Fjord
di Cristian Mungiu
A quattro anni di distanza da Animali selvatici il rumeno Cristian Mungiu torna a discettare di Europa e disequilibri con Fjord, amara e durissima requisitoria contro il “funzionamento” delle socialdemocrazie nordiche, e le loro regole inflessibili. Diretto con un nitore quasi adamantino, Fjord è un’opera politica e dialettica, che sceglie volutamente il punto di vista più distante alla stragrande maggioranza degli spettatori di Mungiu. In concorso al Festival di Cannes 2026.
Imprecherai tra i progressisti
La famiglia Gheorghiu, una coppia rumeno-norvegese profondamente religiosa, si stabilisce in un villaggio alla fine di un fiordo, dove stringe rapidamente amicizia con i vicini, gli Halberg. I figli delle due famiglie diventano molto legati, nonostante le diverse educazioni ricevute. Quando il personale scolastico scopre dei lividi sul corpo di Elia, la maggiore dei figli Gheorghiu, la comunità si interroga se la causa possa essere l’educazione tradizionale impartita dai genitori ai figli Gheorghiu. [sinossi]
Ne è passata di acqua sotto i ponti in appena dieci anni. Nel 2016, in concorso a Cannes, Cristian Mungiu raccontava con Bacalaureat – ribattezzato in modo un po’ anodino Un padre, una figlia in Italia – il tentativo disperato di un padre rumeno di fare in modo che la figlia potesse diplomarsi con il massimo dei voti, in modo da poter lasciare il proprio Paese per studiare all’estero, magari in Inghilterra, dove senza dubbio avrebbe avuto maggiori possibilità per condurre una vita degna di essere vissuta. Dieci anni più tardi, sempre nella competizione che termina con l’assegnazione della Palma d’Oro (ma d’altro canto Mungiu ha “mancato” la partecipazione al concorso sulla Costa Azzurra solo con l’esordio Occident, che venne presentato alla Quinzaine des réalisateurs) ecco approdare Fjord, che mette in scena in una forma compiutamente conflittuale proprio una famiglia in parte rumena alle prese con un’esperienza di vita all’estero, nello specifico in Norvegia, una delle zone d’Europa considerate più avanzate sotto il profilo dell’efficienza della macchina statale e dei diritti sociali. È interessante notare come da un lato il “film di mezzo” che è venuto alla luce tra Un padre, una figlia e Fjord, vale a dire Animali selvatici, appaia come il perfetto punto di contatto tra i due lavori – quasi una “transizione” – e dall’altro il titolo antecedente a Bacalaureat fosse Oltre le colline, su cui si tornerà poco più avanti. L’incipit di Fjord si articola sull’imponenza quasi statuaria della natura norvegese, con il battello che sta portando a destinazione la famiglia Gheorghiu, composta da padre, madre e ben cinque figli: l’uomo, Mihai, è un rumeno che è stato assunto come impiegato grazie all’intercessione di un pastore evangelico locale; la donna, Lisbet, è norvegese, e il suo è dunque un vero e proprio ritorno a casa (lavorerà in ospedale con il compito di “rassettare” i corpi dei deceduti prima dell’inumazione). I figli sono vivaci, graziosi, gentili, e sono stati cresciuti dai genitori seguendo i dettami della Bibbia: i Gheorghiu infatti sono a loro volta evangelici dalla visione abbastanza radicale del testo sacro, al punto da non permettere neanche ai due ragazzi più grandi, Elia ed Emmanuel, che vanno al liceo, di accedere a YouTube o ascoltare musica “moderna”. I giovani stringono un’amicizia forte con la figlia loro coetanea dei vicini di casa, Noora, cresciuta invece secondo i dettami della socialdemocrazia norvegese, che prevede una completa apertura verso il mondo esterno, le tecnologie e via discorrendo.
Se sotto questo punto di vista il conflitto non emerge, nonostante il padre di Noora – che è anche preside della scuola – non veda di buon occhio la frequentazione della fanciulla con i vicini di casa, contrariamente a sua moglie che ha una visione effettivamente laica della vita sociale, la situazione si complica in maniera radicale quando il ragazzo sale sullo scuolabus con degli evidenti lividi sul collo, che vengono notati sia dall’autista del mezzo sia dall’insegnante di ginnastica. Da qui scatta il “protocollo”, vengono allertati i servizi sociali che come prima immediata reazione, senza neanche aver verificato che i lividi provengano effettivamente da una violenza domestica subita dal giovane (i ragazzi avevano detto di esser stati “beat”, ma il loro inglese non è propriamente oxfordiano), tolgono tutti e cinque i figli alla coppia e li danno in affido temporaneo ad altre famiglie, sparpagliate fra loro. Qui principia il lato giudiziario della vicenda, con i Gheorghiu che si affidano alla vicina di casa, in passato avvocata, affinché li difenda in tribunale e permetta loro di ricomporre il nucleo domestico. Ma qui principia ancor più la requisitoria, amara e durissima, che Mungiu mette in scena per porre a sua volta sul banco degli ideali imputati l’intero sistema sociale norvegese – e per estensione di tutti i Paesi scandinavi –, così rigido nel adempiere al suo “compito” da non porsi neanche per un momento nell’ottica dialettica con l’altro. Come può, sottolinea Mungiu, una nazione che si autocertifica come compiutamente democratica, rifiutare in tutto il fatto che qualcuno possa non porsi in linea con lo status quo? In questo senso uno degli aspetti più coraggiosi di Fjord risiede nel fatto che l’ingiustizia che è al centro della questione non riguarda personaggi con cui la maggior parte del pubblico afferente al cinema di Mungiu si troverebbe in reale sintonia: i Gheorghiu sono effettivamente “conservatori”, nel senso più ampio del termine. Trovandosi alla sbarra Mihai non ha alcuna reticenza nell’affermare che per lui l’unica famiglia possibile è quella composta da un uomo e da una donna, tanto per fare un esempio. Quando il marito di Mia, l’avvocata, l’ammonisce che sta difendendo una famiglia per cui si è mobilitata tutta l’estrema destra del mondo, l’interrogativo che lascia rimbalza anche tra gli spettatori, facendo emergere con ancora maggior possanza lo sguardo compiutamente morale di Mungiu, la sua prospettiva davvero democratica.
Lo stile registico di Mungiu accompagna i personaggi, mostrandosi a sua volta laico, ma anche spietatamente disperato nella raffigurazione di un’Europa burocratica e disumana, che elegge la norma a uno vincolo del vivere assieme, perdendo di vista la socialità, il raffronto col “diverso”, il tentativo di dialettizzare le distanze tra le culture di modo da trovare un punto d’unione in grado di far progredire tutti. La socialdemocrazia di Olof Palme, pare suggerire il grande regista rumeno, è un relitto del passato, questa che è in corso ora assomiglia tragicamente molto di più all’efficienza asettica nazional-socialista. Ed è affascinante notare come Mungiu torni a occuparsi di radicalismo religioso a distanza di quasi quindici anni da Oltre le colline, di nuovo però mutando in tutto e per tutto la prospettiva, cercando di cogliere consonanze e distanze, e di ragionare su come il sogno europeo – come già evidenziato in Animali selvatici – si sia passo dopo passo trasformato in un incubo, in una prigione da cui non si può che desiderare di scappare, magari tornando a rifugiarsi proprio in Romania, quella terra in cui un padre solo dieci anni fa faceva carte false per permettere alla figlia di emigrare. Tra gli sguardi più lucidi del cinema continentale contemporaneo, Cristian Mungiu corre il rischio di essere frainteso, ghettizzato, ma il suo viaggio tra i fiordi è una delle poche visioni realmente progressiste oggi possibili.
Info
Fjord sul sito del Festival di Cannes.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Fjord
- Paese/Anno: Danimarca, Finlandia, Francia, Norvegia, Romania, Svezia | 2026
- Regia: Cristian Mungiu
- Sceneggiatura: Cristian Mungiu
- Fotografia: Tudor Vladimir Panduru
- Montaggio: Mircea Olteanu
- Interpreti: Ellen Dorrit Petersen, Henrikke Lund-Olsen, Lisa Carlehed, Lisa Loven Kongsli, Renate Reinsve, Sebastian Stan, Vanessa Ceban
- Colonna sonora: Kaspar Kaae
- Produzione: Aamu Film Company ltd., Eye Eye Pictures, Filmgate Films, Garagefilm International, Mobra Film, Snowglobe Films, Why Not Productions
- Durata: 146'


Cannes 2026
Cannes 2026 – Minuto per minuto
Festival di Cannes 2026 – Presentazione
Animali selvatici
Un padre, una figlia
Oltre le colline