Hen
di György Pálfi
L’autore di Taxidermia (2006), l’ungherese György Pálfi, partecipa nella sezione Progressive Cinema della Festa del Cinema di Roma 2025 con Hen (Kota), avventura ora comica e ora tragica vissuta (quasi) del tutto nell’impersonificazione con una gallina (hen, in inglese) di razza Livorno, per un esperimento coraggioso che risulta brillante, pur dando a tratti l’impressione di girare a vuoto. Il motivo sta forse proprio in una promessa mancata, laddove la suggestione di un racconto interamente vissuto “nelle piume” di una gallina appare vincente, salvo poi permettere all’aspetto umano di subentrare fin troppo, tanto nei criteri di avvicinamento espressivo tra il nostro sentire e quello dell’animale, quanto pure nell’intreccio della vicenda del pennuto con quella di altri personaggi umani, che finiscono per risultare quasi d’intralcio a un racconto che, pur mantenendo l’originalità poetica e sintattica di una buona visione, finisce comunque per ricadere nell’antropocentrico.
Charlot… gallina: una storia triste
Hen (così chiameremo la protagonista per distinguerla da altre eventuali galline) è l’unico pulcino nero di una gigantesca covata industriale, altrimenti tinti del classico e bellissimo giallo. Per questo viene scartata dalla filiera, e presa da un autista di tir da trasporto che ha intenzione di portarla alla moglie, che con essa farà una fantastica zuppa. Approfittando di una sosta dell’uomo alla pompa di benzina, Hen scappa, sopravvive all’attacco di una volpe, allo scontro con un’aquila, al mercato di una città gremito di gente, e ad uno scontro tra manifestanti e polizia. Finisce dunque all’ex ristorante Panorama, di proprietà del vecchio Ioannis. L’uomo, che vive con una figlia e intesse relazioni commerciali illecite nel traffico di sigarette ed esseri umani, quasi sotto ricatto di Nikos, fidanzato della figlia. Ioannis trova Hen e la cura dal morso del suo cane che gliel’ha portata, sbattendola poi in gabbia con le altre galline. La vita della povera gallina nera sembra al capolinea, col destino di una detenzione che termina con la morte, se non fosse che questa è di tutt’altro avviso. [sinossi]
Figlio della recente e sacrosanta forte sensibilizzazione ai diritti degli animali, Hen di György Pálfi è solo il titolo più recente di un filone “biografico”, quasi a mo’ di racconto di formazione, che negli ultimi anni – tra fiction, documentario e un’ibris delle due cose – ha raccolto contributi di assoluto livello, tra cui First Cow (2019, Kelly Reichardt), Cow (2021, Andrea Arnold) e EO (2022, Jerzy Skolimowski). Similmente, Hen si apre proprio nell’apparente indecidibilità tra racconto del reale e ricostruzione ad hoc, nella splendida ed inquietante sinfonia industriale che alterna la schiusa di migliaia e migliaia di uova, il trattamento e il lancio senza ritegno dei pulcini negli appositi contenitori o sugli appositi rulli trasportatori, alle inquietanti musiche di Szabolcs Szőke, ritmate di un tono magico e sospeso, quasi infantile. Tra questi, come anticipato, nasce un pulcino nero, che Pálfi è abilissimo nel seguire, approfittando della sua differenza come punto di focalizzazione per lo sguardo spettatoriale. Dalle scene successive diviene gradualmente sempre più evidente l’intervento drammaturgico sulla storia, con l’uso visibile seppur attento dei ritocchi in digitale, soluzioni situazionali e di scrittura credibili solo nella logica del fiabesco – tono che comunque viene messo a tema dell’incipit tramite la colonna sonora – e, stavolta bisogna dire purtroppo, un livello recitativo “umano” non prettamente all’altezza dello status di credibilità. Ma poco importa, perché l’autore ungherese – con l’ottimo supporto del lavoro di montaggio di Lehmhényi Réka – mette in piedi un sistema di suggestioni emotive, di campi e controcampi, di deduzioni esperienziali indotte degne della più chiara delle lezioni di Kulešov ai suoi alunni.
Fidandosi del cartello iniziale, secondo cui nessuna gallina e nessun animale è stato maltrattato o deliberatamente esposto al pericolo per le riprese del film, il viaggio di scoperta e sopravvivenza della gallina la porterà per le campagne e le stradine di una Grecia elegiaca e dimenticata, poetica e rurale come pure triste, sola, avvolta in un passato scomparso ma che non lascia spazio al presente. Lo sgambettare che pare quasi accelerato, della nostra Hen, vittima ora dei passi disattenti degli avventori del mercato, ora della fame della volpe e ora della prepotenza dell’aquila che gli ruba un succoso verme, ricordano con divertita nostalgia le medesime acrobazie del vecchio Chaplin/Charlot contro i suoi bruti: vittima di tutto, ma domo dinanzi a niente. Come il leggendario vagabondo, la gallina diversa fa esperienza di una “scala sociale” di cui non ricopre che l’ultimo gradino, per cui la sua nascita è programmata dai bisogni del mercato tanto quanto la decisione di escluderla dal gruppo pronto al trasporto, ogni altro animale è un pericolo, e l’unico di cui potrebbe nutrirsi – il già citato verme – è un bene su cui ha maggior diritto di prelazione l’aquila. L’uomo le salva la vita coì come pure decide della sua prigionia, scegliendo quando mangia o beve, ed esercitando il medesimo diritto di prelazione sulle uova – deposte dopo la ricorrente immagine in primo piano della divaricazione dell’ano dell’animale – che cova dopo i continui e violenti accoppiamenti imposti dal gallo del pollaio. Sta probabilmente in questo il paragone, il gancio che collega le vicende di Hen e del vecchio Ioannis, uomo che ha rinunciato al suo ristorante per sottomettersi all’amore della figlia per il trafficante Nikos, che significa indirettamente finire gerarchicamente sotto anche al potere di quest’ultimo. Per quanto azzeccato, lo sbocciare del “rapporto” tra i due animali soli, rappresenta sì la chiave di volta per lo sviluppo di entrambi i personaggi, dell’ingerenza delle azioni della gallina negli affari di traffico d’immigranti irregolari – e la tragica loro sorte che involontariamente Hen causa, ad esempio; eppure, allo stesso tempo, questo primo seme di sodalizio è anche la porta d’accesso di una troppo ingombrante presenza umana nel film, le cui sorti sono valide se prese da sole, ma incapaci di reggere il confronto con l’espressività e la cura nella messa in scena di quelle dell’anima, fino quasi a sminuirne l’impatto.
Se infatti è vero che, da scuola Disney, la maggiorazione di certe caratteristiche animali, così come la risemantizzazione sintattica di certi loro atteggiamenti – così da renderli più simili ai nostri – è fondamentale per la creazione di un rapporto empatico col gruppo, per buona parte del film l’uomo resta sullo sfondo, spesso corpo senza volto che si limita ad eseguire compiti imposti dalla produzione, per poi irrompere prepotentemente, quasi che il regista si sia fatto sedurre dall’irresistibile richiamo a quello stesso antropocentrismo dell’immagine che stava tanto ben eludendo. Complice di tale calo d’interesse e originalità, è forse anche una sezione posta immediatamente dopo la “incarcerazione” di Hen nel pollaio. La vediamo essere accolta dalle funeree galline dai colli spennati e dalle teste grinzose, che la attaccano e scherniscono venendo persino inquadrate in tre nella strana impressione di una danza consolatoria, sulle note stonanti il medesimo contrasto che caratterizza l’incipit. Si presenta poi il gallo, nell’imponenza delle sue grandi membrane, che per la prima volta “violenta” la protagonista, e poi il circolo infinito di tutto ciò, combinato al giornaliero furto delle uova da parte del contadino. Volendo parzialmente sorvolare sul furbo ma inaccurato atto di presentare certi soprusi, sapendo che ad assistervi saranno uomini di oggi, tanto dotti e legati a certe tematiche quantomai attuali da trasporne il peso e il significato esperienziale anche su esseri – quali gli animali – con storie e funzionamenti sociali diversi dai nostri, la sezione in questione è di per sé fin troppo lunga, reitera gli stessi gesti e situazioni così tante volte da fargli perdere fascino e presa, salvo poi sentirne la mancanza quando, nella seconda parte, le vicende di proprietario e saltuari avventori del Panorama cominciano ad occupare assai più spazio, impegno e attenzione. Va però fatto notare che tali sequenze hanno il loro peso, il loro impatto su di un immaginario tanto contemporaneo quanto universale, forti di buonissime interpretazioni – tra cui spicca il saggio, burbero, arreso, riflessivo Ioannis, stanco ma ancora capace di farsi commuovere e ispirare – e di un’evoluzione drammaturgica che, proprio quando ci si comincia ad affezionare ai fatti che la compongono, questa arriva al suo tragico epilogo – seppur col merito di una bellissima sequenza finale.
Insomma, Hen è un film diviso, scisso: se da un lato sembra voler evitare l’umano, sfruttando al massimo le potenzialità e gli effetti di un ottimo lavoro tecnico sulla gallina, tra la comica e l’on the road – o l’on the claws, dall’altro, nel tentativo di renderci l’uno specchio dell’altro, palesa il suo antropocentrismo, la difficoltà nel liberare l’animale da una referenza con noi – tema d’ontologia dell’immagine brillantemente trattato nel primo capitolo del necessario Bestiari, Erbari, Lapidari (2024, Martina Parenti, Massimo D’Anolfi) – , quasi elementi sine qua non per al significazione a schermo dell’altro. Ciò non toglie la parziale originalità, così come le certe qualità espressive di un György Pálfi che rischia, e per questo, magari, come la sua gallina inciampa, rialzandosi e proseguendo a testa bassa verso il prossimo film che offrirà – come questo, se si ha voglia di dedicargli il tempo che merita – di certo qualcosa su cui dibattere, e che lo renderà – ancora, come Hen – degno d’essere visto.
Info
Hen sul sito della Festa di Roma.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Kota
- Paese/Anno: Germania, Grecia, Ungheria | 2025
- Regia: György Pálfi
- Sceneggiatura: György Pálfi, Zsófia Ruttkay
- Fotografia: Giorgos Karvelas
- Montaggio: Réka Lemhényi
- Interpreti: Antonis Kafetzopoulos, Antonis Tsiotsiopoulos, Argyris Pantazaras, Eleni Apostolopoulou, Ioannis Kokiasmenos, Mahmod Bamerny, Maria Diakopanagioti
- Colonna sonora: Szabolcs Szőke
- Produzione: Pallas Film, Twenty Twenty Vision Filmproduktion, View Master Films
- Distribuzione: Officine UBU
- Durata: 96'
- Data di uscita: 28/05/2026


Roma 2025
Roma 2025 – Presentazione
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I’m not Your Friend