The Lion at My Back

The Lion at My Back

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Opera seconda per la filmmaker cipriota Tonia Mishiali, The Lion at My Back è un altro film al femminile che racconta l’incontro, la solidarietà e l’aiuto reciproco tra due donne tenute ai margini dalla società, un’immigrata africana e una ex-tossicodipendente. Senza facili schematismi, ma accumulando le varie problematiche, il film racconta le ipocrisie del Nord del mondo. Nella Crystal Globe Competition del 60° Karlovy Vary International Film Festival.

Preferisco il mare

Mariama, una giovane richiedente asilo senegalese, e Stella, una cipriota in fase di recupero dalla tossicodipendenza, cercano entrambe di ricostruire la propria vita. Quando i loro destini si incrociano, inizialmente si usano a vicenda, ma la comune lotta per sopravvivere in un mondo che ha tradito entrambe dà vita a un inatteso legame, simile a quello tra una madre e una figlia. Insieme riscopriranno il vero significato dell’amore e della famiglia. [sinossi]

Avere il leone alle spalle e il mare davanti: è la condizione degli africani come semplificata dalla protagonista Mariama, una diciottenne senegalese richiedente asilo, che specifica subito di aver scelto il mare. Da una parte il simbolo più nobile della natura del continente nero, ma anche la rappresentazione di una lotta per la sopravvivenza in cui le persone deboli finiscono per soccombere, predate dal leone. Non c’è altra scelta che il mare, la traversata, la fuga. E non importa che all’approdo si verrà trattati come gli ultimi, discriminati come i paria del mondo. La scelta dell’immigrazione è un obbligo. Con questo assunto, la regista cipriota Tonia Mishiali decide di intitolare il suo secondo lungometraggio, presentato nella Crystal Globe Competition del Karlovy Vary IFF 2026, The Lion at My Back. Proseguendo il suo sguardo verso le ultime, i suoi ritratti femminili di persone marginali, dopo il primo film Pafsi, racconto di una donna segregata in casa da un opprimente marito, la regista mette in scena un’amicizia, un aiuto reciproco di due esistenze destinate a soccombere. Protagoniste del film sono Mariama e Stella. La prima è un’immigrata dal Senegal appena entrata nella maggiore età, che lascia il centro d’accoglienza per affrontare il mondo. La seconda è una donna locale, in fase di recupero dalla tossicodipendenza, madre di una bambina che le è stata tolta e di cui cerca di riottenere l’affidamento. Senza strafare nell’accumulo e nella commiserazione, Tonia Mishiali abbina due condizioni svantaggiate in grado di denunciare il sistema combinato, capitalista e patriarcale, che governa il mondo occidentale. Il film si svolge a Cipro ma nessuna indicazione viene data, dai dialoghi o da luoghi riconoscibili, sulla localizzazione della vicenda. Fatta eccezione per la spiaggia bianca, su cui torneremo, e su alcune alberature di palme da clima mediterraneo, i luoghi anonimi, spesso fatiscenti come la casa in cui hanno alloggio, dai muri scrostati, potrebbero essere quelli di una città europea qualsiasi. La Repubblica di Cipro è un avamposto d’Europa, un primo approdo delle rotte di immigrazione dall’Africa per il vecchio continente.

Dopo infruttuose ricerche di lavoro, Mariama viene assunta da un anziano macellaio per lavorare nell’umiliante e pesante attività di taglio e disossamento delle carni, pagata miseramente e in nero. Il senso di smembramento, di commercio di corpi, di macelleria, accomuna quella ad altre attività di profitto, del film. Il traffico di clandestini, cui Mariama finisce per essere coinvolta per necessità, accompagnando un convoglio di migranti – che cerca di mettere in guardia, con piccoli suggerimenti, laddove le sia possibile avendo di fianco l’autista trafficante, su come comportarsi nei centri di accoglimento. Brillante la sequenza di montaggio in cui la donna li guarda andare via, verso uno di questi centri di raccolta, quindi, si vede il suo volto dallo sguardo triste, per poi staccare verso l’immagine poetica del bianco di un’alba. Uno sfruttamento di carne, di corpi è anche l’attività saltuaria di Stella come sex worker presso un club privé che offre servizi come organizzare quelli che vengono definiti spank party. La pratica è vista come estremamente degradante per la donna, peraltro in una scenografia che riproduce una prigione, con Stella costretta in una pratica di urinofilia. L’urina, lo scarto, l’escrezione della fisiologia umana, torna nel film perché è proprio ciò che impedisce a Stella di riottenere l’affidamento della figlia, visto che le sue urine rivelano ancora residui di sostanze tossiche, per cui chiede all’amica di prestarle le sue in una boccetta. Mariama ruba forchette quando lascia il centro di accoglienza, segno della miseria che l’aspetta. La sua condizione di richiedente asilo, pendente, le impedisce di trovare casa come di avere aiuti dalla banca: non può aprire un conto senza avere una residenza. Il cane che si morde la coda. La denuncia della discriminazione e dell’ipocrisia delle nostre società è logica prima ancora che morale.

Tonia Mishiali mette in parallelo le vicissitudini di Mariama e Stella. Le filma in 16mm seguendole spesso con macchina a mano, in modo da rendere un’esperienza fisica e immersiva, fino a far convergere le due parabole di vita. I momenti del loro incontro, della loro amicizia, della loro solidarietà reciproca, sono costruiti con scene poetiche. A partire dalla spiaggia bianca in cui sono riprese in campo lungo, che rappresenta l’immagine simbolica del film. I loro giochi e i loro scherzi, mangiare usando il cibo per simulare i denti da vampiro, il mettersi delle roselline tra i capelli, le scene al luna park. Quella spiaggia bianca tornerà catarticamente alla fine, mettendo insieme Mariama, Stella e la sua figlioletta, tre donne che si rifugiano guardando al mare, dimenticando per un attimo le oppressioni della loro vita, un po’ come il piccolo Antoine Doinel nel finale di I 400 colpi. Quel mare che Mariama si è lasciata alle spalle.

Info
The Lion at My Back sul sito di KVIFF.

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