First Cow

First Cow

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Finalmente, dopo essere stato visto solo al Festival di Telluride sul finire di agosto, First Cow approda anche dall’altra parte dell’oceano, in concorso alla Berlinale. Con quello che è il suo settimo lungometraggio Kelly Reichardt affronta di petto il mito per eccellenza della cultura statunitense, la wilderness, e ne smonta ogni riecheggio epico.

In principio fu la mucca

Figowitz, che tutti chiamano Cookie, è un uomo del Maryland che ha deciso di muoversi verso occidente seguendo un gruppo di cacciatori di pellicce, e con loro ha raggiunto i verdi e rigogliosi boschi dell’Oregon. Lì, nel fitto della boscaglia, incontra un cinese che sta cercando, come quasi tutti da quelle parti, fortuna. Lasciati i cacciatori Figowitz e King-lu (questo il nome del suo nuovo amico) decidono di fermarsi a vivere dalle parti di un forte, dove possono provare ad aprire un’attività sfruttando le competenze culinarie di Cookie. Una mucca, di proprietà del fattore principale del villaggio, potrebbe fornire loro il latte necessario per cucinare dei saporiti biscotti. Ma come fare per mungerla? [sinossi]

Lo si attendava già a Venezia First Cow, il settimo lungometraggio della statunitense Kelly Reichardt. Tutto il cicaleccio pre-festivaliero affermava che il film sarebbe stato in concorso al Lido, come d’altronde già capitato con i precedenti Meek’s Cutoff e Night Moves: invece, a parte l’apparizione al Telluride Film Festival di fine agosto, del film in Europa non se n’è saputo più nulla. Ora che A24 ha deciso di distribuire First Cow in sala negli Stati Uniti – e chissà se qualcuno se ne ricorderà, agli Oscar 2021 – a partire da marzo ecco che l’approdo nel Vecchio Continente non è più una chimera. Berlino non è terra incognita per Reichardt, che proprio all’ombra di Potsdamer Platz portò nel 1994 il suo esordio River of Grass, presentato in Panorama. Il ritorno in Germania dopo ventisei anni non è forse poi così casuale, per quanto sia senza dubbio almeno in parte frutto del caso: First Cow sembra infatti riprendere, e portare a compimento – o almeno elevare a un livello superiore – molte delle speculazioni e delle idee già in circolo nel cinema di Reichardt nel 1994, e poi riverberate negli anni di una carriera autoriale ancora clamorosamente, e ingiustamente, sconosciuta alla stragrande maggioranza del pubblico, anche e soprattutto italiano. I sei film precedenti non hanno infatti raggiunto la sala (anche se Certain Women, per esempio, ha trovato un canale per la visione sulle piattaforme online), e se la speranza è che la sequenza si interrompa grazie a First Cow è anche vero che è un peccato che opere quali Old Joy, Wendy and Lucy e i già citati Meek’s Cutoff e Night Moves siano di fatto destinati all’oblio cinefilo, se non per una parte residuale degli appassionati della Settima Arte. Ma in questo Reichardt condivide il destino con la stragrande maggioranza degli autori veramente indipendenti statunitensi: si pensi a Lodge Kerrigan, per esempio, che come la sua collega è del 1964 e i cui quattro lungometraggi sono stati bellamente snobbati in Italia tanto dalla critica quanto dalla distribuzione.

La domanda è a maggior ragione lecita: sarà possibile snobbare anche un film come First Cow, che al momento appare come uno dei più seri candidati alla vittoria finale alla Berlinale? In attesa che sia possibile sciogliere tale enigma, conviene confrontarsi apertamente con il nuovo lavoro di Reichardt, che giunge a tre anni di distanza da Certain Women e può apparire quasi una negazione di quel lavoro, se lo si guarda con occhi distratti. Se si esclude la brevissima apparizione di Alia Shawkat nell’incipit First Cow è un film completamente, dichiaratamente (al) maschile: certo, ci sono un paio di donne native e c’è la moglie, nativa anch’essa ma in abiti occidentali, del fattore principale del villaggio, ma sono figure di contorno, osservatori esterni di qualcosa su cui non hanno dominio, e che forse non riescono a cogliere nell’intima profondità. Per la prima volta Reichardt lascia l’elemento femminile all’apparenza fuori dal discorso, fuori campo, escluso dalla storia. Sempre se si guarda con occhi disattenti, ovviamente. Al di là del fatto che il motore dell’intera vicenda scaturisca da una ragazza che al giorno d’oggi mentre porta a passeggio il suo cane nei boschi si imbatte negli scheletri di due esseri umani, rimasti lì sepolti per circa due secoli, tutto ciò che si sviluppa in questo film a suo modo bizzarro lo si deve alla presenza in scena di una mucca, unico elemento vitale in grado di garantire la vita a una comunità, perché capace di dare il latte. Può il destino di una piccola comunità, ma in fin dei conti anche di una nazione decisa a prendere il dominio sulla terra che ha in un modo o nell’altro conquistato, basarsi solo su un mammifero con le mammelle gonfie di latte? Questo dettaglio, che potrebbe paradossalmente sfuggire nonostante la regista lo evidenzi fin dalla scelta del titolo, è l’origine del meccanismo narrativo teso, in maniera altrettanto evidente, a mettere in discussione il mito fondativo per eccellenza della cultura statunitense: la wilderness, e la conquista dell’occidente. Un tracciato su cui Reichardt si era già mossa in più di un’occasione, e che rappresenta uno degli snodi principali della sua poetica: si pensi alla carovana di Meek’s Cutoff, per esempio, quasi il controtipo perfetto della narrazione fordiana. Ma è proprio nell’esordio River of Grass, con ogni probabilità il titolo più oscuro della sua filmografia anche per i cultori più appassionati, che si può rintracciare il senso di First Cow: in quel caso Reichardt parlò di “un road movie senza strada, una storia d’amore senza amore, un crime movie senza crimine”. Il discorso, venticinque anni dopo, non si è spostato di molto. Anche il cuoco Cookie e il sodale cinese King-lu vivono una storia d’amore senza amore, vagano senza che si dia peso al senso dello spazio, e attraversano il genere (in tutte le sfumature, cinematografiche e non, che può assumere questo termine) senza appartenervi mai fino in fondo.

L’operazione compiuta da Reichardt è a dir poco coraggiosa, ed è interessante come riprenda idee e istanze di Old Joy (sua prima collaborazione alla sceneggiatura con Jonathan Raymond, e anche suo primo film girato in Oregon) senza appiattirvisi mai sopra. Non è certo casuale la scelta dell’esergo su cui si apre il film, e che prende le parole da William Blake: «The bird a nest, the spider a web, man friendship». La citazione ha un valore temporale, visto che Blake morì proprio negli anni in cui è ambientato il film; ha un valore filosofico, muovendosi nel campo del romanticismo anche parte dello sguardo di Reichardt; e ha infine valore strettamente narrativo, perché First Cow è innanzitutto la storia di un’amicizia che va al di là di tutto, anche del tempo stesso e della vita. La regista fa coincidere tutti gli aspetti personali di Figowitz (il cognome di Cookie) e King-lu con il mondo naturale, ponendoli invece in netta contrapposizione con i giovanissimi e già ferali Stati Uniti d’America. Si prenda l’ingresso in scena del protagonista, ripreso in dettaglio mentre raccoglie funghi nel folto della boscaglia, il cibo che cucinerà poi per i cacciatori di pellicce con cui si accompagna nel suo viaggio verso l’ovest. A un certo punto la camera indugia su una salamandra schienata, e dunque immobile. Morta, all’apparenza. La mano amorevole di Figowitz la volta, e l’anfibio si muove rapido, tornato alla vita tutto d’un tratto. Nella sua narrazione di un tentativo d’impresa destinato a scontrarsi con la principale regola del Capitalismo, già perfettamente valida all’epoca (solo chi ha il dominio del bene atto alla produzione può pensare di fare impresa), Reichardt tratteggia da un lato due uomini fuori dal tempo e dalla storia, e dall’altro un mondo già incancrenito, dominato dal denaro, costruito per classi che non hanno alcun contatto tra di loro. Nel mezzo, quasi un’apparizione divina nel buio della notte, una vacca da latte, metafora forse persino troppo semplice – ma per questo ancora più potente – della ridefinizione dell’uomo del concetto di naturale. First Cow concentra la sua attenzione su due maschi non virili, e sui dettagli quotidiani di una vita passata l’uno accanto all’altro, in una storia d’amore senza amore – per tornare alle parole della stessa autrice. La messa in scena di Reichardt è come sempre rigorosa e dolcissima, e la regista sembra voler quindi qui riunire tutto il suo percorso autoriale, senza perdere l’occasione di tornare anche a Wendy and Lucy – la ragazza con il cane è un segnale nettissimo in tal senso – e persino a Night Moves, altro racconto di un’altra America che non sa e non vuole scendere ai patti con il pensiero dominante.

Info
First Cow, il trailer originale.

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