L’infinita fabbrica del Duomo

L’infinita fabbrica del Duomo

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I sei secoli di storia del Duomo di Milano come occasione per riflettere sull’essere umano, la finitezza, l’infinito e l’immortalità. Autori de Il castello e di Materia oscura, Massimo D’Anolfi e Martina Parenti presentano con L’infinita fabbrica del Duomo una nuova riflessione filosofica per immagini. In sala dal 31 marzo, dopo essere stato presentato a Locarno, nella sezione Signs of Life, e in concorso al Festival dei Popoli.

Tutto è fermo, tutto scorre

Le mani e la mente dell’uomo, la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano e 600 anni di storia, tra un’infinita costruzione e costanti operazioni di restauro… [sinossi]

Il tempo non finisce, la storia non finisce. La storia è l’attività, il prodotto e il rigenerarsi infinito di desideri, imprese, fallimenti e riprese che di secolo in secolo, di minuto in minuto si rinnovano; a testimoniare sul pianeta questo eterno passaggio dell’essere umano, fragile ed effimero nella sua mortalità, non restano altro che gli oggetti, ciò che l’uomo riesce a produrre tramite la trasformazione dei contributi offerti dalla natura, ovvero tramite il lavoro. Assai apprezzati negli ultimi anni per Il castello (2011) e Materia oscura (2013), il duo di cineasti Massimo D’Anolfi e Martina Parenti si ripresentano ora nella sezione Signs of Life del Festival di Locarno con L’infinita fabbrica del Duomo, primo capitolo di un progetto di tetralogia chiamata “Spira mirabilis” e dedicata al concetto di immortalità attraverso i quattro elementi della natura (questo primo atto è ispirato alla Terra).
L’idea del film nasce dalla volontà di riflettere intorno alla titanica e appassionante costruzione del Duomo di Milano, avviata nel 1386 per iniziativa di Gian Galeazzo Visconti e proseguita per ben sei secoli fino alla metà del Novecento. Ma in realtà l’estremo fascino di tale impresa umana, ciò che più intimamente risponde alla riflessione dei due autori, risiede nella sostanziale infinitezza della cattedrale milanese, che in senso lato può estendersi a tutte le costruzioni sacre più antiche, periodicamente sottoposte a restauri e modifiche che possano garantire loro la più lunga sopravvivenza e conservazione.
Nel caso del Duomo di Milano tale congenita ed eterna “incompiutezza” è ulteriormente enfatizzata non soltanto dal dispiegarsi della sua costruzione su più secoli, ma anche dalla costituzione, fin dal 1387, della Veneranda
Fabbrica del Duomo, istituzione cittadina che fin da allora si è occupata degli interventi di restauro, del reperimento fondi e dell’amministrazione della cattedrale. In pratica, parallelamente al lento mutarsi della cattedrale si è svolta per sei secoli e mezzo la storia del lavoro dell’uomo finalizzato al completamento e alla preservazione dell’immensa opera architettonica.

In tal senso, L’infinita fabbrica del Duomo si trova in linea coerente con una riflessione autoriale sul rapporto tra uomo e natura che già informava opere come Il castello e Materia oscura; stavolta la lettura di tale archetipica interazione è declinata secondo dinamiche di nuovo “violente”, ma finalizzate a nobili scopi, ovvero alla conservazione di una testimonianza dell’infinitezza umana. Anzi, dell’eterno conflitto tra finito e infinito (l’uomo è effimero e finito, ma la sua azione collettiva di secolo in secolo permette l’edificazione di testimonianze eterne del suo passaggio sul pianeta).
Come sempre D’Anolfi e Parenti si affidano a un’interpretazione del linguaggio documentario decisamente personale, sulla scorta di un rigoroso rifiuto dell’intervento della voce umana. Di nuovo è l’inanimato a parlare, catturato in immagini minimali e solenni al contempo, affidate per buona parte a long take dedicate alla materia muta che tra le mani di restauratori recupera se stessa e al contempo si trasforma. I due autori non si soffermano soltanto sull’attività manuale, ma anche sulla meticolosa macchina burocratica condotta parallelamente dalla Veneranda Fabbrica nei suoi archivi; conservare un’opera d’arte significa anche mettere in atto tutta una serie di attività lavorative tra preziose carte antiche e scartoffie, da conservare e selezionare. Un’intera macchina di lavoro, insomma, documentata però dagli autori con primaria attenzione all’oggetto, alla materia manipolata da esseri umani di cui non solo non sentiamo praticamente mai la voce, ma raramente vediamo pure i corpi interi (per lo più vediamo mani in azione).

Più di tutto D’Anolfi e Parenti intendono dare evidenza alla trasformazione della natura tramite l’intervento umano. Dalle colossali fette di marmo staccate dalla cava di Candoglia fino alle operazioni di chiusura del Duomo al tramonto, L’infinita fabbrica del Duomo registra un quieto e sommesso agire che trasforma la materia in funzione di un preciso scopo, infinitesimo nell’immediato e gigantesco nell’ottica dei secoli: la conservazione e prosecuzione della storia. Uno sguardo eminentemente laico e ossequioso su un enorme oggetto sacro che è prima di ogni altra cosa testimonianza delle mani (e della mente) dell’essere umano.
In senso ancor più universale, D’Anolfi e Parenti rintracciano anche in tale nobile occasione quel congenito rapporto di violenza tra uomo e natura che già innervava alcune delle loro opere precedenti; le prime sequenze dedicate all’estrazione del marmo nella cava di Candoglia assumono i tratti di un aggressivo atto di espropriazione (le crepe che lentamente si allungano sulle pareti, il fragore della caduta dei massi, l’attesa del distacco sospeso nel silenzio…). Quando perpetrata per riprovevoli interessi (gli esperimenti missilistici di Materia oscura con relative ricadute ambientali e sanitarie…), quando invece per nobili scopi come in questo caso, la violenza appare dunque a sua volta un assoluto universale nell’attività dell’uomo nei confronti della realtà muta che lo circonda. Un passaggio tragico e “necessario”, da cui non si può prescindere nemmeno nel più alto degli intenti.

Secondo tale linea di ragionamento, l’approccio universalizzante di D’Anolfi e Parenti dà estremo rilievo al continuo mutare (anche reversibile) tra informe e forma, in cui un’idealizzata innocenza primigenia è dispersa in infinite e successive “lezioni” di ripristino e conservazione. Ma la vera innocenza, irrimediabilmente violentata, è già perduta nel momento in cui il blocco di marmo si stacca dalla parete della cava. Ne sono prova anche le testimonianze storiche riportate in didascalia, in cui si dà rilevanza agli intrecci tra sacro e potere, tra interessi spirituali e temporali che hanno costellato i sei secoli di storia della cattedrale (i Visconti, Napoleone che accelera i lavori anche per un proprio tornaconto…).
In filigrana, tramite la storia del Duomo si dispiega pure una testimonianza secolare del rapporto tra pubblico e privato, che già in epoche ben lontane da concetti di sovraesposizione mediatica vedeva forme primitive di società-spettacolo. Prima del teatro, prima del cinema, lo spettacolo della meraviglia e dell’ardimento umano risiede nella mostrazione di enormi realizzazioni architettoniche, a cui partecipare per darsi lustro in una proto-società dell’immagine – i notabili di città di secoli fa si proponevano alla meraviglia pubblica con la cazzuola in mano per testimoniare il loro contributo attivo nella costruzione della cattedrale, magari per un quarto d’ora (di celebrità, Andy Warhol).

A dire il vero ci sorprendiamo un po’ nel trovare un utilizzo così ampio e insistente delle didascalie nel cinema di D’Anolfi e Parenti, che finora ci avevano abituati a un linguaggio in audio-immagini del tutto autosufficiente. Non si tratta di un utilizzo da rifiutare a priori, poiché spesso in L’infinita fabbrica del Duomo le didascalie intervengono per documentare materiali storici altrimenti non registrabili dagli strumenti del cinema (i testi sono per lo più ripresi e adattati da “Milano in mano” di Guido Lopez e Silvestro Severgnini e da “Storia della Veneranda Fabbrica” di Carlo Ferrari da Passano) e per sostenere la riflessione visiva in senso coerente e/o contrastivo. Ma spesso tali interventi a sostegno risultano anche ridondanti rispetto alle immagini, sottolineano inutilmente ciò che è già più che palese nell’intelligente costruzione audiovisiva, in cui la voce umana è del tutto assente e parla il cinema per conto suo. Ne è prova più di tutto la didascalia conclusiva, che in pratica riassume a chiarissime e indubitabili lettere tutto il senso del film e della sua riflessione esistenziale su tempo, storia, caducità e infinità umana. Inaspettatamente ci ritroviamo insomma davanti a tracce di cinema didattico, che indebolisce in parte l’altissima e sapiente costruzione audiovisiva.
Ma nell’insieme si tratta comunque di un approccio al cinema documentario assolutamente meritevole di apprezzamento e sostegno. Per intelligenza espressiva e addirittura “drammaturgica”, rigore espressivo, profondità di sguardo, capacità di leggere l’uomo tramite infinitesime/gigantesche tracce del suo passaggio terreno e inscriverlo in una vera riflessione filosofica. Enormemente piccolo. Enormemente grande. Mortale. Immortale.

Info
La scheda de L’infinita fabbrica del Duomo sul sito del Festival di Locarno.
Il trailer de L’infinita fabbrica del Duomo
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