Les Barbares

Les Barbares

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Nuova opera da regista per Julie Delpy, Les Barbares è una commedia satirica sulla provincia francese in cui si riflettono le contraddizioni dell’Europa attuale, in prima fila ad accogliere i profughi ucraini e, al contempo, a respingere i migranti. Capace di essere graffiante e non risparmiare nessuno, rimanendo nel tono della commedia garbata, la regista, che ancora una volta è anche attrice, si butta via però in un buonismo finale melenso. Nella sezione Panorama del 24° Festival Internacional de Cine de Las Palmas de Gran Canaria.

Una cittadina bretone

Nella cittadina bretone di Paimpont regna l’armonia: tra gli abitanti c’è Joëlle, la maestra, Anne, la proprietaria del mini-markek, Hervé, l’idraulico alsaziano più bretone dei bretoni, e Johnny, il guardiano rurale. In una grande dimostrazione di solidarietà, hanno accettato con entusiasmo, attraverso una consultazione popolare, di accogliere dei rifugiati ucraini. Solo che i profughi che arrivano non sono ucraini… Ma siriani! E alcuni, in questo piccolo villaggio, non vedono bene questi nuovi vicini. [sinossi]

Si domandava chi fossero i veri cannibali il professor Monroe alla fine di Cannibal Holocaust. Con un’analoga inversione di senso, anche legata a uno stereotipo razzista latente del termine di barbaro, la stessa su cui gioca anche Pays barbare di Gianikian – Ricci Lucchi, funziona Les Barbares (il titolo internazionale in inglese è Meet the Barbarians), nuova opera dietro la macchina da presa per Julie Delpy che, come abitudine, si ritaglia anche un ruolo. Il film è stato ora presentato nella sezione Panorama del 24° Festival Internacional de Cine de Las Palmas de Gran Canaria dopo l’anteprima di Angoulême e il passaggio a Toronto. Siamo in una cittadina bretone, Paimpont, nella zona della foresta del Mago Merlino e della Fata Morgana, come declama pomposamente il sindaco, in fascia tricolore francese. Sta pronunciando un discorso ufficiale in pompa magna perché il paese è pronto ad accogliere una famiglia di rifugiati dall’Ucraina, in fuga dalla guerra brutale di aggressione scatenata da Putin. Tutta la comunità freme per accogliere questi nuovi ospiti e mostrare così solidarietà al paese invaso. E invece no! La ONG che ha organizzato quel trasferimento finisce per rifilare loro dei rifugiati di serie B, provenienti non dall’Ucraina bensì dalla Siria, paese dove, nel 2022, anno in cui si svolge il film, era ancora in corso la sanguinosa guerra civile. Il malcontento serpeggia in modo più o meno strisciante. Alcuni bulletti di paese manifesteranno apertamente la loro prepotenza xenofoba. Al suo arrivo la famiglia di siriani trova una scritta razzista su un muro.

Fin qui Julie Delpy fa uno spaccato perfetto dell’Europa nel suo ventre molle, in quella dimensione di provincia, mostrando anche subito un’immagine di Macron per delineare il sottotesto politico tutt’altro che tra le righe. L’Europa con tutte le sue contraddizioni, il vecchio continente sempre più pervaso da movimenti, e squadracce, neofascisti, dominato da sovranismi e localismi di maniera – nel film il personaggio che più manifesta l’orgoglio bretone è in realtà alsaziano – che ha appoggiato da subito la causa dell’Ucraina oppressa, e che non sopporta l’orda di migranti che cerca di respingere. Ma anche l’obiettivo è quel mondo della solidarietà che è degenerato in business in un mercato dei rifugiati. Funzionale a tutto ciò è la caratterizzazione della famiglia siriana ospitata come famiglia borghese, di buon livello di istruzione, che rompe con tanti stereotipi di inferiorità, culturale e morale. Julie Delpy conduce il discorso mantenendosi nei limiti della garbata commedia dei costumi, seguendo la grande tradizione francese, dei Rivette e dei Rohmer. Riesce a caratterizzare quel piccolo mondo, i suoi personaggi, le sue archetipiche interazioni e le dinamiche che si manifestano al suo interno. La regista segue anche un impianto teatrale suddiviso in atti, ognuno dei quali demarcato da un’immagine pittorica di quadri storici che rappresentano l’ideologia coloniale e il suprematismo dei bianchi. E ancora la regista crea una distanza filtrando il tutto in un gioco continuo di riprese interne, delle telecamere dei personaggi che si filmano, con continui effetti di entrata e uscita del film nel film.

Proprio questa adesione al canone classico, della commedia, porta la regista a un happy ending che però annacqua tutta la vis satirica che aveva caratterizzato l’opera. In spiaggia tutti insieme, ci sono le famiglie dei siriani e degli xenofobi che vorrebbero espellerli. La moglie incinta di uno di questi ha improvvisamente le doglie del parto e sarà una ragazza siriana, che è infermiera, a soccorrerla e a portare alla luce il neonato, superando l’iniziale riluttanza di tutti. Errerà l’armonia in quella valle bretone, i razzisti capiranno i loro errori e gli immigrati diventeranno parte integrante di quella comunità. Trionferanno le immagini della coppia mista, franco-siriana, di ragazzi che si tengono per mano. Forse la stessa regista non ci crede molto: nella scena del parto il bambino che nasce, metafora di un futuro migliore, si vede poco e sembra palesemente un pupazzetto. Potrebbe anche essere il figlio di Rosemary, portatore invece di un mondo nefasto. Delpy accompagna comunque quel finale posticcio con l’uscita dal dispositivo delle riprese interne, usato in tutto il film. La videocamera in soggettiva viene appoggiata e colei che stava dietro la macchina da presa, la ragazza siriana, entra nell’inquadratura e si esibisce con la protesi della gamba, felice di averla finalmente ottenuta. Les Barbares conferma il tocco felice e la capacità di raccontare la società, già evidente in opere come 2 giorni a Parigi, 2 giorni a New York, Lolo, in colei che abbiamo tanto amato, da attrice, nei film di Linklater, Kieślowski, Jarmusch.

Info
Les Barbares, il trailer.

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