Sotto le nuvole
di Gianfranco Rosi
Gianfranco Rosi torna in concorso a Venezia con Sotto le nuvole, il suo film “napoletano”. Ma la magnifica città partenopea nelle mani e negli occhi freddi del regista si cristallizza come sepolta da una lava filmica in bianco e nero e in qualche modo perde vita, sommersa anche da troppe sottostorie, nessuna ben sviscerata.
Canta Napoli, Napoli in bianco e nero
Tra il Golfo di Napoli e il Vesuvio, la terra talvolta trema, le fumarole dei Campi Flegrei segnano l’aria. Le rovine sottostanti, le ville romane ormai subacquee, Pompei, Ercolano, raccontano un futuro che c’era, sepolto dal tempo. Sulle tracce della Storia, delle memorie del sottosuolo, in bianco e nero, una Napoli meno conosciuta si popola di vite. [sinossi]
Tornato in concorso a Venezia a cinque anni da Notturno (e dopo aver presentato fuori concorso In viaggio nel 2022), Gianfranco Rosi in Sotto le nuvole si mostra ancora una volta un paziente e meticoloso osservatore, la cui pecca maggiore consiste nella gestione della narrazione che troppo spesso lo porta a ricostruire e rimettere in scena le azioni dei personaggi che segue, finendo per far perdere di naturalezza e di credibilità il racconto che cerca di mettere in piedi. Così, Sotto le nuvole, con cui il regista racconta a suo modo la città di Napoli, finisce per avere i piedi di argilla o, per cambiare metafora, finisce per essere una costruzione instabile, che ha continuamente bisogno di ponteggi e sostegni per non crollare a terra, lasciando tra l’altro dubbi sulla destinazione d’uso della costruzione stessa. Fuor di metafora, si intende dire che ci pare che Rosi non abbia scelto una chiave ben precisa per raccontare la città, o forse ne ha scelte troppe, disperdendo il racconto in mille frammenti che si susseguono uno dopo l’altro senza creare un senso ulteriore che stia al di sopra di essi.
Mostrandoci infatti un professore di doposcuola che accoglie dei ragazzi in casa sua (la vicenda migliore), due rappresentanti delle forze dell’ordine che visitano siti archeologici lamentando i furti dei tombaroli (la storia peggiore, totalmente detta e riferita, oltre che recitata male), dei vigili del fuoco che rispondono al telefono su richieste d’aiuto, domande futili, o bisogno di rassicurazioni per via dei continui terremoti, due lavoratori siriani che trasportano il grano ucraino da Odessa a Napoli (molto debole anche questo frammento, in cui è chiaro che i due parlano a favore di macchina, sciorinando per noi spettatori vari spiegoni), degli archeologi giapponesi che scavano tra le rovine, altri studiosi che vagano per i sotterranei del Museo Archeologico (e anche qui si soffre, perché a loro viene riservato il compito di “spiegare” il senso del film, con considerazioni quali: questo marmo “è una buona metafora del tempo”, o come in quest’altro reperto “c’è tutta la violenza dello sventramento di Napoli”), e oltre a queste tante altre situazioni ancora, come persino delle proiezioni in una sala in rovina di cinegiornali d’epoca e film napoletani celebri come Viaggio in Italia di Rossellini o come lo spostamento continuo prosaico della Circumvesuviana o ancora quello “poetico” di un carro trascinato da cavalli sulla spiaggia; mostrandoci tutto questo (e sicuramente dimentichiamo qualche situazione) Rosi è come se ci volesse mostrare tutta la città di Napoli squadernandola davanti ai nostri occhi in tutto il suo passato (i marmi, Pompei, reperti vari) e in tutto il suo presente. Ma questa volontà onnicomprensiva si fa solo accumulo e mai discorso. Si accatasta materiale e lo si mette l’uno accanto all’altro, allo stesso modo in cui vediamo accatastati i reperti nelle cantine del Museo Archeologico; e tutto questo materiale eterogeneo non diventa mai un’altra entità, un nuovo corpo che dovrebbe essere il senso ultimo del film stesso.
E allora così ci troviamo al paradosso di momenti di pura osservazione alternati ad altri di puro dialogo a favore dello spettatore, un “meglio se lo dimo” alla Boris, che fa scendere nettamente il livello del film; questo mentre al contrario nel suo film più recente, per l’appunto In viaggio, Rosi era riuscito a concentrare gli sforzi e il tema (il papa in viaggio), trovando una sintesi e una compattezza che qui mancano totalmente. E allora, vedendo Sotto le nuvole, si è spinti a preferire una sottostoria rispetto a un’altra, sbuffando quando torna quella che non ci piace o sorridendo quando torna quella che ci piace, come proprio quella del maestro. Perché non dedicarsi solo a lui, alla sua profonda umanità, al suo grande senso dell’umorismo? Perché non approfondire questo personaggio, a proposito del quale solo alla fine ci accorgiamo che balbetta e che dunque, sotto alla superficie di grande simpatia, si cela in lui una qualche debolezza? Certo, è anche vero che Napoli è complessa e non è facile raccontarla, soprattutto se la si vuole raccontare tutta con tutte le sue contraddizioni e soprattutto se la si vuole immobilizzare come un reperto antico (da qui forse la motivazione del bianco e nero). No, Napoli è viva, sfugge e scappa, lo sberleffo e la smorfia sono sempre dietro l’angolo, e a Rosi la magnifica Partenope non si è mostrata, se non a tratti. Gli è sfuggita, gli è scappata via dalle mani, troppo fredde e distanti.
Info
La scheda di Sotto le nuvole sul sito della Biennale.
- Genere: documentario
- Titolo originale: Sotto le nuvole
- Paese/Anno: Italia | 2025
- Regia: Gianfranco Rosi
- Sceneggiatura: Gianfranco Rosi
- Fotografia: Gianfranco Rosi
- Montaggio: Fabrizio Federico
- Colonna sonora: Daniel Blumberg
- Produzione: 21Uno Film, Stemal Entertainment
- Distribuzione: 01 Distribution
- Durata: 115'
- Data di uscita: 18/09/2025

Venezia 2025 – Minuto per minuto
Venezia 2025
Venezia 2025 – Presentazione
In viaggio
Notturno
Fuocoammare
Sacro GRA
Intervista a Gianfranco Rosi
El Sicario – Room 164