Malqueridas

Malqueridas

di

Tana Gilbert esordisce alla regia con Malqueridas, durissimo documentario sulla condizione carceraria delle donne in Cile che si trasforma però anche in un esercizio teorico, visto che sono le detenute, in modo completamente illegale, a fornire le immagini dalle celle riprendendo con un cellulare. Un lavoro affascinante, umanista, che lega il cinema all’esperienza tragica della vita in modo indissolubile. Alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia.

Women in Prison

Sono donne. Sono madri. Sono detenute che stanno scontando lunghe pene in una prigione in Cile. I figli crescono lontano da loro, ma rimangono nei loro cuori. In prigione trovano l’affetto delle altre detenute che condividono la loro stessa esperienza. Il sostegno reciproco tra queste donne diventa una forma di resistenza ed emancipazione. [sinossi]

Riappropriandosi dei codici di un sottogenere che era già in voga negli anni Trenta (si pensi a L’uomo che voglio di Sam Wood, Ladies They Talk About di Howard Bretherton, o Girls on Probation di William C. McGann), l’off-Hollywood degli anni Settanta, a partire ovviamente dalle produzioni cormaniane, fece riesplodere il cosiddetto “women in prison”, sottogenere del film carcerario – e di conseguenza tanto del noir quanto del poliziesco – con protagoniste donne incarcerate: Pam Grier ad esempio fu una vera e propria eroina di questo microcosmo, che venne arricchito anche da una firma quale Jonathan Demme, vedere per credere alla voce Femmine in gabbia. La ruvida schiettezza del b-movie permetteva a questi film di profanare alcuni dei tabù della morale corrente, divenendo dunque veri e propri vessilli di una politica dell’immagine che rigettava la prassi. La donna imprigionata, fosse essa vittima di un’ingiustizia (si veda in tal senso anche un’opera nipponica quale Lady Snowblood di Toshiya Fujita, che tanto peso avrà nella realizzazione di Kill Bill) o meritevolmente in “gabbia” a causa delle sue malefatte, diventava l’eroina, la figura su cui focalizzare lo sguardo. Eppure la finzione ben poco può contro la dura e cruda realtà, e a risvegliare l’attenzione in tal senso nella perlopiù opaca edizione numero ottanta della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stato Malqueridas, con cui esordisce alla regia di un lungometraggio la trentunenne cilena Tana Gilbert, già conosciuta a livello internazionale per i suoi lavori documentari brevi. È ovviamente un documentario anche Malqueridas, presentato in concorso alla Settimana Internazionale della Critica e che compete con ogni probabilità per il manrovescio più doloroso ricevuto al Lido direttamente dal grande schermo.

Le malqueridas del titolo sono le “malvolute”, o anche “mal amate”, donne recluse che vengono tenute lontane dai loro affetti. Le carceri che le ospitano nel film sono quelle cilene, ma è facile comprendere come la loro condizione di estirpate alla vita sia universale, esperienza valida in sud America come in occidente, e magari anche in Italia. Nel momento in cui entrano in prigione le viene preso il cellulare, in modo da impedire qualsiasi rapporto con l’esterno. Eppure ovviamente alcuni smartphone riescono a superare la griglia di controllo, e così chi viene incarcerata ha ancora modo di esprimersi, di riprendersi, di sentirsi viva attraverso l’immagine, quella speranza di posterità che accompagna da sempre la storia del cinema. Per sei anni Gilbert ha accumulato materiale proveniente da quei cellulari “illegittimi”, e quindi a suo modo Malqueridas è un film quasi illegale, a sua volta probabilmente agli occhi di qualcuno degno di essere imprigionato. L’immagine di cui si compone il film nega fin da subito la componente base del cinema, vale a dire l’orizzontalità della ripresa: qui quasi tutto si sviluppa in verticale, con immagini a tratti difficili da decifrare tale è la bassissima resa fotografica. Eppure in ogni singola inquadratura si percepisce il desiderio di queste madri che non possono neanche percepire il tatto della propria figliolanza di resistere, di dimostrare la propria esistenza, ribadendola con una veemenza appassionante, e come è ovvio straziante. Più si procede con la visione più quel magma indistinto di immagini dalla pessima risoluzione non appare più come un “errore” ma assume il contorno politico della non accettazione delle regole, della capacità dell’umano di sopravvivere alle gabbie, di evadere fosse anche solo attraverso l’immaterialità di una ripresa.

Il flusso delle immagini, che potrebbe apparire irrazionale o comunque caotico visto e considerato che si tratta della messa in fila di oltre una ventina di testimonianze video differenti, viene organizzato ricorrendo a una narratrice unica, Karina Sánchez, che è a sua volta in passato stata “ospite” delle carceri cilene. Malqueridas trova dunque in un escamotage lirico il modo di trasmettere l’urgenza espressiva di chi è stata amputata di una parte essenziale della propria esistenza, madri a cui è stata recisa la maternità, l’accudimento, la possibilità concreta di svolgere un ruolo desiderato. Difficile trasmettere ricorrendo alla parola scritta la pervasività di un dolore ottuso, condiviso, che rimbomba durante l’ora e un quarto in cui si dipana il film. In un mondo occidentale rovinosamente sommerso da immagini quotidiane del privato che rimbalzano di social in social l’operazione produttiva condotta a termine da Gilbert assume i contorni di una salvazione impossibile, la redenzione attraverso immagini sbagliate, frutto della minima fessura che divide l’aria dietro la sbarra da quella che si può respirare liberamente. Queste schegge illegali, trafugate e che dovrebbero restare ignote trovano una nuova identità, ed esprimendosi deflagrano in tutta la loro potenza naturalmente eversiva, priva di costruzioni ideologiche. Tana Gilbert ha firmato un’opera di annichilente e dolorosa bellezza, che riesce a divenire persino utopica; tra le opere prime viste al Lido di Venezia una delle più convincenti, e coraggiose.

Info
Malqueridas sul sito della SIC.

  • malqueridas-2023-tana-gilbert-01.jpg
  • malqueridas-2023-tana-gilbert-02.jpg

Articoli correlati

Array
  • Venezia 2023

    vermines recensioneVermines

    di Il trentaquattrenne francese Sébastien Vaniček esordisce alla regia di un lungometraggio con Vermines, horror che ha per epicentro un palazzone di periferia trasformato da ragnoni giganti nel loro territorio di caccia. Con intelligenza Vaniček utilizza il genere per allargare il discorso alle questioni sociali.
  • Venezia 2023

    about last year recensioneAbout Last Year

    di , , Un anno nella vita di tre giovani donne, una dichiarazione d'identità che sfida le convenzioni e le abitudini. About Last Year, con cui esordiscono alla regia Dunja Lavecchia, Beatrice Surano, e Morena Terranova, è un documentario che si pone come un bildungsroman partecipe e a suo modo sentimentale.
  • Venezia 2023

    le vourdalak recensioneLe Vourdalak

    di Le Vourdalak, con cui esordisce alla regia di un lungometraggio il quarantaduenne francese Adrien Beau, prende spunto da un celebre racconto ottocentesco di Aleksej Konstantinović Tolstoj per riappropriarsi di un immaginario orrorifico d'antan, dove le luci e i trucchi “evidenti” rappresentano un passaggio ineludibile.
  • Venezia 2023

    hoard recensioneHoard

    di Con Hoard esordisce alla regia di un lungometraggio la ventiseienne londinese Luna Carmoon, che ambienta nelle zone in cui è nata e cresciuta un racconto disfunzionale di crescita, emancipazione, sviluppo emotivo e psichico. Un teen movie ardito, che narra in modo non ortodosso un rapporto madre-figlia.
  • Venezia 2023

    dieu est une femme recensioneDieu est une femme

    di Dieu est une femme è il documentario, mai visto da anima viva, che il documentarista francese Pierre-Dominique Gaisseau girò nel 1975 all'interno della piccola comunità kuna, al largo di Panama. Quasi cinquant'anni dopo i kuna vogliono vedere il film che li ha rappresentati e di cui sono stati protagonisti.
  • Venezia 2023

    Venezia 2023 – Minuto per minuto

    Venezia 2023 festeggia le ottanta edizioni della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, contraddistinguendosi per lo spazio rilevante concesso alla produzione nazionale, a partire dalla presenza in concorso di ben sei film italiani.
  • Festival

    Settimana della Critica 2023 – Presentazione

    La Settimana della Critica 2023 è la trentottesima edizione della sezione autonoma e parallela organizzata dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) nell’ambito della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia. Un occhio sul presente, per rintracciare le coordinate del futuro.