Passing
di Rebecca Hall
Esordio registico dell’interprete britannica Rebecca Hall, Passing, riduzione cinematografica dell’omonimo romanzo di Nella Larsen, è un dramma intinto nel bianco e nel nero, sia dal lato stilistico che tematico, e che proprio per questo annega in più punti in uno sterile didascalismo. Nella Selezione Ufficiale della Festa del Cinema di Roma 2021.
Il bianco e il nero dell’anima
In una New York anni ’20, che sta vivendo un momento di fermento culturale in cui si inserisce l’affermarsi del movimento afroamericano conosciuto come “Rinascimento di Harlem”, Clare Kendry e Irene Redfield si ritrovano dopo molto tempo. Le due donne erano state amiche d’infanzia e ora un incontro casuale ha nuovamente intrecciato le loro strade. Nonostante l’iniziale riluttanza, Irene decide di aprire la porta di casa all’ex amica, commettendo quello che si renderà conto essere un errore. Claire, infatti, attira da subito le attenzioni del marito di Irene e le simpatie di tutta la famiglia e della loro cerchia sociale, portando scompiglio nell’intero equilibrio delle cose, tra ossessioni, rimozioni e bugie. [sinossi]
Rebecca Hall, attrice britannica di livello capace, nel corso della sua già corposa carriera, di passare dai toni leggeri del GGG spielberghiano allo straziante dramma della giornalista televisiva Christine (di Antonio Campos), dal ruolo di Vicky in Vicky, Cristina, Barcellona di Allen al thriller The Gift del collega Joel Edgerton, sceglie per il suo esordio da regista e sceneggiatrice un romanzo del 1929 di Nella Larsen, Passing appunto, espressione di quella corrente letteraria e culturale passata alla storia con l’appellativo di “New Negro”, in risposta alle leggi sulla segregazione razziale “Jim Crow” che, dopo l’abolizione della schiavitù, marcarono una precisa linea di confine tra la comunità bianca e quella afrodiscendente fino a tutti gli anni Cinquanta, quando il Movimento per i Diritti Civili cominciò a vincere le sue prime battaglie significative. È quindi in questo humus culturale che si ambientano film e romanzo, nella città di New York dove Harlem è ancora una sorta di quartiere ghetto e le due comunità hanno pochissimi, se non nelle frange più “progressiste” della borghesia bianca, punti di contatto nel quotidiano. Come mai un’attrice brittanica (e, è bene dirlo, bianca) sceglie proprio questa storia per esordire alla regia? A detta della stessa Hall, per indagare tangenzialmente anche sulla sua storia personale, e su un nonno figlio di matrimonio misto sul quale non è mai riuscita a sapere molto.
Siamo negli anni Venti, appunto, e Irene Redfield (Tessa Thompson) è la moglie di un chirurgo (André Holland, ormai cristallizzato nel ruolo dopo il soderberghiano The Knick) molto celebre ad Harlem, è impegnata nel sociale, e ogni tanto si concede una scappata nei quartieri alti per fare compere e bere un tè nella hall di un albergo di lusso. Donna di colore ma di tonalità chiara, le basta imbellettarsi il viso per confondersi con i bianchi. Mentre sorseggia il tè incontra una vecchia compagna di scuola, Clare (Ruth Negga), anche lei “travestita” da bianca ma in maniera più sofisticata: è sposata con un bianco che crede lo sia anche lei. La fotografia di Eduard Grau è in un contrastato bianco e nero che annulla cromaticamente ogni differenza, con uno squarcio di luce che basta a sbiancare (e un’ombra ad annerire) chiunque. L’impianto scenico/tematico appare chiaro, e la fusione tra stile e contenuto è un’idea non banale, specie nelle mani di un’esordiente; in aggiunta, il film inizia in 4:3 e continua ad aprire e chiudere la prospettiva col mutare degli stati d’animo. Una “gabbia” in cui muoversi con più sicurezza con la macchina da presa ma che, dopo l’iniziale sbigottimento, rende il tutto di soffocante prevedibilità. È il vero problema dell’opera: tutti concentrati su soggetto, temi e impianto, mentre è completamente sfuggita di mano la progressione narrativa.
Con la penna Rebecca Hall non ha le idee chiare, e annega la narrazione in una serie di lunghi anticlimax che, par paura di retorica, finiscono per tenere lo spettatore emotivamente lontano dal cuore del film e dei personaggi. La dicotomia tra i due personaggi principali, entrambe impegnate nel negare e nascondere la propria genia, Clare apertamente, Irene fingendo che il mondo fuori non esista, chiudendosi in raccolte fondi e aperitivi interrazziali, non permettendo nemmeno ai figli di avere contezza del mondo che li aspetterà FUORI, quando il guscio familiare e borghese sarò destinato inevitabilmente alla rottura, è solo accennata, come il loro (possibile) rapporto amoroso in gioventù, ulteriore tabù. C’è bisogno di una buona dose di sospensione dell’incredulità per poter credere ad un inganno come quello di Clare verso suo marito, ma solo se si affronta (come purtroppo fa il film stesso) superficialmente la questione: tra due comunità senza punti di contatto qualsiasi inganno è possibile, se non si ha la minima idea della fisicità dell’altro, se si volta lo sguardo al solo passaggio, se ci si allontana o, al contrario, ci si avvicina solo per picchiare o insultare. Un tema ben presente nell’audiovisivo statunitense contemporaneo, e mostrato molto meglio in quella commistione tra fantastico e denuncia sociale che è Lovecraft Country, serie prodotta da J.J.Abrams e Jordan Peele, che mischia felicemente il côté fantastico dello scrittore di Providence con la coeva battaglia sociale: nel quinto episodio, quasi un “a parte” all’interno della narrazione, il mascheramento da bianca di una protagonista afro assume contorni mostruosi e ancestrali, da maledizione faustiana.
In conclusione, un film tematicamente centrato, che lascia al finale anche un mistero nascosto da un’omissione nel montaggio, ma che per strada disperde quanto accumulato, e che in più punti non riesce a scacciare la noia. Sufficienza quindi, ma con riserva: aspettiamo Rebecca Hall a prove magari meno ambiziose, ma più centrate.
Info
Passing, il trailer.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Passing
- Paese/Anno: GB, USA | 2021
- Regia: Rebecca Hall
- Sceneggiatura: Rebecca Hall
- Fotografia: Eduard Grau
- Montaggio: Sabine Hoffman
- Interpreti: Alexander Skarsgård, André Holland, Antoinette Crowe-Legacy, Ashley Ware Jenkins, Bill Camp, Gbenga Akinnagbe, Ruth Negga, Tessa Thompson
- Colonna sonora: Devonté Hynes
- Produzione: Endeavor Content, Film4, Flat 5 Productions, Gamechanger Films, Picture Films, Significant Productions, Sweet Tomato Films
- Distribuzione: Netflix
- Durata: 98'



Christine
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