Cronaca degli anni di brace

Cronaca degli anni di brace

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Primo e finora unico film algerino e africano a vincere la Palma d’Oro al Festival di Cannes, Cronaca degli anni di brace di Mohammed Lakhdar-Hamina ha compiuto cinquant’anni. Rivederlo e riscoprirlo significa anche allargare la visuale a un periodo storico in cui le nazioni uscite dalla colonizzazione si mettevano in scena senza dover ricorrere all’aiuto economico dei Paesi europei che li avevano colonizzati e sfruttati per oltre un secolo. E significa anche ritrovare il senso per un’epica che sapeva tenersi a distanza dall’immaginario dominante, proponendo vie alternative al senso del racconto e della visione.

Storia di una rivoluzione

Ahmed, un povero contadino, lascia il suo villaggio per la città in cerca di una vita più facile. Incontra Miloud, un folle visionario, e, soprattutto, povertà e ingiustizia. [sinossi]

Quest’anno durante le giornate del Festival di Cannes, giunto all’edizione numero 78, si sono succeduti due eventi ai quali in pochi hanno prestato attenzione. Il 23 maggio, penultimo giorno del festival, ad Algeri è morto novantunenne Mohammed Lakhdar-Hamina, grande cineasta algerino del quale solo pochi giorni prima all’interno del Palais, nella salle Buñuel, una parte purtroppo minima degli accreditati aveva potuto vedere o rivedere وقائع سنين الجمر , vale a dire Waqâ’i’ sinîn al-jamr, conosciuto in Italia con la traduzione letterale Cronaca degli anni di brace. Lakhdar-Hamina, esattamente come il suo capolavoro, è oramai completamente dimenticato dalle platee cinefile, e così la proiezione inserita nel palinsesto di Cannes Classics non ha riscosso chissà quali curiosità o entusiasmi. Eppure si è trattato di un evento storico, di quelli che marchiano a fuoco un’edizione del festival di suo già ampiamente rivoluzionaria. Un evento dalla portata storica non solo perché si festeggiavano i cinquant’anni del film, e neanche per il fatto che in quasi ottanta candeline spente dalla kermesse azuréenne a nessun altro titolo proveniente dal Maghreb o dal resto dell’Africa sia stata assegnata la Palma d’Oro. Per la prima volta dal lontano 1975 in terra francese è stato mostrato il montaggio integrale di Cronaca degli anni di brace, nella versione ritenuta degna di trionfare dalla giuria capitanata da Jeanne Moreau – con lei al lavoro Anthony Burgess, André Delvaux, Gérard Ducaux-Rupp, George Roy Hill, Lea Massari, Pierre Mazars, Fernando Rey, Pierre Salinger e Julija Ippolitovna Solnceva –, e non quella accorciata di una ventina di minuti che venne distribuita in sala in Francia nel dicembre dello stesso anno. Venti minuti che non solo toglievano aria al respiro epico voluto da Lakhdar-Hamina, ma soprattutto elidevano dettagli sconvenienti per la reputazione della nazione transalpina, visto e considerato che il film racconta nell’arco di poco meno di vent’anni i motivi che spinsero la popolazione algerina a ribellarsi al potere coloniale francese, dando il via alla guerra di liberazione. Nel donare vita digitale in 4K attraverso il “restauro” a Cronaca degli anni di brace si è dunque riparato a un crimine artistico e politico, che dimostrava platealmente quanto sia difficile per ogni nazione fare i conti con il proprio passato – si pensi a quale riluttanza vi sia in Italia, anche sotto il profilo cinematografico, a ragionare sul periodo coloniale, e a come venne accolta a Venezia nel 2008 un’opera come Teza di Haile Gerima – e accettare la versione di chi si vuole liberare da un giogo. Cinquant’anni fa la scelta della giuria fu clamorosa, e rivoluzionaria anche per altri premi assegnati, come il Grand Prix Speciale della Giuria a L’enigma di Kaspar Hauser di Werner Herzog, o il premio alla regia condiviso da due lavori militanti quali Les Ordres di Michel Brault e L’affare della Sezione Speciale di Costa-Gavras. Oggi appare come un’utopia, la stessa che si conforma quando si ripensa a Cronaca degli anni di brace, al suo immaginario, alla sua produzione, alla sua stessa esistenza.

Impossibile infatti pensare nel 2025 alla possibilità di creare dal nulla un’opera simile, prodotta in completa autonomia dall’Algeria grazie al sostegno dell’O.N.C.I.C., acronimo che sta per Office National pour le Commerce et l’Industrie Cinématographique: a tredici anni dall’indipendenza dalla Francia, la nazione nordafricana produceva in beata solitudine un’opera mastodontica di quasi tre ore che metteva in scena non la guerra di liberazione – il film termina proprio il giorno dell’inizio ufficiale del conflitto tra il FLN e l’esercito francese – ma i suoi prodromi. Cinquant’anni dopo le nazioni europee sono riuscite a riprendere il dominio dell’industria delle nazioni che componevano il cosiddetto “Terzo Cinema” in Africa, grazie all’assegnazione dei fondi, alle onnipresenti co-produzioni, al fatto di affidare le regie a persone originarie di quelle terre ma nate o comunque cresciute in Francia, in Germania, in Belgio e via discorrendo. Possibilità per produrre lavori anche rilevanti, per carità, ma che di fatto rendono di nuovo subalterne le economie locali, e dunque annebbiano almeno in parte la libertà reale dello sguardo. A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, grazie anche alla spinta di una visione cooperativistica e socialista del cinema, l’Africa si riappropriò invece del proprio immaginario, mettendo idealmente fuori bolla lo sguardo preordinato dell’occidente e rinnovando i codici espressivi. A questa rinnovazione partecipò ovviamente anche Lakhdar-Hamina, e se c’è un punto da cui partire per rileggere Cronaca degli anni di brace quello è proprio la versione riveduta e corretta dell’epos narrativo; questa sorta di pre-Novecento, le cui riprese terminano proprio quando l’edizione di Cannes 1975 apre i battenti, condivide con il mastodonte narrativo di Bernardo Bertolucci la volontà di prendere i codici espressivi su cui aveva edificato il proprio impero da kolossal Hollywood per rivederli e correggerli in un’ottica che sembra trovare suggestioni più che altro nella produzione sovietica, andando a creare una dialettica forte e fertile tra i due blocchi, la loro visione delle cose, alla ricerca di una terza via che permetta di rendere unica e inclassificabile la lettura all’interno di uno schema preordinato. La sequenza su cui si apre il film, con gli abitanti (uomini) del villaggio di Ahmed che decidono di abbandonare quella che appare come una terra “maledetta”, e per di più neanche loro, preferendo addirittura arruolarsi nell’esercito francese alle porte della seconda guerra mondiale, delinea con estrema chiarezza sia l’intento politico del film che il suo respiro narrativo, ma anche la nettezza delle scelte estetiche: una fotografia bruciata che rimanda l’idea di un terreno povero, brullo, su cui poco o nulla può essere coltivato, e quel quadro che rilancia invece l’idea desertica di cui tanto cinema statunitense e occidentale si è pasciuto – scoprire affinità e divergenze con Lawrence d’Arabia è esercizio intellettuale tutt’altro che banale.

Narrativamente scomposto in sei capitoli (Gli anni di cenere, L’anno del carro, Gli anni delle braci, L’anno della carica, Gli anni del fuoco, Il 1° novembre 1954) il film ha però una narrazione compatta, che ha come fine ultimo quello di raccontare la fase cruciale del novecento algerino, e le motivazioni profonde che spinsero la popolazione autoctona a ribellarsi contro la colonizzazione francese, dando vita attraverso la guerra di liberazione alla fase dell’indipendenza non solo per l’Algeria, ma per l’intera Africa. Per far questo Lakhdar-Hamina passa in rassegna alcuni eventi storici, facendo però attraversare la storia (e la Storia) da un signor nessuno, il contadino Ahmed, costretto ad abbandonare il proprio villaggio – proprio come mille altri nelle sue stesse condizioni – per via della siccità, con la speranza di trovare un luogo migliore in cui vivere. Questo approccio, che potrebbe quasi essere definito steinbeckiano, riecheggia del Furore di John Ford, e se l’accostamento può apparire peregrino è interessante notare come lo sguardo del regista si posi sulla popolazione occupante, vale a dire quella francese, con lo stesso disinteresse con cui molto cinema western ha approcciato i nativi: non sono i francesi il cuore pulsante della narrazione, perché agire in questo modo significherebbe rimettere al centro del discorso lo sguardo del colono, e non quello del popolo nell’atto di liberarsi. Questa rivoluzione, che non tutti compresero all’epoca – il film fu attaccato da destra, ovviamente, e dai nostalgici dell’OAS fondata da Pierre Lagaillarde, Raoul Salan e Jean-Jacques Susini, ma anche a sinistra si alzarono voci tutt’altro che entusiaste, e che accusavano il regista di non aver calcato abbastanza la mano contro l’oppressione patita dal suo popolo per mano francese –, è il grimaldello che consente di scardinare in maniera definitiva l’immaginario europeo e statunitense, pretendendo invece il proprio legittimo e diverso punto di vista sulle cose. Così, se la narrazione segue il principio della progressiva presa di coscienza del protagonista, che comprende il senso e il valore della rivoluzione contro il potere dominante – in un’ottica dichiaratamente marxista –, Lakhdar-Hamina fa slittare qualsiasi “abitudine” del canone cinematografico evitando la mera schermaglia tra buoni e cattivi. Ahmed e i suoi compagni iniziano a sabotare lo Stato francese non perché esso in quanto tale è “cattivo”, ma perché la condizione umana in cui sono costretti a vivere può trovare una rivendicazione e una voce solo ed esclusivamente attraverso l’atto di ribellione rispetto allo status quo.

E se come da tradizione l’uomo ordinario in condizioni straordinari Ahmed non può non interfacciarsi direttamente con le figure storiche del suo periodo (si fa riferimento ad esempio a Si Larbi, tra principali comandanti nella guerra di liberazione dell’Algeria), Cronaca degli anni di brace si sviluppa come una apparentemente ininterrotta sequela di lutti, sconfitte, omicidi, esecuzioni, incarcerazioni, che ha però come orizzonte la corsa di un fanciullo, figlio sopravvissuto di Ahmed, che può ancora sperare in un’Algeria indipendente, libera, democratica – nel 1975 era ancora auspicabile e concreta come possibilità. E al di là di tutto è rilevante che il personaggio davvero centrale non sia neanche Ahmed, ma semmai il pazzo visionario Miloud, non a caso interpretato dal regista stesso (che nel cast utilizza molti dei suoi famigliari), che come ogni cantore è criptico e distante da ogni visione piana e bidimensionale delle cose, e può quindi indicare all’adolescente Smaïl di correre verso un futuro fatto finalmente di libertà. Appassionante ed epico, rigoroso e popolare a un tempo Cronaca degli anni di brace è stato ingiustificatamente dimenticato dal mondo del cinema, ma rivisto a cinquant’anni dalla sua realizzazione mantiene intatta una forza politica e poetica con cui è necessario fare i conti, ancor più in un’epoca in cui è chiaro come ogni sogno d’indipendenza sia finito sotto il capestro del colonialismo economico e finanziario, non più strettamente politico ma del Capitale. La vittoria di Lakhdar-Hamina a Cannes non fu solo una presa di posizione politica contro la Francia – in territorio francese e con una presidente di giuria francese, non cosa da poco –, ma la dichiarazione definitiva d’indipendenza del Terzo Mondo dalle dinamiche produttive dei paesi che colonizzarono. Una dichiarazione che oggi appare a sua volta un sogno irrealizzato, ma che non riguardava solo l’Algeria o l’Africa, come ebbe a dichiarare proprio il regista in un’intervista realizzata da Claude Dupont nell’estate del 1975: «Sarebbe un grave errore distinguere il cinema algerino, il cinema del Maghreb, dal cinema africano. Il cinema del Terzo Mondo è uno – mondo arabo, Africa, America Latina, Medio Oriente, Asia – abbiamo le stesse motivazioni, le stesse difficoltà, una comunanza di destino, destino sul piano artistico, sul piano espressivo. Abbiamo sofferto la fame e la sete. Ci riapproprieremo della nostra immagine».

Info
Cronaca degli anni di brace, un trailer.

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