O Riso e a Faca

O Riso e a Faca

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Il regista portoghese Pedro Pinho ama le durate fluviali, e così dopo le tre ore di A fábrica de nada (visto nel 2017 alla Quinzaine) si erge fino alle tre ore e trentacinque con O Riso e a Faca, mesmerico attraversamento della Guinea-Bissau che diventa riflessione sul corpo colonizzato e colonizzatore, e sull’incapacità del mondo europeo e occidentale a confrontarsi paritariamente con culture “altre”. Potente, suggestivo, politico, totalizzante. In Un certain regard a Cannes 2025.

Colonizzatori e colonizzati

Sérgio si reca in una metropoli dell’Africa occidentale per lavorare come ingegnere ambientale e costruire una strada tra il deserto e la foresta. Stringe un legame con due abitanti del paese, Diára e Gui, in una relazione intima ma sbilanciata. Presto scopre che un ingegnere italiano, a cui era stata assegnata la stessa missione qualche mese prima, è misteriosamente scomparso. [sinossi]

Da tempo oramai si lanciano strali contro la mediocrità dei festival principali, sempre più ritorti – o così pare – su loro stessi, con selezioni che si muovono quasi in automatico e che quindi non possiedono più la forza per incidere sulla collettività cinefila, tenuta sempre più a distanza. Un discorso interessante e non privo di appigli, che andrebbe sciorinato con una superficialità minore di quanto si faccia solitamente, ma che trova una risposta adeguata nella settantottesima edizione del Festival di Cannes, proprio quell’entità che nell’ultimo decennio e forse qualcosa di più sembrava essersi cristallizzata, senza alcuna volontà di allargare lo sguardo, e di muoversi in territori inesplorati. Quale che sia il motivo, Cannes 2025 ha invece sparigliato le carte, proponendo – e si scrive mentre il festival è ancora in corso d’opera – non poche visioni ardite, e tutt’altro che prone o concilianti con la prassi produttiva. Si pensi a Sirat, il nuovo lavoro di Óliver Laxe che ha minato il concorso – il termine esplosivo non è scelto a caso – destabilizzando anche gli accreditati più disillusi; a Sound of Falling, stordente opera seconda della tedesca Mascha Schilinski, al Lav Diaz di Magalhães, al bombardamento uditivo-visivo di Mission: Impossible. Ma forse il colpo definitivo all’idea di una Croisette impomatata e pronta a sollazzare esclusivamente gli aficionados di YSL o Balenciaga l’ha dato la presenza nel concorso di Un certain regard di O Riso e a Faca – il titolo internazionale, che stravolge l’originale ma non perde in bellezza e profondità di senso, recita I Only Rest in the Storm –, seconda regia di “finzione” per il portoghese Pedro Pinho. Pinho entusiasmò la Croisette, a essere onesti i non molti accreditati che diedero credito al film, otto anni fa con A fábrica de nada, presentato nella Quinzaine des réalisateurs. Quel film fluviale di quasi tre ore rileggeva, in una canone non dimentico del documentario (da dove viene il regista lusitano), la crisi economica del 2008 e la chiusura delle fabbriche ricorrendo addirittura al musical, in tutto attraverso un’ottica marxiana netta, dichiarata, e soprattutto perfettamente consapevole.

Otto anni dopo ecco dunque il ritorno sul proscenio di Pinho, stavolta “eletto” nella selezione ufficiale con un film addirittura più espanso, estremo tanto nelle sue soluzioni quanto e ancor più nel rapporto con la messa in scena. Riposa davvero solo nella tempesta Sérgio, ingegnere che si ritrova in Guinea-Bissau per lavorare insieme a una ONG a una nuova infrastrutturale stradale che collegando villaggi per ora non raggiungibili se non a fatica dovrebbe migliorare sensibilmente la quotidianità degli abitanti. L’obiettivo per cui il bianco Sérgio raggiunge dunque la nera Africa è dei migliori, senza dubbio nobile: far sì che le conoscenze acquisite dal mondo europeo servano ad arricchire la popolazione locale. In questo senso O Riso e a Faca è ancor più sottile di A fábrica de nada: se in quel caso gli operai della fabbrica di ascensori in dismissione erano le vittime predestinate di un sistema del Capitale ferale, e omicida, e come unica reazione potevano contare sulla rivalsa collettiva, Sérgio è solo in Guinea-Bissau, ed è almeno sulla carta il “risolutore” che cala dall’alto a mo’ di moderno deus-ex-machina. Ovviamente le cose sono assai più complesse di così, e la strada dell’inferno – si sa – è lastricata di buone intenzioni… Nel dover distinguere tra agit-prop cooperativista e indagine dell’uomo nel territorio “selvaggio” Pinho comprende di doversi distanziare dalla messa in scena a tratti godardiana del suo precedente lavoro, e semmai guardare in direzione del cinema moderno antonioniano, con tutti i vasti distingui del caso. Si parla di identità in crisi, in O Riso e a Faca, che vedono l’europeo soccombere nel confronto di un’Africa già colonizzata e non disposta ad accettare ulteriori soverchierie: un tema questo che a Cannes è apparso anche nel succitato Sirat, anche se Pinho sceglie vie espressive completamente diverse.

La psicanalisi di Sérgio diventa dunque quella di tutto il Vecchio Mondo, costretto a scoprire le proprie gigantesche falle emotive, la propria fragilità, e soprattutto quel desiderio che non sa neanche esprimere se non attraverso il dominio. Sono Diára e Gui, donna e uomo, a sedurlo ma a non lasciarsi sedurre, a non accettare più proni gli scompensi sensoriali ed emotivi; la giovane donna arriva anche a relegare Sérgio nella sua condizione di inevitabile voyeur, depotenziandolo e ricollocandolo in uno spazio a lui consono, ma che non pensa appartenergli. Progressivamente le certezze dell’uomo vengono meno, trasformandosi in una ricerca di sé che si lega indissolubilmente a un mistero che aleggia nell’aria: che cosa è successo all’ingegnere italiano che era sempre lì prima di Sérgio, e che si dice sia scomparso nel nulla da un giorno all’altro? Proprio come Professione: Reporter l’indagine perde consistenza quando ci si rende conto che a essere indagato è il corpo putrescente dell’Europa, e che l’unica salvezza è la dispersione nell’immenso nulla africano, che Pinho riprende con una potenza visiva in grado di annichilire, schiacciando al suolo lo spettatore. Denso e politicamente raffinato, ma anche spudoratamente divertente grazie a dialoghi al limite del surreale, O Riso e a Faca è un film che ha ancora il coraggio di osare il cinema, di metterlo a rischio, di mescolare le ipotesi cinematografiche e i formati (il film è girato sia in pellicola che in digitale), di credere tanto nell’impianto quanto nell’improvvisazione, senza dimenticare lo studio del territorio che ha preso anni, con Pinho che ha più volte viaggiato tra la Guinea-Bissau e la Mauritania. Un’opera che non ha alcuna intenzione di determinare risposte nette, ma ha ancora la forza di continuare a formulare interrogativi, e a chiedersi il perché dell’esistere stesso dell’immagine, e del suo senso. Difficile immaginare che un film così concettualmente libero e irrituale possa convincere una giuria, ma il nome di Pedro Pinho è destinato in ogni caso a imprimersi con forza nel cinema europeo contemporaneo.

Info
O Riso e a Faca sul sito del Festival di Cannes.

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