Història de la meva mort

Història de la meva mort

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Dopo la vittoria del Pardo d’Oro al Festival di Locarno, il nuovo lungometraggio del cineasta catalano Albert Serra, Història de la meva mort, arriva sotto la Mole Antonelliana alla trentunesima edizione del Torino Film Festival, nella sezione Onde.

Lumi e ombre

Gli ultimi giorni di Casanova: lasciati i libertinaggi e l’atmosfera elegante del castello svizzero in cui ha vissuto a lungo, si ritrova, sperduto e straniato, a vagare tra i paesaggi poveri e tenebrosi dell’Europa orientale. A incombere su di lui, massimo esponente di un’era ormai tramontata, l’inquietante apparizione del conte Dracula, la cui misteriosa figura incarna la violenza e il fascino occulto e notturno dell’epoca che si sta aprendo. [sinossi]

Fin dalla presentazione in anteprima mondiale all’ultimo Festival di Locarno, dove è stato incoronato con il Pardo d’Oro, Història de la meva mort è stato letto da più parti come la prosecuzione naturale e priva di scossoni del percorso intrapreso da Albert Serra prima con Honor de cavalleria e quindi con El cant dels ocells (rimangono fuori dal novero delle opere prese qui in esame Els noms de Crist e El senyor ha fet en mi meravelles, dominate da un approccio completamente diverso e legato in maniera molto più netta alla videoarte). Un’interpretazione a prima vista inappuntabile, sia per quel che concerne la continuità riscontrabile nella messa in scena sia ancor più per la scelta di ragionare da vicino sull’archetipo narrativo, svuotandolo di senso e frammentandolo in una serie pressoché infinita di fughe e percorsi laterali: da un punto di vista strettamente letterario e “tradizionale” non si avverte infatti una cesura evidente tra personaggi del calibro di Don Chisciotte, i Re Magi, Casanova e Dracula. Ognuno di loro, a suo modo, incarna un’ideale etico ed estetico, paradigma del racconto che si fa, suo malgrado, riflessione filosofica sull’uomo e sul suo superamento (im)possibile.

In realtà, scavando appena al di sotto della superficie, è possibile rendersi conto di come Història de la meva mort segni un punto di passaggio tutt’altro che secondario all’interno del percorso autoriale di Serra. I primi due lungometraggi del trentottenne cineasta iberico si erano mossi in direzione di una lettura, asciugata al massimo e ridotta a pura azione priva di stratificazioni, di narrazioni secolari, con ogni probabilità in linea con il pensiero stesso del regista. Serra aveva dunque operato una scelta di austerità espressiva di fronte a un materiale che padroneggiava in ogni suo minimo dettaglio.
Ben diversa la situazione che si è venuta a creare al momento di lavorare sullo script di Història de la meva mort, come afferma lo stesso Serra: “Dato che non sono troppo interessato dalla figura di Dracula, ho pensato che probabilmente, combinandola con un linguaggio figurativo più vicino alla mia sensibilità, il film avrebbe assunto un maggiore significato. Così ho contaminato l’idea iniziale con Casanova, il cui universo mi è più familiare.“. Non è un caso che il film si suddivida in due tronconi praticamente antitetici, e che la prima metà – quella ambientata ancora nell’epoca dei Lumi, al riparo nella lussuosa scenografia del castello svizzero in cui soggiorna Casanova – sia quella in cui si avverte con maggior forza il fil rouge che lega questa opera a quelle che l’hanno preceduta.

Il Casanova di Serra è un guscio vuoto, in cui l’azione una volta di più si trasforma in pura meccanica di gesti e pulsioni, scevra di qualsiasi rimando ulteriore. Il dongiovanni per eccellenza della cultura occidentale mangia, beve, parla d’amore e lo mette in pratica, disserta su Voltaire e cita Montaigne, defeca con gioia beandosi della quantità di escrementi prodotta: un burattino/uomo/macchina che espleta le funzioni alle quali è preposto dalla Storia senza alcuna propensione all’analisi. Il testo resta parola pura e semplice, come il dizionario dei formaggi che Casanova, come ammette al suo servitore, amerebbe molto trasformare in realtà. Lavorando in questo modo sull’archetipo, Serra non ha neanche bisogno di specificare come il personaggio in scena sia Casanova, così come gli basta limitarsi a un’atmosfera gotica, un’ombra sul muro e le mani protese in avanti pronte a ghermire la preda per introdurre in scena Dracula.
Ed è qui che Història de la meva mort scarta con decisione, pur mantenendo un tono costante, fatto di inquadrature parche, in cui la luce è sempre naturale e l’ombra riempie gli spazi fra i personaggi rendendo tutto funereo e ovattato. Per la prima volta nel cinema di Serra si crea un contrasto forte, netto, in cui un personaggio mette in discussione l’essenza stessa del proprio antagonista.

Il cinema di Serra, finora fieramente monologico, si fa dunque dialettico, ponendo la parola contro il gesto, il sangue espressione della perdita della verginità e dell’ingresso alla vita in contrapposizione al sangue della preda martoriata, l’urlo belluino contro la ciarla spolverata d’erudizione. E proprio in questo contrasto, in questa lotta perenne – che prevede, in ogni caso, vincitori e vinti – si avverte il fremito più intimo e devastante di Història de la meva mort, viaggio al termine della notte che è anche ennesimo tableau vivant sul crollo del racconto come ruota portante della relazione umana e sulla splendida vacuità dell’azione. In sala si avvertono i brividi di rabbia, di noia e di distacco di un pubblico che inevitabilmente cozza (per volontà stessa di Serra) contro una creatura difficile da afferrare e da soggiogare al proprio volere. Ma è anche e soprattutto questa la sfida che Serra lancia all’immaginario collettivo. Basta saperla cogliere…

INFO
Il sito di Albert Serra, regista di Història de la meva mort: albertserra.com
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