Il gesto delle mani

Il gesto delle mani

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Esordio nel lungometraggio di Francesco Clerici, Il gesto delle mani è un documentario insolito e ricco di fascino, capace di raccontare senza dialoghi e commento sonoro il processo di creazione di una scultura in bronzo.

Il gesto e il racconto

La Fonderia Artistica Battaglia, di Milano, realizza dal 1913 sculture in bronzo, avvalendosi di un procedimento rimasto sostanzialmente immutato fin dal VI secolo a.C.: quello della fusione a cera persa. Grazie al lavoro degli artigiani della fonderia, l’artista Velasco Vitali dà forma alle sue opere, sculture raffiguranti cani. Con la sua macchina da presa, Francesco Clerici segue meticolosamente la forgiatura di una di esse. [sinossi]

Dopo il Premio Fipresci ottenuto nella sezione Forum dell’ultima Berlinale, Il gesto delle mani approda, un po’ a sorpresa, nelle nostre sale. La sorpresa è dovuta al carattere rigoroso, così fuori dalle pratiche cinematografiche usuali (comprese quelle del documentario) del film di Francesco Clerici: un resoconto dettagliato, privo di dialoghi e commentato solo dai suoni d’ambiente, del processo di creazione di una delle sculture dell’artista Velasco Vitali. Vitali, già noto pittore, approdato alla scultura nella seconda fase della sua carriera, si è giovato del lavoro della Fonderia Artistica Battaglia di Milano; una struttura storica, attiva fin dal 1913 e già responsabile di alcune delle più note opere in bronzo presenti nel nostro paese (tra queste, il celebre cavallo della Rai, di Francesco Messina). Il procedimento utilizzato, e meticolosamente documentato dal film, è quello della fusione a cera persa: una tecnica rimasta sostanzialmente invariata fin dal V/VI secolo a.C, che fu alla base, tra le altre cose, della creazione dei Bronzi di Riace.

Il documentario è un resoconto per immagini, inframezzate da materiale di repertorio, delle varie fasi attraverso le quali uno dei cani scolpiti da Vitali (tipologia di soggetto prediletta dall’artista) assume la sua forma definitiva. Un procedimento lungo e meticoloso, sviluppatosi in realtà attraverso più giorni, che il film riassume efficacemente in 77, densi, minuti. Attraverso un uso molto visibile, ma sempre giustificato, del montaggio, la macchina da presa di Clerici mostra il passaggio della scultura a contatto con la cera, il gesso, i materiali della fonderia, attraversando successive trasformazioni, giungendo, nel silenzio di un lavoro preciso e appassionato, alla sua forma definitiva. Una forgiatura che si sviluppa attraverso l’opera congiunta di macchine e uomini, di attrezzature che si limitano ad instradare, e a dare mezzi più efficaci, a quelle che sono le vere protagoniste del film: le mani degli artigiani, quelle che, per usare le parole dello scultore Giacomo Manzù citate alla fine del film, coi loro gesti “svelano una relazione con il mondo circostante”, e costituiscono l’essenza della scultura.

Disabituato a un cinema che sia fatto di immagini e gesti (tutti significativi e utili nell’economia dell’azione) lo spettatore occasionale può rimanere frastornato dal film di Clerici. Perché, malgrado la sua natura di documentario, Il gesto delle mani è cinema narrativo nella sua essenza più pura: racconto per immagini di una creazione, sviluppato senza l’interferenza dei dialoghi, tutto centrato sul gesto e sulla sua resa visiva. Non siamo, poi, tanto distanti dalle prime evoluzioni del cinematografo delle origini, quando il montaggio andava a selezionare, ritagliare e mettere in narrazione quella che i fratelli Lumière avevano concepito come mera registrazione della realtà. E in fondo, nella descrizione di un’opera artigianale partecipata, nell’ode al lavoro collettivo che, attraverso varie fasi, e con la paziente costanza di più mani, approda infine a un prodotto finito (fuoriuscito dal simbolico “bozzolo” mostrato dal film) non è difficile intravedere un parallelo con la stessa creazione cinematografica.

Il film di Clerici (laureato in Storia e Critica dell’Arte, già stretto collaboratore di Vitali) esercita un’innegabile malìa sullo spettatore che sia disposto a stare alle sue regole; che voglia, cioè, seguirne l’incedere e l’originale rappresentazione del suo oggetto (così rigorosa, eppure dal così evidente carattere affabulatorio). L’uso tanto presente e visibile del montaggio, tuttavia mai invadente, sempre funzionale al suo obiettivo finale, mostra un regista ben consapevole delle regole (e delle potenzialità) del linguaggio cinematografico. La definizione di “documentario ipnotico”, che qualcuno ha voluto coniare per il film (e per il suo singolare modo di coinvolgere lo spettatore) non è poi tanto distante dal vero.

Info
Il sito ufficiale di Il gesto delle mani.
Il trailer di Il gesto delle mani su Youtube.
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