Il grande Giaffa
di Marco Santi
Marco Santi esordisce al lungometraggio con Il grande Giaffa, in cui il gioco di identificazione nell’altro serve al protagonista (un ottimo Edoardo Pesce) per cercare di evadere dalla sua stessa esistenza, meschina e priva di soddisfazioni. L’impianto scenico agisce nel modo opportuno anche se il regista trattiene a tratti in modo eccessivo la mano, senza dunque far raggiungere al proprio racconto le estreme conseguenze. Film di apertura della Settimana Internazionale della Critica 2026.
Giaffa per una notte
Giacomo Falta è un uomo ignorato da tutti, incapace di trovare un suo posto nel mondo. Quando incontra il carismatico Grande Giason, l’uomo rappresenta tutto ciò che ha sempre voluto essere, Giacomo compie un passo rischioso, convinto che basti indossare una maschera diversa per sentirsi finalmente compreso. È l’inizio di una lunga notte in cui il confine tra identità e illusione si sfuma sempre più, fino a mettere a rischio la sua stessa esistenza. [sinossi]
Un teatro vuoto, eccezion fatta per un uomo riverso a terra sul palco. In questa immagine, evocativa prima ancora che meramente descrittiva, si può rintracciare il senso intimo di un film come Il grande Giaffa, con cui esordisce alla regia il trentaseienne Marco Santi, e che la squadra capitanata dalla delegata generale Beatrice Fiorentino ha scelto come titolo di apertura – tradizionalmente fuori concorso – dell’edizione numero quarantuno della Settimana Internazionale della Critica, sezione autonoma e parallela della Mostra di Venezia. Giacomo Falta è il grande Giaffa, ma in realtà non esiste: l’appellativo che si è dato è una maschera, un doppio di sé che gli ha trasmesso in una certa qual misura un altro “grande”, tal Giason, carismatica figura che racchiude nella propria immagine pubblica tutto ciò che Falta non è mai stato, e forse non può nemmeno agognare ad essere. C’è un pizzico del Rupert Pupkin tratteggiato da Robert De Niro in Re per una notte di Martin Scorsese nelle pieghe dello sguardo di un ottimo Edoardo Pesce – attore sottoutilizzato rispetto alla qualità intensa delle sue interpretazioni: si pensi, restando alla visioni al Lido degli ultimi anni, a Confiteor – Come scoprii che non avrei fatto la rivoluzione di Bonifacio Angius, El Paraíso di Enrico Maria Artale e Notte fantasma di Fulvio Risuleo –, grigio giornalista che finisce nella bufera per aver incensato in un articolo a sei colonne la qualità del ramen di un ristorante che si scopre però utilizzare quello dozzinale in scatola che si vende nei supermercati. La già scarsa considerazione di cui godeva Giacomo, tanto sul lavoro quanto in famiglia, evapora definitivamente, e l’uomo può cercare un palliativo al suo stato di prostrazione solo assistendo allo spettacolo “Il grande Giason”, di cui in città si dice un gran bene. Dalla platea l’uomo ammira a distanza tutto quello che non riesce ad afferrare: la fama, certo, ma soprattutto il magnetismo di qualcuno che riesce ad attirare su di sé solo ammirazione, e invidia. L’ossessione verso Giason spinge Falta a introdursi persino nella sua splendida villa, e ad assumerne l’identità, o per meglio dire a ispirarsi alla sua identità: nasce così “il grande Giaffa”.
Santi è acuto nel descrivere un ometto grigio, che nessuno potrebbe mai notare in giro, e ad ascoltare la sua voglia di rivalsa, il suo desiderio non di possedere, ma di attirare lo sguardo dell’altro, e dunque agitare un potere non meramente materiale, ma ideale, immaginario nel senso più stratificato del termine. Pesce restituisce al suo personaggio delle ombreggiature quasi fantozziane – si veda in tal senso perfino l’inflessione della voce quando prova a ottenere udienza da Giason parlando con una delle sue assistenti –, anche se l’umile e sottomesso ragioniere creato da Paolo Villaggio non sarebbe andato molto lontano con un eventuale travestimento, ed è evidente come oltre a questo riferimento e a quello del succitato Pupkin vi siano nelle intenzioni del regista (anche sceneggiatore insieme a Lorenzo Bagnatori ed Eva De Prosperis) anche delle suggestioni che si muovano in direzione della poetica pirandelliana, madre di ogni maschera. Se non si può parlare di un “fu Giacomo Falta”, al di là delle distanze estetiche, è perché tutto ne Il grande Giaffa si sviluppa nell’arco di una notte, come se i sogni fossero giocoforza costretti a svanire con le luci dell’alba. Questo dettaglio certifica anche la dimensione produttiva del film, che si “limita” – sempre che il verbo sia adeguato – al racconto di un personaggio senza allargare eccessivamente la questione a una lettura complessiva della società contemporanea; non che questo infici la qualità di una scrittura non priva di guizzi e intuizioni. Semmai l’impressione è che Santi, una volta scelto con certosina cura i filati, ordisca un racconto che non ha mai davvero l’intenzione di deflagrare. Se si citava dianzi Fantozzi non si può non marcare la differenza fondamentale: Luciano Salce, su istigazione di Villaggio, aveva il compito di condurre il tutto ben oltre le estreme conseguenze, di fatto incardinando uno spietato realismo nei binari del grottesco più esagitato, al di là delle fruste abitudini del credibile. Tutto questo manca invece a Santi, che si accontenta di un viaggio notturno esemplificativo e allegorico: se Pesce sa donare spessore al personaggio, il contesto in cui si muove progressivamente appare un po’ depotenziato. Resta in ogni caso un esordio degno d’interesse, in grado di tenersi a debita distanza dalla routine incrostata della produzione nazionale, nel tentativo di raccontare un vuoto di sistema, il dolore intimo di chi, in una società tesa solo all’immagine come riflesso dell’io, rimane invisibile agli occhi degli altri.
Info
Il grande Giaffa sul sito della SIC.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Il grande Giaffa
- Paese/Anno: Italia | 2026
- Regia: Marco Santi
- Sceneggiatura: Eva De Prosperis, Lorenzo Bagnatori, Marco Santi
- Fotografia: Stefano Usberghi
- Montaggio: Federico Palmerini
- Interpreti: Alfonso Postiglione, Barbara Chichiarelli, Carlotta Gamba, Dino Porzio, Edoardo Pesce, Roberto Zibetti, Stefano Abbati, Vincenzo Pirrotta
- Colonna sonora: Daniele De Virgilio
- Produzione: 10D Film, Andromeda Film
- Durata: 100'






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