Free Fall

Free Fall

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In Free Fall la vena dissacrante di György Pálfi si coagula intorno a immagini grottesche, estreme, a loro modo seducenti, che vengono così a comporre un mosaico di situazioni irresistibilmente surreali.

Sei piani di un condominio in cerca d’autore

Un’anziana donna sale l’ultima rampa di scale che conduce al tetto in un tipico edificio residenziale di Budapest. Poi si avvicina al cornicione, guarda giù, e si butta. Per un momento tutto si ferma, c’è silenzio. Riusciamo a vedere in modo fugace gli altri appartamenti mentre la donna passa davanti alle loro finestre. Sei piani, sei appartamenti uguali, eppure sei mondi molto diversi. Sei situazioni di vita, sei storie indipendenti, e nonostante tutto collegate in infiniti modi, che ci danno una visione grottesca e talvolta mistica della realtà che conosciamo bene… [sinossi]

La radice grottesca e disturbante del cinema di György Pálfi emerge, con tutta la dirompente ironia che di norma ne scaturisce, anche in quest’ultimo parto del geniale regista, proiettato in anteprima italiana nella giornata conclusiva del Trieste Film Festival. La cornice in questione è probabilmente l’unico elemento prevedibile di tale evento. Il festival triestino può infatti vantarsi di aver presentato, nel corso degli anni, gran parte dei film realizzati dall’eccentrico cineasta magiaro. Tra questi anche Final Cut: Hölgyeim és uraim, operazione di montaggio gustosissima e purtroppo poco vista, fuori da una simile vetrina festivaliera.
Lode a Trieste, quindi, per averci permesso il confronto con Free Fall (Szabadesés, in ungherese), già degna a nostro avviso di rientrare tra le opere cinematografiche più strabilianti e corrosive di Pálfi. Il regista di Hukkle (2002) e Taxidermia (2006), coadiuvato in fase di scrittura qui come altrove da Zsófia Ruttkay, propone una costruzione paratattica in cui universi narrativi autonomi si trovano quasi a contatto di gomito, sfiorandosi poi al passaggio di un personaggio che con la massima semplicità sembra riassumerne la follia: è la donna anziana che ritualmente trascina il carrello della spesa fino all’ultimo piano dell’edificio in cui vive, percorre il terrazzo aperto su una fredda ed enigmatica notte di Budapest, conclude infine il suo tragitto lanciandosi e andandosi a schiantare sul selciato. Conclude? Non esattamente, perché in pochi istanti l’immobilità del quadro appena creatosi viene rotta, la vecchina ricomincia a muoversi, s’alza e riprende il suo giro. Quasi una versione contemporanea e beffarda del mito di Sisifo.

La parabola appena descritta non è ovviamente l’unica sfida al senso comune contenuta nel film. In ciascuno dei sei piani da cui è formata la palazzina sono presenti personaggi, il cui agire amplifica a dismisura il concetto di “surreale quotidiano”. C’è un corso di meditazione, per esempio, che portando il rapporto tra guru e allievi verso esiti paradossali dimostra, da parte dell’autore, la volontà di irridere con gusto gli eccessi di certe mode new age. Così come colpisce la singolarità di un ricco party nel quale, tra uomini e donne vestiti elegantemente, la presenza di un’unica bella ragazza completamente svestita non solo non crea scandalo, ma viene equiparata da tutti alla normalità. Una parentesi dal sapore bunueliano, quest’ultima. Sì, perché la satira anti-borghese è uno degli elementi che entrano in gioco, in questo caleidoscopico ritratto dei gironi danteschi di cui si compone la società occidentale, nella sua non meno virulenta declinazione ungherese.
Con la sensibilità così tattile per le immagini che lo caratterizza, György Pálfi muta di continuo il suo approccio narrativo: si va da una sguaiata parodia delle sit-com televisive al tono futuristico, che avvolge lo stralunato apologo di una coppia per cui le manie igieniste e salutiste sono sfociate in una condotta di vita assurda. Il camaleontico autore magiaro sa poi come rendere più ansiogeno l’effervescente materiale trattato, appoggiandosi nei momenti giusti alle note ora disturbanti e ora ipnotiche della colonna sonora, alla quale ha ottimamente lavorato Amon Tobin. Simili sonorità si fondono bene con uno stile visivo personalissimo. E questo completa il quadro di un oggetto filmico ancora una volta insolito, seducente, scabroso, spiazzante, che non ci sorprende abbia vinto premi importanti al festival di Karlovy Vary.

Info
La scheda di Free Fall sul sito del Trieste Film Festival.

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