezzare qualsiasi velleità. E poi, siamo sicuri che al fondo di quella ricerca di bene e di abnegazione verso l’altro risieda veramente la felicità del prossimo? Nella sua monolitica determinazione, la Thérèse di Juliette Gréco è in realtà una sfinge inscalfibile, sorretta a una monodimensionalità psicologica che sa tanto di ultima stazione dell’umano, prima della resa al Nulla. Le certezze etiche di Thérèse non paiono mai frutto di una scelta, bensì di una pallida e rocciosa autodifesa. Realizzato nel 1953 su commissione e per la prima e unica volta su sceneggiatura di altri, mal accolto dalla critica e poco amato dallo stesso Melville, Labbra proibite sta letteralmente al di sopra dei generi. Presenta qualche vaga sembianza di noir, ma riletto secondo una chiave di fredda distanza. Se riassunto in poche righe, l’intreccio conserva la tipicità del feuilleton. Il sole di Cannes rischiara appena le traiettorie di personaggi antipsicologici e antiempatici, avviluppati a un intreccio potenzialmente passionale, in cui però la vera assente è esattamente la passione. Soltanto Denise è animata da qualche pura emozione, spazzata via dalla violenza più brutale.
Fin troppo ingenerosamente, Melville riteneva il film così anonimo da poter essere stato girato da chiunque. In realtà l’autore personalizza più del previsto la materia narrata. Segue i suoi personaggi con totale disincanto, fissati in una serie di gesti e azioni che quasi mai lasciano trasparire il palpito dell’emozione umana. E se la vera passione rischia di emergere, interviene l’essere umano a sancire la più schiacciante delle repressioni. Thérèse si chiude volutamente una mano in un cassetto. Il dolore fisico può lenire il dolore interiore provocato dall’istinto che si scontra con un’etica punitiva. Labbra proibite potrebbe divampare da un momento all’altro in un fiammeggiante mélo, e lo costeggia più volte. Max stringe forte Thérèse sulle rive del mare, mentre il vento e il rumore delle onde punteggiano il loro incontro. Eppure anche in quel brano non vi è palpito né emozione. Vi è semmai la resa definitiva. Arrendersi all’impossibilità, arrendersi alla negazione della vita. Sul finale, al tenue baluginare di una scelta che sia reale frutto della volontà umana, il Caso interviene rapido a chiudere qualsiasi porta.
A suo modo è cinema dell’incomunicabilità, sostenuto da scelte di regia e di stile tutte mirate a una costante essenzialità di tratto. È costante anche il ricorso al montaggio alternato fra le azioni dei vari personaggi, restituite in brevi inquadrature dove spesso domina il racconto dell’inessenziale. Tutto è inessenziale in Labbra proibite, pure le vite dei suoi personaggi, privi di qualsiasi vero desiderio. E se il desiderio c’è, è vile, prevaricante, sordido, errato. Oppure, è purissimo ma in quanto tale destinato allo scacco. Le due panoramiche che incorniciano specularmente il racconto, in apertura e chiusura, disegnano il cerchio in cui la vita è ineluttabilmente imprigionata, dove qualsiasi fuga verso l’altro è votata alla sconfitta. Non resta che pregare, continuando a ripetere coattivamente la messinscena della propria identità, e ancorandosi a granitiche certezze etiche. Null’altro che un timido alibi per giustificare la propria esistenza, in un vuoto senza fine.
Info
Labbra proibite, un trailer.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Quand tu liras cette lettre...
- Paese/Anno: Francia, Italia | 1953
- Regia: Jean-Pierre Melville
- Sceneggiatura: Jacques Deval
- Fotografia: Henri Alekan
- Montaggio: Marinette Cadix
- Interpreti: Claude Borelli, Colette Régis, Daniel Cauchy, Fernand Sardou, Irene Galter, Jacques Deval, Jane Morlet, Juliette Gréco, Marcel Delaître, Philippe Lemaire, Robert Dalban, Roland Lesaffre, Suzy Willy, Yvonne Sanson
- Colonna sonora: Bernard Peiffer
- Produzione: Dubois et Cie, International Daunia Film, JAD Films-Jayet, Lux Film, SGC, Titanus
- Durata: 104'


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