Notturno

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Con Notturno Gianfranco Rosi torna in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia a sette anni dalla vittoria del Leone d’Oro con Sacro GRA. Impegnato qui in un generico Medio Oriente visto come un blocco unico privo di specificità, Rosi traccia un viaggio nella violenza quotidiana dell’area, muovendosi a volo d’uccello e senza nessun interesse per gli esseri umani che spinge a forza davanti all’obiettivo della videocamera. Tutto sembra sacrificabile alla giustezza delle inquadrature che il regista ha in mente, in un film che scavalca ripetutamente i confini del lecito e del morale per puro piacere estetico. Un’opera deplorevole, che pone seri dubbi sulla poetica di Rosi e non avrebbe meritato una ribalta importante come quella del concorso veneziano.

La verità ti fa male, lo so

Notturno, girato nel corso di tre anni sui confini fra Iraq, Kurdistan, Siria e Libano, racconta la quotidianità che sta dietro la tragedia continua di guerre civili, dittature feroci, invasioni e ingerenze straniere, sino all’apocalisse omicida dell’ISIS. Storie diverse, alle quali la narrazione conferisce un’unità che va al di là delle divisioni geografiche. Tutt’intorno, e dentro le coscienze, segni di violenza e distruzione: ma in primo piano è l’umanità che si ridesta ogni giorno da un “notturno” che pare infinito. Notturno è un film di luce dai materiali oscuri della storia. [sinossi]

Si torna sempre a Kapò, e al saggio critico De l’abjection che nel giugno del 1961 Jacques Rivette pubblicò sui Cahiers du cinéma. Scriveva quasi sessant’anni fa Rivette: «Guardate […] l’inquadratura in cui Emmanuelle Riva si suicida, gettandosi sulla recinzione elettrificata; l’uomo che decide, in quel preciso momento, di fare un carrello per inquadrare di nuovo il cadavere dal basso, facendo particolare attenzione a inscrivere esattamente la mano protesa in un angolo dell’inquadratura finale; quest’uomo merita il più profondo disprezzo». Si torna sempre a Kapò, e al saggio di Rivette, ogniqualvolta ci si trova a tu per tu con l’abiezione autoriale, con il superamento a pie’ pari dei limiti della morale all’unico scopo di potersi beare della potenza estetica, di poter solleticare il proprio ego artistico. Non è facile attraversare la visione di Notturno, quinto lungometraggio documentario diretto da Gianfranco Rosi, evitando che la mente corra a quel carrello che corre verso la Riva morente. Non è facile sopportare la visione di Notturno senza provare un senso di profonda riprovazione, di disprezzo per rubare una volta di più le parole a Rivette. Perché l’immagine non esiste di per sé, è composta dall’uomo ed è costretta a sottostare alle volontà dell’uomo che la gestisce: anche e soprattutto per questo è necessario saper dominare il proprio istinto all’auto-glorificazione, a maggior ragione quando si pretende di mettere in scena la realtà. Dichiara lo stesso Rosi nelle note di regia che accompagnano il film alla Mostra di Venezia: «In Medio Oriente, durante le riprese del film, ho incontrato le persone che vivono nelle zone di guerra. Ho voluto raccontare le storie, i personaggi, oltre il conflitto. Sono rimasto lontano dalla linea del fronte, ma sono andato là dove le persone tentano di ricucire le loro esistenze. Nei luoghi in cui ho filmato giunge l’eco della guerra, se ne sente la presenza opprimente, quel peso tanto gravoso da impedire di proiettarsi nel futuro. Ho cercato di raccontare la quotidianità di chi vive lungo il confine che separa la vita dall’inferno».

La pretensione, dunque, è proprio quella di raccontare il vero, la “quotidianità di chi vive lungo il confine che separa la vita dall’inferno”. Un intento nobile, senza dubbio, com’era altrettanto nobile la molla che spinse il regista nel 2016 a dirigere Fuocoammare. Anche allora le polemiche critiche infiammarono, sempre gettando nella mischia Rivette, per la scelta di mostrare i cadaveri dei migranti annegati e di metterli “in posa”. Ma si trattava di un singolo passaggio all’interno di un’opera più composita, in cui ancora si percepiva almeno lateralmente l’interesse di Rosi per l’umano, per la vita di chi diveniva di volta in volta l’oggetto dello sguardo, fosse esso il ragazzino con “l’occhio pigro” o Bartolo, il dottore di Lampedusa divenuto poi – anche grazie al film – famoso a livello internazionale. In questo senso le tre sequenze su cui si apre Notturno esemplificano con una chiarezza cristallina la direzione che ha intenzione di prendere il regista. Sia il lungo totale delle truppe in marcia nell’allenamento serale – o mattutino – sia la preparazione dell’uomo che uscirà per suona il tamburo per strada, e prima ancora la donna che va a piangere il figlio morto in prigione proprio nella cella in cui è stato torturato dai turchi, possono essere presi a modello del senso dell’intera operazione, e della sua intrinseca aberrazione. Le truppe in marcia, con il sonoro che entra dirompente in campo a ogni passaggio di un nuovo plotone per poi disperdersi nell’allontanamento, sono lì a testimoniare come a contare non sia la realtà di ciò che sta prendendo corpo sullo schermo, ma solo ed esclusivamente l’effetto che l’immagine (nella sua totalità, comprensiva di sonoro) può avere sul pubblico. Nulla di diverso da un blockbuster che colpisce con i suoi effetti speciali o da un horror che utilizza la colonna sonora per far sobbalzare il pubblico sulle poltroncine del cinema. La seconda sequenza citata, con marito e moglie in casa, spiati nell’intimità del rapporto senza che da esso fuoriesca nulla che non sia costruito a tavolino, riporta alla mente le camere “nascoste” di molti filmati pornografici amatoriali reperibili in rete. Rispetto a questi, però, manca la decenza di agire in un atto nella completa consapevolezza di ciò che si sta facendo: la moglie che veste il marito tamburino mentre lui inizia a cantarle una canzone ha un’artificiosità estrema. Nulla è comunque paragonabile allo strazio di vedere una donna costretta dalla macchina da presa a piangere il figlio nei modi e nei tempi che sono “giusti” per il regista. L’immoralità dello stacco con cui in montaggio si passa dal primo piano della donna che accarezza il muro su cui è stato torturato il suo ragazzo al piano totale al di fuori della cella, con la stessa donna a distanza, è raro – per fortuna – incontrarlo nel cinema contemporaneo.

Ci si stupisce di come Rosi non si sia mai posto il dubbio su ciò che stava mettendo in scena, sull’abuso continuo e incessante nei confronti degli esseri umani che fanno parte della sua costruzione fotografica: non c’è umanità in Notturno, non traspare in nessun modo, né c’è un’evoluzione di alcun tipo visto che la stragrande maggioranza dei personaggi è abbandonata al proprio destino quando non è più indispensabile. Nel corso della visione si ha l’impressione che perfino i muri diroccati dai bombardamenti siano stati messi lì ad arte dal regista, la cui ossessione per la composizione fotografica domina completamente lo scenario, annichilendo la vita umana che dovrebbe essere il centro invece della narrazione. Già solo il fatto che il Medio Oriente sia per Rosi un blocco unico, privo di sfumature, fa però comprendere quanto Notturno sia un progetto asettico, studiato a tavolino e portato a termine solo per il potenziale visivo degli scenari, e per la banalità di un messaggio pacifista che è però lanciato in faccia agli spettatori con una retorica debordante e insopportabile: che orrore quei primi piani dei bambini che raccontano gli sfregi subiti dagli uomini di Daesh! Quanta turpitudine insostenibile nei controcampi, negli stacchi di montaggio ad avvicinarsi ai volti, nella costruzione di un’immagine sempre perfetta, inattaccabile, ridondante. Gran burattinaio di vite umane reali, Gianfranco Rosi sembra la metà oscura del regista che con grande asciuttezza espressiva faceva donare alla camera la confessione atroce del criminale in El sicario – Room 164, o del cineasta che si muoveva nella comunità di senzatetto di Below Sea Level vivendo con gli uomini e le donne che riprendeva. Fintanto che si trattava di giocare con il vero con gli abitanti a ridosso del Grande Raccordo Anulare di Roma l’idea era ancora completamente sostenibile, perché si basava sul principio di un confronto dialettico paritario. Ma utilizzare esseri umani che hanno visto la morte con i loro occhi per fingere la poesia dell’immagine è intollerabile. Notturno è un film immorale, il documento inequivocabile di una crisi del pensiero di fronte all’edonismo dell’immagine piatta, e priva di profondità. Vederlo concorrere per il Leone d’Oro mentre D’Anolfi e Parenti sono stati “retrocessi” in Orizzonti e Salvatore Mereu è addirittura stato piazzato fuori dalla competizione è davvero doloroso.

Info
Notturno sul sito della Biennale.

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3 Commenti

  1. Sandor Krasna 09/09/2020
    Rispondi

    Prendiamo atto che Raffaele Meale, e con lui il sito intero, hanno definitivamente abbandonato gli strumenti della critica a favore del tanfo da sacrestia, dedicandosi senza inibizioni al moralismo censorio e autoritario. Del resto quell’ennesimo, sfiancante rifermento a Rivette e al suo grottesco articoletto su Kapò, stendardo dei talebani baziniani, mette le cose in chiaro fin dalla prima riga. L’unico motivo di interesse di questa sfuriata acritica, se esiste, è la conferma di una profonda difficoltà a elaborare un discorso compiuto sul genere documentario e sul concetto stesso di messa in scena. Magari la radice del problema sta proprio nell’insistenza aprioristica sull’idea (sempre più acquosa e generica) di “realismo”, con la quale una gran parte della critica cinematografica ha tediato i lettori negli ultimi anni. Ma è un problema della critica, non di Rosi o dei suoi film.

    • Raffaele Meale 09/09/2020
      Rispondi

      Di autoritario non capisco cosa possa esserci nell’esercizio critico, tantomeno di censorio. Il film è nelle sale dov’è giusto che sia e il pubblico lo vedrà. Se si trova sfiancante il riferimento a Rivette invece è perché probabilmente si è deciso di abdicare ad avere uno sguardo che non abbia paura di confrontarsi con la morale, e di creare dunque una dialettica nell’immagine. Il problema in ogni caso non credo sia il “realismo”, ma la realtà e il rapporto con essa.

      • Sandor Krasna 09/09/2020
        Rispondi

        Di autoritario ci sono una trentina di righe nelle quali, senza mai uscire dal registro assertivo, neghi al film qualunque tipo di valore da un punto di vista esclusivamente etico. E’ la stesso problema di Rivette, con l’aggravante dei sessant’anni di ritardo. Quello che cerchi di vendere come critica è giansenismo morale, altro che “dialettica dell’immagine”: roba da sacrestia, appunto, che non dice nulla sul realismo che invochi.

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